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A fior di pelle

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle. – P. Valéry

La pelle segna il punto di demarcazione tra la propria individualità e il mondo esterno… un limite, costituito dalla sua estesa superficie con funzione protettiva (termostatica), che contemporaneamente presenta dei “pori” di apertura al mondo esterno, attraverso cui lasciarsi penetrare dagli stimoli provenienti dal mondo esterno.
La pelle, contenitore per Sé e superficie per l’Altro, zona di frontiera tra questi due poli, consente copertura e connessione.
Questa, inoltre, rappresenta l’unico organo di senso auto-riflessivo, possiamo sentirci toccati o toccarci a nostra volta (noi possiamo vederci solo su una superficie riflettente, sentire la nostra voce in maniera differente da come sarà sentita dagli altri, odorare e gustare solo piccole porzioni del nostro corpo). La pelle è più legata al cervello di altri organi, dal momento che, nell’embrione umano esso si sviluppa a partire dall’ectoderma, fonte neurologica comune alla pelle e al cervello.

La pelle costituisce la forma di comunicazione meta-verbale più efficace.

La pelle esprime al posto nostro, e a modo suo, quello che noi non siamo in grado di comunicare. Talvolta quando l’adrenalina è in circolo, di fronte ad un’emozione molto intensa, si attiva lo stesso meccanismo ancestrale che premette all’individuo di proteggersi dal freddo, i brividi.
Per quanto consapevolmente si possa tentare di eludere l’emozione, la pelle innesca dei meccanismi che rivelano ciò che sentiamo. Se non sarà la nostra voce ad esprimere l’imbarazzo, sarà il rossore sul nostro viso, il nostro pallore paleserà la nostra paura.

Nel nostro comune linguaggio utilizziamo delle locuzioni che rivelano quanto, inevitabilmente consapevoli siamo della sincerità della pelle… Quante volte di fronte ad una nostra sensazione che sembra rivelarci la verità affermiamo “lo sento sulla pelle”?!

Somatizzare: trasferire sul piano corporeo ciò che corporeo non è…

Quando però l’individuo non riesce a simbolizzare, elaborare in termini psichici, ciò che sta vivendo (o di cui percepisce la mancanza, come nel caso del contatto corporeo) la somatizzazione costituisce una via di scarico, che trasferisce sul piano corporeo ciò che corporeo non è. 
Il carico psichico ignorato torna allora a farsi presente sotto “mentite” spoglie, obbligando questa volta il soggetto a farsene carico, a portare su di sé questo fardello.

Le malattia della pelle, ma ancor prima il rossore, il formicolio che spinge a grattarsi, la secchezza della pelle costituiscono l’epifenomeno di un evento innanzitutto interno.

La pelle è più di ogni altro elemento del nostro corpo esposto alla somatizzazione, perché costituisce la pagina su cui si incide la nostra storia affettiva: carezze, abbracci, baci.
Il bambino che viene privato delle fondamentali esperienze tattili, viene privato della possibilità di costruire la rappresentazione dell’idea di pelle come confine che tiene insieme la personalità. Nasce da questa esperienza di deprivazione l’angoscia di frammentazione del Sé.

Lo squilibrio all’interno della relazione primaria crea un punto debole nell’intreccio mente-corpo, determinante nell’insorgere di malattie legate all’epidermide, come la dermatite, con finalità difensiva, volta a negare l’esperienza di distacco e separatezza, e in maniera recidiva in età adulta.

Il modo in cui si sperimentano sensazioni sulla pelle tracciano una memoria somatica implicita, e strutturano un linguaggio emozionale-corporeo, che non è quello verbale, ma lo trascende.

Oltre la somatizzazione: l’autolesionismo

L’autolesionismo non sempre, ma molto spesso, prevede il procurarsi tagli sulla pelle. Tramite quelle “lacerazioni” che sono in simbolico “tagliare il legame con il corpo”. Un corpo che si sente come sopraffacente, vulnerabile, estraneo. Un legame inscindibile, indissolubile.
Non è un caso che colpisca proprio la pelle, dove si struttura una demarcazione dentro-fuori, dal momento che tramite questi atti il soggetto vuole dominare il caos, determinato dalla diffusione di limiti.

I tatuaggi

I tatuaggi, la cui origine storica è antica, costituiscono il tentativo di scrivere sulla propria pelle, di inciderla. Nel nostro mondo occidentale, esso rappresenta anche la ricerca della propria identità, e la voglia di comunicare al mondo chi si è. La pelle allora può costituire un manifesto su cui imprimere il significato della nostra vita. O semplicemente una tela bianca da impreziosire, decorare, rendere unica. Qualunque sia il messaggio, qualunque sia la motivazione, si cerca di riaffermare la propria identità sulla pelle.

CONCLUSIONI

La pelle racconta una storia, la storia che è stata scritta su di noi dall’affetto di chi ci ha nutriti di baci e carezze, dalla brezza morbida che ci ha attraversato, dal profumo di buono dei fiori che abbiamo raccolto; ma anche dall’assenza di contatto, dalla ribellione a questa assenza tramite il grattarsi, dal vento che graffia, dalle ginocchia sbucciate dal duro cemento, quando siamo caduti.
È morbida o ruvida, levigata o grezza, curata o sofferente… è il nostro involucro.

In conclusione, il linguaggio del nostro corpo è molto complesso. La pelle rappresenta il principale portatore degli scambi dell’interfaccia mente-corpo.  Siamo pronti ad ascoltarla? E a prendere su di noi il rischio, quindi, di vivere la vita in maniera autentica?

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