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Al Giamaica – Milano anni ’70

Una strana storia: di Fabio Pedrazzi

Gli inizi

Oggi voglio raccontare una storia. Una storia strana, vista con gli occhi di un ragazzo (all’epoca 14-15 anni) che passava i suoi sabato pomeriggio in un quartiere di Milano: Brera.

La luce, soprattutto in primavera e nelle belle giornate autunnali, era limpida e fresca. Si adagiava sulle case un po’ sfatte di un luogo, per me, magico. Brera, in quegli anni, viveva un lento declino terminato pochi anni dopo con l’arrivo della Moda, dei calciatori e la puzza sotto il naso delle donne con tacco 12 che cominciavano a frequentare il Giamaica.

Il Bar

Piccolo, un po’ angusto, circa a metà di Via Brera, esattamente al n. 32, il Giamaica era frequentato dagli Artisti, quelli con la A maiuscola. Ma allora io non lo sapevo. Ero attratto dall’atmosfera che si respirava. Sì, avevo solo 15 anni ma la passione per l’Arte già mi aveva strappato dalla vita cosiddetta “normale”. In quegli anni prendevo lezioni di pittura da un cugino di mia madre: ex professore dell’Accademia di Belle Arti, scenografo e uomo dal fascino inarrivabile per il figlio di una casalinga e di un Vigile del Fuoco. Il suo nome non vi direbbe nulla, ma per me Cesare è stato un esempio, un modello e, soprattutto, quello che mi portò, poi, a fumare i miei amati sigari Toscani.

Il Giamaica

Ci andavo il sabato pomeriggio. Prima passavo al Museo di Brera, o a Villa Reale, dove negli angusti spazi erano esposti capolavori del ‘900. Avevo da poco messo mano a pennelli e tele e cercavo, in quei dipinti, la magia dei colori, delle pennellate precise ma quasi estemporanee dei macchiaioli toscani. Cercavo di carpire i segreti di Hayez o i microscopici tocchi di Pelliza da Volpedo. Poi, poi la fermata al Giamaica.

Entravo… «Una coca per favore» e mi sedevo a osservare chi, più grande di me, faceva discorsi sull’Arte, fumava e litigava per un punto a scopa andato perso. Al Giamaica andavono personaggi del calibro di Dova, Crippa, Tassinari e Treccani. Piero Manzoni, che proprio lì iniziò a provocare con la sua Merda d’artista, Lucio Fontana e gli scrittori Ungaretti, Quasimodo e Bianciardi. Fotografi come Mulas, Dondero, Castaldi, Orsi, Lucas e Moroldo.

Amavo quel posto, anche se ancora davvero piccolo per viverlo appieno, mi riempivo di tutto il suo passato e del poco presente che riuscivo a raccattare. C’era chi scriveva poesie su pezzetti di carta. Chi disquisiva sul momento artistico milanese… “Corrente” aveva ormai terminato il suo slancio da anni, ma al Giamaica ancora se ne sentiva l’influsso.

Il mio pittare

Sempre sotto la guida di Cesare, anni dopo, passai dal figurativo all’informale. Mi sentivo all’avanguardia. Mettevo sulle tele emozioni introspettive invece di paesaggi e prospettive. Avevo scavalcato il muro della forma. Ormai maggiorenne il Toscano era sempre tra le mie labbra. Quell’odore acre e pesante mi portava indietro nel tempo… poi, una sera mi arriva un invito. Un gallerista mi dice che vorrebbe portarmi a vedere una mostra di “Corrente”. Guttuso, Fontana, Sassu, Morlotti, Carrà… e Vedova.

Ecco, Emilio Vedova… ho scoperto solo lì che l’Emilio di alcuni discorsi di Cesare e mia madre si riferivano a lui. Emilio era il marito della sorella di Cesare. Quando vidi le sue opere rimasi male. Erano uguali alle mie, cioè, le mie erano uguali alle sue. Perché Emilio le dipinse negli anni ’20, io sessantanni dopo. Non ero più all’avaguardia. Fu uno shock. Smisi di dipingere per tantissimi anni e, sinceramente, mai più con la spinta di allora.

Dal dipingere allo scrivere

La creatività ha sempre fatto parte della mia vita. Non potevo tenere a freno l’impulso dell’Arte. Senza rendermi conto cominciai a scrivere. A dire il vero il primo “libro” lo scrissi all’età di nove anni. Era quello che oggi chiamerremmo un “Fantasy”… con tanto di illustrazioni. Mentre gli amici erano in cortile a giocare, io stavo chino sulla mia scrivania viaggiando tra popoli mai esistiti e guerre immaginarie. Ormai più che ventenne, sposato e con un figlio piccolo, passavo quasi tutte le notti su quaderni che riempivo di racconti e poesie. I sabato pomeriggio erano comunque dedicati alla pittura, non la mia, ma quella che trovavo nei vari musei di Milano. Passavo ore davanti ad un quadro di De Pisis (amatissimo pittore) o allo Sposalizio della Vergine di Raffaello (sempre alla pinacoteca di Brera). E una puntata al Giamaica era d’obbligo.

Ma non era più come quando ci andavo da ragazzo. Ormai il quartiere aveva già preso la china del lusso. Le prime maisone stavano ristrutturando i palazzi. Qualche calciatore ne aveva fatto il proprio nido… e gli Artisti erano scomparsi. Dei discorsi che mi piacevano tanto era rimasto solo l’eco. Un eco che non mi ha mai abbandonato.

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