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Dante e i cieli di Tolomeo

Dante e i cieli di Tolomeo

di Guido Cornia

Firenze. Anno 1304. Dante Alighieri esce dallo studio dell’amico Guido Cavalcanti. È turbato: l’amico sta cercando di convincerlo, ormai da giorni, ad affiliarsi ad una società segreta di cui fa parte. È un amico fidato, Cavalcanti: lui gli ha perfino dedicato un celebre sonetto. Ma l’argomento è scottante! Nel senso letterale del termine: il Papa e la chiesa di Roma hanno condannato al rogo illustri studiosi per molto meno. Guido non gli ha svelato il nome della società, ma continua a sostenere che facendone parte, il poeta entrerebbe in possesso di conoscenze sconosciute e sconvolgenti. Un sapere antichissimo e misterioso, capace di rovesciare tutte le credenze fino a quel momento ritenute irrefutabili. E gli ha dato alcune anticipazioni di quel sapere. Due soli piccoli esempi. Dante è tentato. Ma la cosa lo spaventa: le poche rivelazioni che l’amico gli ha appena fatto, l’hanno persuaso che venendo a conoscenza di tutto quel sapere occulto, ogni cosa che sa, tutti i concetti che ha appreso ed ha ritenuto incrollabili, andrebbero all’aria.

Sceglie una soluzione di compromesso: inserirà quelle rivelazioni nell’opera che ha appena iniziato a comporre. Nasconderà tra le mirabili rime della sua Comedìa, quelle informazioni.

Ravenna. Anno 1307. L’opera è finita. È composta di 3 cantiche di 33 canti ciascuna: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Ognuna di quelle cantiche termina con la parola stelle.

Inferno: e quindi uscimmo a riveder le stelle.

Purgatorio: puro e disposto a salir a le stelle.

Paradiso: L’amor che move il sole e le altre stelle.

Le stelle hanno dunque un ruolo rilevante nell’opera.

Il poeta, al riguardo, dichiara di essersi attenuto al sistema tolemaico. Ma i cieli di Tolomeo sono sette, mentre lui ne descrive nove. Nella parte finale del Paradiso, vengono descritte alcune costellazioni dell’emisfero australe, visibili dall’Australia o dalla Nuova Zelanda. Di certo non da Firenze o da Ravenna.  Ma l’Oceania sarà avvistata per la prima volta da Abel Tasman nel 1635. Trecento trenta anni più tardi. Per essere poi conquistata definitivamente a nome dell’Inghilterra da James Cook, attorno al 1768. Trenta e più anni dopo ancora.

Se le stelle hanno un ruolo rilevante nella Comedìa, certamente Lucifero non è da meno. Nell’opera, il poeta immagina d’incontrare il Signore dei demoni nell’esatto centro della terra. È sospeso nel vuoto. La forza di gravità che lo attira in tutte le direzioni lo tiene sospeso lì, a galleggiare nell’aria. Ma la legge fisica dell’attrazione terrestre verrà enunciata da Isaac Newton nel 1687. Quasi quattrocento anni dopo la diffusione della Comedìa.

E forse altre cose occulte dell’opera ci stanno sfuggendo. Non ci è dato sapere se poi il sommo poeta abbia deciso di affiliarsi alla società segreta di Cavalcanti. Così come non sapremo probabilmente mai quali altre nozioni avanzate fossero a conoscenza di quella società. La leggenda parla di antiche tavolette sumeriche venute in possesso degli affiliati e tenute segrete a causa della pericolosità di quel sapere. Nasconderebbero infatti i segreti dell’immane potenza delle armi di Sargon di Akkad, o Sargon il Grande. Forse un re o forse un dio, conquistatore di un impero che si estendeva dall’Elam fino al mar Mediterraneo, includendo la Mesopotamia e parti dell’Anatolia.

L’unica possibilità che abbiamo di saperne di più sta nell’affidarci ad un indagatore di leggende che si interessi alla questione e ci racconti qualcosa.

Io avrei in mente un nome. Voi?