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Emily Dickinson. Vita e opere di una straordinaria e affascinante poetessa

Emily Dickinson. Vita e opere di una straordinaria e affascinante poetessa

di Federica Sanguigni

“Non c’è bisogno di viaggiare o di compiere eventi eclatanti nella propria vita per dire di aver vissuto veramente.”

Questa riflessione di Sara Staffolani, autrice del libro “Le colline, il tramonto e un cane. Vita e poesia di Emily Dickinson”, edito da flower-e nel 2019, basterebbe, da sola, a descrivere l’immensità della vita e dell’opera della più grande poetessa americana, Emily Dickinson che, appunto, scriveva:

Non vidi mai brughiere
e mai non vidi il mare:
pure so com’è l’erica,
so quale aspetto ha l’onda.

Non parlai mai con Dio
E non visitai il Cielo,
pure conosco il luogo
quasi ne avessi il biglietto.

Il “Mito”, come veniva chiamata Emily ad Amherst, la cittadina nella quale nacque il 10 dicembre del 1830, non abbandonò mai la sua casa se non per brevi periodi e rarissimi viaggi.

Eppure il suo spirito, la sua sensibilitĂ , il suo profondo amore per la poesia le permisero andate e ritorni verso luoghi inaccessibili alla maggior parte delle persone.

Addentrarsi nella vita di questa donna riservata e solitaria che mai cercò la fama né “il successo che stravolge ogni cosa, muta il colore del tuo animo, lo avvelena”, è ardua impresa da fare in punta di piedi. Ed è proprio con grande rispetto, lo stesso che ho trovato tra le pagine scritte da Sara Staffolani nel suo libro, che entro, o meglio, tento di entrare, nell’esistenza di una poetessa che amo profondamente.

I Dickinson erano una famiglia prestigiosa le cui radici trovano dimora in Inghilterra e che approdarono nel Nuovo Mondo intorno al 1630 fino ad arrivare ad Amherst, nel Massachusetts, dove nacque, nel 1775, Samuel Flower Dickinson (nonno della poetessa) che, circa una quarantina d’anni dopo, costruì la Homestead, “cuore pulsante della famiglia Dickinson e santuario privato di Emily.”

Ero la più minuta della casa –
avevo la stanza più piccola –
di notte la mia lucina, e il libro –
e un geranio solo –

dove potessi raccogliere la menta
che non smetteva mai di stillare –
e appena un cestino –
fatemi pensare – son certa
che fosse tutto

Non parlavo mai – se non quando interrogata –
e sempre brevemente e a voce bassa –
non potevo sopportare di vivere – a voce alta –
il baccano mi dava vergogna –

AMHERST – Emily Dickinson Museum

Così si descrive Emily, della cui infanzia poco sappiamo. Crebbe ricevendo un’educazione rigidamente puritana, in una famiglia le cui decisioni venivano prese esclusivamente dal capofamiglia, l’austero e razionale Edward Dickinson, un uomo autoritario che non rideva mai e che mai manifestava i suoi sentimenti ma che celava un cuore buono, amava gli animali e, seppur senza dimostrazioni di affetto, amava i suoi tre figli.

Dall’altra parte, anche il rapporto con la madre non fu mai caloroso ma distante e privo di quel legame che ogni donna dovrebbe avere con l’altra donna più importante della sua vita.

Emily Norcross era dedita alla casa, a far sì che tutto fosse sempre in ordine e, inoltre, era vittima delle sue paure e delle sue ansie tanto da non riuscire a occuparsi con affetto dei propri figli. Di lei, la poetessa scriverà: “non ho mai avuto una madre. Immagino che una madre sia qualcuno da cui correre quando si è turbati.”

Sin da bambina, Emily preferirà, alle faccende domestiche, la vita all’aria aperta, il giardinaggio, i fiori selvatici e, a scuola, le sue materie preferite saranno la letteratura, la grammatica e anche le scienze naturali che influenzeranno il suo linguaggio poetico. Raccolse erbe e fiori che collezionò e conservò in un Herbarium fortunatamente ritrovato dopo la sua morte che è stato pubblicato in Italia per la prima volta nel 2007.

Emily Dickinson non era religiosa, diversamente dai suoi familiari e nonostante fino all’ultimo il padre avesse tentato di farla convertire. Eppure, la sua poesia è ricca di spiritualità, di ricerca di Dio e di un dialogo con Lui, e tanti sono i riferimenti biblici presenti nei suoi versi.

Nella ricercata solitudine nella quale Emily pian piano si ritraeva, trova posto un fedele e amatissimo amico: Carlo, il cane che il padre le regalò per i suoi diciannove anni. Emily amava gli animali, e Carlo divenne un amico prezioso, compagno di giochi e di lunghe passeggiate per i boschi, scrigno di tutti i suoi segreti a noi preclusi, dopo la morte del quale, la Dickinson si ritirerà ancor di più nel proprio isolamento.

Tante sono state, e lo sono tuttora, le domande al perché della reclusione di Emily Dickinson. Domande rimaste per lo più senza risposta. Si parla di problemi di salute, forse di epilessia, di cui soffriva un cugino e di cui soffrirà il nipote Ned, primogenito di suo fratello. Non mancano le supposizioni legate a delusioni d’amore, forse anche per giustificare la profonda sensualità di cui sono pregni alcuni famosi versi della Dickinson.

O frenetiche notti!
Se fossi accanto a te,
queste notti frenetiche sarebbero
la nostra estasi!

Futili i venti
a un cuore in porto:
ha riposto la bussola,
ha riposta la carta.

Vogar nell’Eden!
Ah, il mare!
Se potessi ancorarmi
stanotte a te.

Non sapremo mai la verità, per sempre fuggita via con la morte della poetessa, chiusa nella “bara bianca e leggera, coperta da bellissime violette”. Non sapremo mai se fu proprio l’epilessia, malattia da tenere rigorosamente nascosta a quei tempi, la motivazione principale per cui Emily visse come una reclusa, vestita di bianco, eterea come una farfalla. Personalmente, non mi interessa morbosamente indagare nella vita di questa donna perché l’eredità che ci ha lasciato è talmente grande e meravigliosa che ogni animo sensibile avrà la capacità di avvicinarsi a lei con il dovuto rispetto e il pudore necessario per provare a capire, ma soprattutto per scrutare dentro di sé. E sono pienamente d’accordo con il pensiero della Staffolani quando scrive che, secondo lei, le ragioni dell’isolamento sono da ricercarsi nell’animo di Emily, solo ed esclusivamente lì.

Scrive nel suo libro Sara: “La poesia era la sua ragione di vita, era la corda a cui aggrapparsi per non sprofondare nell’oblio. Il mondo non la capiva, non comprendeva la sua profonda sensibilità e lei voleva essere libera, voleva essere se stessa. La reclusione era l’unica maniera per preservarsi e, come scoprì lei stessa, favoriva immensamente l’immaginazione. Più era sola, più viveva “dentro”. L’isolamento le permetteva di capirsi e, in un certo senso, di controllare le sue emozioni e ciò che accadeva al di fuori di lei.”

Io mi permetto di aggiungere che mi piace immaginare Emily come una donna con l’animo di una bambina, sempre pronta a meravigliarsi per i magnifici doni della natura e di Dio, che non aveva bisogno di pregare come tutti gli altri ma il cui dialogo interiore lo portava a lei vicino. Immagino Emily nella sua “stanza tutta per sé”, preclusa alla maggior parte delle donne di quell’epoca, seduta al suo scrittorio in legno di ciliegio, profondamente assorta nei suoi pensieri e nelle sue emozioni, con accanto il suo Carlo e con un foglio di carta e una penna come amici unici e onnipresenti. Penso a lei vestita di bianco e non come a una “bizzarra zitella” ma come a una donna sopraffatta dalla sua stessa intensitĂ .
E no, tutto questo non può essere compreso da un mondo esterno banale e distratto.

“Emily Dickinson è e continuerà a essere un enigma per tutti noi. La vera Emily e i suoi pensieri trapelano solo dalle sue poesie e dalle sue lettere, ma ci sono tante, tantissime cose che non sapremo mai di lei”.

E credo sia giusto così.

Dal 1858 al 1864 Emily cominciò a raccogliere le sue poesie in dei fascicoletti che ella stessa confezionava, cucendo i fogli con ago e filo. Prima di morire, aveva chiesto che tutti i suoi scritti, le numerosissime lettere e i versi venissero distrutti, bruciati. Ed è quello che fece sua sorella Vinnie. Fortunatamente per noi, però, la domestica Maggie non fece la stessa cosa con le carte che la poetessa aveva nascosto nel baule nella sua camera. Pochi giorni dopo la scomparsa di Emily, tantissime poesie vennero fuori anche da altri “nascondigli” e Vinnie consegnò tutto il materiale a Mabel Loomis, l’amante di suo fratello. La donna, infatti, era stata l’unica a riconoscere il genio di Emily e fu ben felice di occuparsi dell’immenso tesoro che le fu affidato per poterne creare un libro da pubblicare. Molti degli scritti di Emily considerati compromettenti furono distrutti dai familiari. In vita, la Dickinson pubblicò solo pochissime poesie e in forma anonima.

La scrittura di Emily presenta uno stile del tutto personale. Molto particolari sono le lineette “leggere e svolazzanti come ali” al posto di punti e virgole, ferme, tremolanti, come a comunicare lo stato d’animo di Emily in un dato momento. Come spiega l’autrice del libro “Le colline, il tramonto e un cane”, nelle piccole linee usate da Emily c’era tutto il suo mondo, le sue emozioni, i punti più nascosti e sensibili del suo animo. E tutto, nella sua poesia, era un richiamo alla sua esistenza, al suo sentire.

I versi della Dickinson sono a volte semplici, criptici altre, densi di musicalitĂ , di riferimenti alla natura, a volte terminanti con una domanda forse rivolta a quel lettore che mai ha cercato e che mai potrĂ  risponderle, se non nella sua piĂą profonda intimitĂ , in un personalissimo dialogo.

Oggi vorrei chiedere a Emily cosa pensi dell’incredibile successo che hanno avuto le sue poesie. Vorrei avere la possibilità di conversare con lei, di chiederle scusa per aver violato la sua intimità che tanto ha difeso e preservato. Ma sono sicura che mi risponderebbe, semplicemente, che di lei nulla sappiamo. Io continuerò ad amarla nel suo mistero, a leggere ed emozionarmi con i suoi versi, a immaginarla fragile e forte come solo una donna sensibile e straordinariamente dotata come lei può essere.

Accendere una lampada e sparire –
questo fanno i poeti –
ma le scintille che hanno ravvivato –
se vivida è la luce

durano come i soli –
ogni etĂ  una lente
che dissemina
la loro circonferenza –

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