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Cavour, aprile 1859: tra sconforto ed esaltazione

Cavour, aprile 1859: tra sconforto ed esaltazione

di Paolo Saino

Esattamente 121 mesi dalla disfatta di Novara del 23 marzo 1849, un nuovo evento dagli effetti forse altrettanto catastrofici stava per abbattersi sul percorso di unificazione del nostro Paese.
Non era un evento militare, non era una battaglia, ma un Congresso, quello proposto dallo Zar con le buone intenzioni di evitare la guerra che si presentava imminente in Italia. Una guerra lungamente cercata con cinismo, determinazione, tenacia, quasi con accanimento da Cavour, con mille astuzie, mille sotterfugi, attuando alleanze e simpatie con l’Inghilterra e – ovviamente – con la Francia di Napoleone III.

Il maresciallo Radetzky riceve notizie dei successi delle sue truppe durante la battaglia di Novara

Eppure quel Congresso sarebbe stata la certificazione del fallimento delle strategie del Conte. Il summit delle cinque grandi potenze di Russia, Prussia, Inghilterra, Francia e Austria (che oggi chiameremmo un “G5”) avrebbe trovato un compromesso che avrebbe frustrato ancora una volta le speranze degli italiani, Cavour in primis. Avrebbe forse portato all’inizio di una nuova rivoluzione, parola evocativa questa, che il Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna aveva più volte sbandierato sotto al naso dei regnanti allo scopo di terrorizzarli, memori della fine di Luigi XVI e del ’48, la primavera d’Europa. Paventava con essa un lungo periodo di instabilità in Italia e di conseguenza, in Europa.

Louis XVI en costume de sacre, olio su tela di Joseph-Siffred Duplessis (1777, Reggia di Versailles).

Questa (finta) lettera scritta da un (finto) inserviente di casa Cavour, incrociando vicissitudini personali, sentimenti patriottici, eventi diplomatici, narra delle vicende di quei pochi giorni convulsi dell’aprile 1859 che – come a volte accade nella storia – si volsero d’un tratto da portatori di oscure conseguenze a fattori determinanti per gli eventi dei mesi ed anni successivi.

Torino, 25 aprile 1859

Carissimo Giuseppe, fratello mio, spero che il Sandrin sia riuscito a farti avere questa mia: gli ho affidato non solo la lettera, ma anche la metà del mio salario, come al solito, per la mamma, che spero stia bene. Dille che qui io sono in buona salute e che la penso sempre. Mi raccomando di aiutarla nei prossimi giorni quando vi sposterete tutti da Novara per andare a casa dello zio Carlìn a Vercelli; a Trecate arriveranno gli austriaci forse fin da domani, e quindi saranno a Novara ben presto. Il Sandrin è al seguito del Maggiore Govone che accompagna il barone von Kellersperg al confine, come lui stesso avrà modo di dirti. Nei giorni scorsi qui al servizio del conte Cavour sono successe tante cose e vorrei raccontartele a voce, ma ho paura che non potremo vederci per un bel po’ a causa della guerra.

Inutile che ti dica della gran pazienza e tenacia del Conte nello star dietro alle giravolte dell’imperatore Napoleone III. Mi è capitato tante volte di sentire gli ordini e i ragionamenti che il Conte faceva insieme con Artom, il suo segretario. Più d’una volta il Conte ebbe paura di non riuscire a tener testa ai cambiamenti d’umore e d’idea dell’Imperatore, soprattutto nel momento in cui arrivò la notizia che lo Zar aveva proposto il congresso per affrontare la questione italiana.

Quel giorno di un mese fa, il 18 marzo se non erro, era stato colto dall’ira. Che venisse organizzato un congresso che riguardava l’Italia e al quale il Regno di Sardegna non avrebbe potuto che partecipare se non come ascoltatore rappresentava un pericolo gravissimo. Era anche andato a Parigi, ma io non potei seguirlo. Una ridda di notizie si accavallarono nei giorni successivi, ma io non ne seppi nulla, se non quel poco che trapelava dalle parole pronunciate a mezza voce da Artom e dai collaboratori del Conte. Compresi tuttavia che noi eravamo fermi a non disarmare. Il maestro di Casa Martino Tosco mi confidò d’aver compreso che il disarmare era una condizione dettata dall’Austria la quale era disposta a parteciparvi, ma alla condizione che il Piemonte non vi partecipasse e avesse disarmato.

Intanto andava prendendo piede l’ipotesi di un disarmo preventivo generale di Francia e Austria al quale avrebbe dovuto aderire anche il Piemonte. Insomma, dovevamo accontentarci che qualcuno potesse decidere per noi e dimenticare il nostro diritto di riunire tutti i fratelli italiani sotto la stessa bandiera!

Le cose non andarono così: Artom annunciò che era giunta notizia che il ministro degli Esteri britannico aveva fatto la proposta per una commissione di sei membri, di cui uno piemontese e uno per ciascuna delle grandi potenze, che ti rammento essere la Russia, l’Inghilterra, la Prussia, la Francia e l’Austria, che regolasse il disarmo generale. Secondo la proposta, inoltre, la conferenza si sarebbe riunita subito, ammettendo in un secondo tempo i rappresentanti degli Stati italiani, fra cui quello del Regno di Sardegna. Ottenendo la partecipazione al congresso, risultava difficile al Conte rifiutare di partecipare alla smobilitazione generale.

Come facevamo a pensare che questa fosse una cosa buona per noi? I cinque grandi avrebbero trovato certamente un accordo con l’apparente intento di evitare la guerra, ma nei fatti sarebbe stato un accomodamento, un compromesso il quale certamente non poteva che essere non particolarmente sfavorevole all’Austria. Avrebbero poi, nel momento in cui sarebbero stati ammessi il Piemonte e i rappresentanti degli altri Stati Italiani, comunicato le loro decisioni, magari trovato qualche piccolo accomodamento davanti alle innumerevoli lagnanze che di certo sarebbero sorte, ma nulla che potesse assomigliare a ciò che noi sogniamo.

E tutto a danno non solo del nostro Re, ma di tutti gli italiani, che oggi sentono l’irresistibile impulso che li spinge a unirsi. Il Conte era davvero infuriato: io stesso ebbi modo di rendermene conto quando gli preparavo la colazione al mattino, che egli assume sempre verso le sei.

Ma quel sentimento provato dal Conte non era nulla in confronto a ciò che era destinato a provare la notte tra il 18 e il 19 aprile, una settimana fa. Verso l’una e mezza arrivò il barone Ayme d’Aquin, della delegazione francese a Torino; io fui svegliato da una guardia e dovetti recarmi dal Conte per annunciare quella visita ben strana. Il Conte era andato a letto da pochissimodopo una faticosa giornata, ma aveva giĂ  preso sonno. Appena saputo che il barone d’Aquin era venuto a quell’ora della notte, egli comprese che doveva trattarsi di un ben grave motivo. Io guidai l’ospite nella stanza del Conte e vidi che entrambi si sedettero sul letto; il Barone, in obbedienza agli ordini del suo Ministro,recava un telegramma appena giunto da Parigi e subito volle leggerlo.

Ti confesso, caro Giuseppe, che, per la prima volta, mi misi a origliare alla porta della camera del Conte. Non capivo bene ciò che si dissero, ma il senso l’ho capito, eccome: Parigi chiedeva di disarmare! Capisci? Di disarmare! E solo così il Regno di Sardegna e gli altri stati Italiani sarebbero stati – probabilmente – ammessi al Congresso proposto dalla Russia anche se non sur le piede grandes puissances.

Il Conte fu sconvolto in modo straordinario; lo vidi perché aprì la porta di scatto senza far caso alla mia presenza, fece per uscire, poi rientrò. Si agitava convulsamente, continuava a battersi colla mano sulla fronte. Lo sentii ripetere più volte “Il ne me reste plus maintenant qu’à me donner un coup de pistolet, et me faire sauter la tête!”. Ben presto il barone Ayme d’Aquin si ritirò sopraffatto dalla commozione.

Io stesso fui preso dallo sconforto; significava che anche Napoleone III, che si pensava il migliore alleato del Regno di Sardegna per la causa italiana, ci voltava le spalle. Ora non era più una giravolta dell’Imperatore: era un tradimento. Lo comprendevo anche io.

Il Conte cadde in uno stato di depressione tale da indurlo a fare testamento; non pochi di noi a servizio e dei collaboratori del Presidente del Consiglio pensavano che egli potesse arrivare davvero a farla finita. Per cui noi si cercava, nel limite della decenza, di non perderlo di vista.

Per lui quella richiesta era la fine infelice di tutte le sue politiche, delle sue trame, di anni e anni di lavorio continuo, senza mai cessare, senza risposo, usando tutte le armi della diplomazia e non, quelle lecite e quelle meno…. come il matrimonio della figlia del Re, Maria Clotilde, a sedici anni costretta a maritarsi con Gerolamo Bonaparte, che tutti neanche troppo di nascosto chiamano Plon-Plon, di ben ventuno anni piĂą anziano di lei, cugino di Napoleone III… come il Nigra, che piĂą che il rappresentante di Torino alla corte di Parigi era la spia di Cavour… come la bella e affascinante cugina del Conte, Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, spedita nella capitale francese per orientare le scelte dell’Imperatore in modo favorevole alla causa italiana… Furon tutte mosse che il Conte volle fare, avendo a volte la contrarietĂ  di Sua MaestĂ . Tutto è lecito per lui se serve alla causa italiana! E io sono con lui!

La notte la passammo in piedi e la mattina, verso le sei, giunse il principe Latour d’Auvergne e fu subito ricevuto. Artom assistette all’incontro e poi, contrariamente alla sua solita riservatezza, confessò a me e ad altri della servitù che il Conte, non potendo consigliare a Sua Maestà una politica diversa da quella che fino a quel momento era stata praticata, avrebbe dato le dimissioni. Fummo sconvolti a quella notizia. Sai bene che io fui chiamato a servizio nel ’53 daMartino Tosco che mi aveva notato. E se il Conte avesse davvero lasciato l’incarico, si sarebbe trasferito probabilmente a Losanna e a quel punto io non avrei potuto seguirlo, perché sarei stato troppo lontano dalla mamma, e – nonostante che accanto a lei ci sia tu che la accudisci – dopo la morte del papà desidero venire a trovarla spesso, come purtroppo in questo periodo non son riuscito a fare.

Ma v’era un altro motivo per il mio sentimento: significava perdere la guida, il timoniere, colui che tanto avanti ci aveva portato; sarebbe stata una sconfitta dalla quale chissà quando avremmo potuto riscattarci. Nonostante il mio umile compito, passai dunque anche io dei momenti di sconforto.

Sentii Artom che dettava il telegramma per Parigi; ricordo abbastanza bene le parole: “Giacché la Francia s’unisce all’Inghilterra per chiedere al Piemonte il disarmo preventivo, il Governo del Re, nonostante preveda che questa misura potrà avere cattive conseguenze per la tranquillità d’Italia, dichiara di essere disposto a subirla”. Così diceva: “disposto a subirla”. Penso che fosse difficile far capire con parole più chiare il profondo disappunto per la decisione della Francia, che non poteva che essere stata assunta dall’Imperatore.

Il 19 fu una giornata terribile per il Conte. S’era chiuso nel studio e aveva dato ordine di non essere disturbato da alcuno per nessuna ragione. Noi tutti temevamo il peggio e così il signor Tosco convinse Minghetti, Audinot e Farini ad andare in cerca di Michelangelo Castelli, che tutti tenevamo come amico e confidente del Conte. Vidi arrivare Castelli dopo una buona mezz’ora e seguii Tosco che l’accompagnava allo studio del Presidente.

Dopo molte insistenze, il Conte aprì la porta e io potei vederlo circondato da mucchi di carte che aveva strappate, e – nel caminetto – già molte altre ne bruciavano. Il Conte fissò a lungo Castelli senza parlare. Allora il gentiluomo gli disse:

«So che nessuno deve entrare qui, ma per ciò stesso io ci sono venuto.»

Sentii una stretta al cuore nell’udire quelle parole e soprattutto guardando di sottecchi l’espressione del Conte. Poi Castelli soggiunse:

«Devo credere che il conte di Cavour voglia disertare il campo prima della battaglia, voglia abbandonarci tutti?»

Non resse all’emozione delle proprie parole, Castelli, e scoppiò in pianto, sconfitto dall’emozione.

Il Conte s’alzò e abbracciò Castelli, poi d’improvviso si mise a camminare convulsamente per la stanza e infine, fermatosi di fronte all’amico, pronunciò queste parole:

«Stia tranquillo! Affronteremo tutto e sempre tutti insieme.»

A quel punto io fui rassicurato e chiusi la porta che avevo tenuto aperto quel tanto che bastava per assistere a quell’incontro. Mi ritirai nella mia stanzetta per riposare un poco, giacché mi reggevo a stento in piedi.

Arrivò anche un biglietto di Sua Maestà e, la sera stessa, mentre sparecchiavo la tavola, notai che il Conte l’aveva lasciato aperto accanto al tovagliolo. Ne sbirciai il suo contenuto, che mi stupì alquanto! Sua Maestà dava del “cane” e della “carogna” all’Imperatore e alla fine incoraggiava il Conte con queste parole: “Intanto si freghi le mani ed impavido aspetti l’avvenire!” nella speranza che “talvolta vi arriva la fortuna mentre uno se l’aspetta di meno.”

Avevo notato, mentre servivo in tavola, che l’umore del Conte era però mutato, durante la giornata. Anche a me disse: “Giovanni, bisogna stare impavidi al nostro posto!” E queste parole, che io ripetei a tutti gli altri della servitù, mi rinfrancarono non poco.

E rimanere al proprio posto tenendo i nervi saldi fu l’arma vincente! Capimmo il perchĂ© del mutamento d’umore del Conte. Ci informò Artom che il rappresentante inglese aveva avvisato il ministro degli Esteri austriaco Buol della possibile apertura piemontese (cioè quella di adeguarsi all’idea di partecipare al Congresso e adattarsi alla comune proposta di smobilitazione). E quella stessa sera del 19 (che giornata memorabile!) era giunta la reazione dell’Austria: non avrebbe ammesso alcuna forma di partecipazione del Regno di Sardegna al congresso e – ancora piĂą importante – che aveva inviato l’intimazione di disarmare entro tre giorni dal ricevimento della sua lettera! Fu il conte Walewski, ministro degli affari esteri francese, ad informare Cavour.

Alexandre Colonna Walewski
Ministro degli esteri della Francia

Questo cambiava tutto! Era un ultimatum e per il Piemonte era palesemente inaccettabile! Era la vittoria del Conte! Una vittoria nella quale egli non sperava piĂą.

Tutti ne fummo rallegrati. La notte il Conte dormì bene e mercoledì 20 si mise all’opera già dal mattino per preparare un gran discorso.

E mentre gli servivo il caffè, lo vidi scrivere alla sua innamorata, la Bianca. Subito celò il biglietto e io feci finta di nulla. Ma, tornato dopo un poco per sparecchiare, ebbi la sfrontatezza di allungare gli occhi e leggere di sottecchi un passaggio del testo. Diceva il Conte di trovarsi “in una di quelle critiche condizioni da cui dipende la sorte di un uomo e forse del Paese. Ma non sono sfiduciato: mi verran meno le forze, non il coraggio, massime se tu mi conservi l’amore…”

Lo vidi però se non di buon umore, almeno di umore fermo. Fu quello e quelli successivi, i giorni più concitati che io ricordi nella mia vita a servizio.

Il Conte scriveva, riceveva, usciva, rientrava, non si sapeva a che ora arrivasse o partisse. Una cosa la sapemmo: che aveva chiesto per il 23 aprile la convocazione della Camera.

E ora sappiamo tutti che cosa avesse in mente: i pieni poteri a Sua MaestĂ  in caso di guerra. Riuscì anche io ad andare alla Camera l’altro ieri. La legge fu approvata nonostante l’assenza di molti rappresentanti, nonostante 24 contrari e 2 astenuti, ma in un’atmosfera di entusiasmo commovente!

E quello stesso giorno arrivò la lettera: l’ultimatum. Fu consegnato al Conte personalmente verso sera da due diplomatici austriaci.

Non ti posso però tacere un piccolo fatto accaduto il 22, il giorno precedente della seduta della Camera. Il Conte aveva chiamato un certo ingegner Carlo Noè; non mi sembra che fosse mai venuto a casa Cavour, ma avevo già sentito il suo nome. Mi disse Artom che è uno cui piace fare i lavori per bene; da buon piemontese, dunque! In quei giorni avevo visto alternarsi molte persone, militari, diplomatici, parlamentari, ministri nello studio del Conte. Mi stupii allora di veder ricevere un ingegnere: che cosa ci poteva fare un ingegnere col Presidente del Consiglio? Non era questo il momento per parlare di opere civili, mi dissi!

Lo sto capendo proprio ora: il Conte deve aver fatto propria l’idea di Noè. Come l’ho compresa ascoltando qualche discorso mentre portavo caffè e bibite e da quanto sentii raccontare da Artom è questa: allagare tutto il territorio del nostro Regno compreso tra la Dora Baltea e la Sesia. Lungo quindi quello che potrebbe essere il percorso che gli austriaci potrebbero fare per assalirci. Le acque invadono le terre e questo punto diventano un insuperabile e fangoso muro protettivo del nostro Regno per le bianche divise dei soldati austriaci. E speriamo che questa invenzione possa davvero rallentarli.

Caro Giuseppe, abbiamo gioito per l’ultimatum, perché questo significa guerra! Finalmente guerra! Finalmente avremo modo di combattere per la causa per la quale da dieci anni cerchiamo il riscatto: cacciare lo straniero dalle terre d’Italia!

Ma questa notizia, che ci riempie il cuore, è giunta in un momento nel quale l’esercito francese, che certamente ci aiuterà in forza dei trattati che il Conte ebbe a stipulare la scorsa estate e che finalmente sono resi noti in maniera palese. Tutti ne avevamo coscienza, ma non v’era conferma fino a quel famoso 5 marzo, quando cioè Il Moniteur ne aveva dato notizia: l’Imperatore aveva promesso al Piemonte di aiutarlo in caso di aggressione austriaca!

Ma un pericolo gravissimo incombe ora su di noi: se gli austriaci, che pare abbiano messo in campo più di 200.000 uomini, passano il Ticino e si scagliano contro il nostro piccolo esercito, esso non reggerebbe all’urto, nonostante il gran cuore dei nostri combattenti e del Re.

Le acque che invaderanno presto le nostre terre sono però come ciò che il fuoco rappresentò per Napoleone: un ostacolo che aveva fermato la sua avanzata in Russia del 1812. Così raccontava il nonno, che in Russia c’era stato! Ecco che cosa era venuto a fare l’ingegner Noè: a illustrare al Conte questa mossa, che solo un ingegnere avrebbe potuto mettere in atto. BisognerĂ  che, a guerra finita, ci si ricordi di lui! Ritardando l’avanzata delle giubbe bianche, l’esercito di Francia avrĂ  il tempo di schierarsial nostro fianco e saremo così in grado di lanciare la riscossa. E i lavori – mi è stato detto – inizieranno proprio oggi 25 aprile. Termino questa mia lettera, che voleva solo informarti degli ultimi eventi ma che invece mi sono reso conto essere piĂą lunga del dovuto, aggiungendo che il Conte, d’intesa con il governo francese, sta attendendo proprio lo scadere del termine per dare la risposta, di modo da guadagnare tempo a vantaggio delle truppe francesi che giĂ  stanno muovendosi nella Savoia. La consegnerĂ  domani 26 aprile verso sera, poche ore prima di ricevere questa mia lettera.

Monumento Ing. Carlo Noè – Chivasso

Oramai è guerra e finalmente avremo modo di riscattare la sconfitta di Novara, di vendicare tutti i patrioti che sono morti per la libertĂ  d’Italia. La conferenza ministeriale austriaca non potrĂ  che giudicare la risposta di Cavour insoddisfacente e inviare l’ordine al maresciallo Gyulai di muovere immediatamente contro il Regno di Sardegna affiancato dai francesi.

Ricordati di ringraziare ancora il Sandrin per la commissione che ci fece.

Viva l’Italia!

Tuo Giovanni.

Il Feldmaresciallo Ferenc Gyulai in una litografia del 1850 di Josef Kriehuber