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Fabio Pedrazzi intervista Giovanna Mulas

Fabio Pedrazzi intervista Giovanna Mulas

Giovanna Mulas, poetessa e scrittrice, nasce a Nuoro il 6 maggio 1969, città in cui tuttora risiede.
E’ un’autrice poliedrica, tradotta in sei lingue e pluriaccademica al merito.
Membro onorario della Giornalisti Specializzati Associati (GSA), Milano, e Membro del World Poetry Movement (WPM).
Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti a livello internazionale ricordiamo i due Premi alla Carriera, Premi internazionali alla Cultura, Premio all’impegno civile, la Laurea Honoris Causa in Lettere.
Più volte Nominata per l’Italia all’Accademia dei Nobel per la Letteratura, ha pubblicato oltre trenta titoli tra saggistica, narrativa, poesia. Presente con racconti e poesie in numerose antologie nazionali ed estere, è autrice di prefazioni e note critiche; inoltre si dedica anche al giornalismo letterario con interviste e resoconti di manifestazioni letterarie.

Scopriamo insieme, attraverso le stesse parole di Fabio Pedrazzi, come è nata questa intervista, assolutamente da non perdere.

Giovanna mi scrisse una mail dicendo che da un po’ di tempo ci stava osservando. Aveva notato come interagivamo con gli autori… e la cosa gli era piaciuta. Abbiamo cominciato ad avere una sorta di rapporto epistolare dove da subito è nata un’affinità di pensiero. Le ho parlato della filosofia di Kukaos, di quella della Casa Editrice, di come io e Claudia avevamo voluto dare vita a questo progetto… ci propose di pubblicare il suo: TristAnimaArdente, un libro scritto sia in italiano che in sardo… poi, poi è nata una grande amicizia.

Attraverso le domande di Fabio Pedrazzi scoprirete, chi è davvero Giovanna Mulas: non solo una valente poetessa e scrittrice, bensì una persona vera, sincera che non si è piegata al sistema e che in ogni sua azione porta avanti il vero senso della vita.

Buona lettura.


Chi è Giovanna Mulas?

“…Perché aspiro al Cielo e perdonatemi/per Questo/Involucro incosciente/e mio/che mi costringe/soltanto/a fiorire”


Quando hai cominciato a capire che la tua strada sarebbe stata la letteratura?

Ricordo che non avevo ancora compiuto sei anni e già conoscevo a memoria i primi passi della Divina Commedia.Alla figura di mia madre, amatissima, fragile e schizofrenica (dalla sua malattia è nato il mio Mater Doloris), ha “supplito”, nella mia prima educazione letteraria, mio padre, un semplice poeta-contadino con la passione per le arti che mi iniziò a modo suo, con quella durezza tipica di una generazione allevata a fascio e cipolla, allo studio dei classici. Una cosa in particolare m’insegnò mio padre, ripetendolo fino alla morte: “Non dimenticare mai da dove vieni. Non chi sei, ma da dove vieni”.


Qual è lo stato di salute della letteratura italiana?

Poche valide Voci e nella narrativa e nella poesia; il resto è micro lobbies, salotteria contaminata da Vanità, individualismo formattato da media e una critica inesistente: rappresentazione del profondo oscurantismo culturale attuale, a livello globale. Ora, historia docet che copiato, stampato o fotografato, il libro ha il fine di permettere la moltiplicazione della parola nell’ identico tempo in cui la conserva: un libro per una sola persona non avrà alcun senso. Dunque Ã¨ letteratura ogni opera che non è utile, ma è fine a sé stessa? E’ letteraria ogni lettura non funzionale, cioè a dire soddisfacente un bisogno culturale non utilitario? Se, rifiutando la testimonianza del lettore, si interroga lo scrittore, la creazione letteraria è atto solitario e libero che esige un certo distacco dalle esigenze sociali. Se lo scrittore deve, in quanto uomo e artista, rappresentarsi il suo pubblico e sentirsi alleato a lui, sarebbe deleterio se avesse una coscienza troppo chiara delle determinazioni che questo pubblico fa pesare su di lui.

Ricordiamo Escarpit: si è comparato l’atto della creazione letteraria al gesto del naufrago che getta in mare una bottiglia: il paragone è calzante soltanto nel momento in cui il naufrago immagini il salvatore al quale ha indirizzato il suo messaggio, si senta solidale con lui, ma ignori verso quali rive sconosciute le correnti porteranno il suo messaggio.

La produzione letteraria è l’azione di un popolo di scrittori che, attraverso i secoli, è sottomessa a delle fluttuazioni analoghe a quelle di tutti gli altri gruppi demografici: invecchiamento, ringiovanimento, sovrappopolazione, spopolamento, etc. Per ottenere una definizione o almeno un campionario significativo della popolazione letteraria, si possono prendere in esame due procedimenti estremi. Il primo sarebbe quello di inventariare tutti gli autori di libri pubblicati in un paese tra due date stabilite. Il secondo sarebbe quello di rimettersi ad una lista degna di fede, come ad esempio l’indice di un manuale di storia della letteratura di riconosciuta qualità. In realtà né l’uno né l’altro di questi procedimenti è soddisfacente. Il primo poggia su di una definizione meccanica di scrittore, che personalmente aborro: l’uomo che ha scritto un libro. La definizione meccanica del libro è già, di per sé, inaccettabile ché ignora la necessaria convergenza o compatibilità tra autore e lettore. Parimenti lo scrittore, considerato come un semplice autore di parole, Ã¨ privo di significato letterario. Egli non acquista questo significato, non si definisce come scrittore che dopo, “allorquando un osservatore posto al livello del pubblico sia in grado di percepirlo come tale. Non si è scrittori che in rapporto a qualcuno, agli occhi di qualcuno” (Rif. Sociologia della Letteratura). Certo è che il primo fenomeno che permette di studiare un tale campionamento Ã¨ quello della generazione intesa da Albert Thibaudet o Henry Peyre (da Tableau récapitulatifdesgénérations): “(…) A titolo di esempio citiamo la grande generazione dei Romantici in Francia, intorno al 1800 che, dopo una generazione relativamente povera, vede nascere tra il 1795 e il 1805 Augustin Thierry, Vigny, Michelet, August Comte, Balzac, Hugo, Lacordaire, Mérimée, Dumas, quinte, Sainte-Beuve, George Sand, Eugène Sue, Blanqui e Eugénie de Guérin. Altre grandi generazioni sono quelle del 1585 in Spagna, del 1600-1610 in Francia, del 1675-1785 in Inghilterra, etc.”.

Una generazione di scrittori non appare prima che la generazione precedente non abbia superato, almeno generalmente la soglia dei quarant’anni. Tutto avviene come se la fioritura non fosse possibile che a partire da una base di equilibrio, quando la pressione degli scrittori sulla scena si affievolisce fino al punto di cedere alla pressione dei giovani. Una terza osservazione prende le mosse dalla precedente. Quando si parla di una generazione di scrittori, il dato significativo non può essere la data di nascita, e neppure quella in cui l’autore compie vent’anni. Non si nasce scrittori, lo si diventa; ed è raro che qualcuno lo sia diventato a vent’anni. 

L’accesso all’esistenza letteraria è un procedimento complesso il cui il periodo decisivo si situa in qualche momento intorno alla quarantina, ma è essenzialmente variabile: bisogna pensare a una zona d’età piuttosto che a un’età precisa.Così, giunto tardi alla letteratura, Richardson (nato nel 1689) è biologicamente contemporaneo di Pope (nato nel 1688) ma deve essere collegato alla generazione di Fielding (1707). E’ frequente che delle generazioni giovani comprendano dentro i loro ranghi un “pilota” più anziano degli altri: a livelli diversi, Goethe, Nodier, Carlyle hanno giocato questo ruolo. La nozione di generazione, seducente a prima vista, non è chiara. Potrebbe esser meglio sostituirla con quella di gruppo, più flessibile e più organica. Il gruppo è l’insieme di scrittori di tutte le età (benché prevalentemente di una determinata età) che, in occasione di certi avvenimenti, prende la parola, occupa la scena letteraria e, coscientemente o no, ne blocca l’accesso per un determinato lasso di tempo, impedendo alle nuove vocazioni di realizzarsi. Quali sono gli avvenimenti che provocano o permettono questa formazione di gruppi? Sembra che si tratti di avvenimenti di tipo politico che comportano un rinnovamento personale e di personale: cambiamenti di regni, rivoluzioni, guerre.
Per situare uno scrittore nella società è necessario informarsi sulle sue origini. Nei casi individuali, i biografi prende questo tipo di precauzione. Si è molto meno informati sui tratti collettivi di queste origini. 

E’ opportuno, qui, rendere omaggio allo psicologo britannico Henry Havelock Ellis che fu precursore in questo campo e che, dalla fine del secolo scorso, applicava un metodo statistico a quella che egli chiamava l’analisi del genio (A  study of british Genius, Londra, 1904). Degli studi di Havelock Ellis, è opportuno ricordare la ricerca delle origini geografiche e la ricerca delle origini socio-professionali. Si indica quindi la possibile influenza dell’ambiente e delle istituzioni -corsi, accademie, parlamenti, centri urbani, università – sulle vocazioni letterarie. Le ricerche che si intraprenderanno per descrivere questi fenomeni devono essere condotte con circospezione estrema, portando avanti l’analisi e la critica che tengono conto degli spostamenti, delle origini accidentali, e si può concludere che da una generazione all’altra, viene prodotta una concentrazione verso una zona media della scala sociale che costituisce ciò che potremmo chiamare “l’ambiente letterario”.

Ogni scrittore, al momento di scrivere, ha presente alla coscienza un pubblico, non fosse altri che lui stesso. Una cosa non è stata interamente detta se non è stata detta a qualcuno; è il senso dell’atto della pubblicazione. Ma si può affermare anche che una cosa non può essere detta a qualcuno (pubblicata) se prima non è stata detta per qualcuno. I due qualcuno non sempre coincidono (Cfr. Escarpit): E’ raro che lo facciano. Detto in altri termini, esiste un pubblico-interlocutore alle fonti stesse della creazione letteraria. Tra lui e il pubblico al quale si rivolge la pubblicazione possono esistere delle sproporzioni rilevanti. E’ il caso di Samuel Pepys che, nel suo “Journal”, non scriveva che per sé stesso – lo dimostrano le sue precauzioni stenografiche e crittografiche – ed era dunque l’interlocutore di sé stesso, ma che si è rivolto dopo la sua morte ad un immenso pubblico grazie agli editori che l’hanno pubblicato. Al contrario, il romanziere cinese Lu Hsun che, dal 1918 al 1936, pubblicava le sue novelle in raccolte o riviste, si rivolgeva soltanto ad una cerchia ristretta d’intellettuali o di militanti, scriveva per decine di milioni di Cinesi (i quali però hanno finito per comprenderlo, giustamente, il giorno in cui la rivoluzione trionfante gli ha fornito un editore alla misura delle sue intenzioni).
Il pubblico-interlocutore si può ridurre a una sola persona, un solo individuo. Quante opere universali sono state in origine solo messaggi personali? Di tanto in tanto la critica erudita riscopre questo messaggio contemporaneamente al suo destinatario e crede di aver spiegato del tutto l’opera. In realtà, ciò che bisognerebbe spiegare è come il messaggio, cambiando il destinatario (e talvolta il senso), abbia conservato la sua efficacia. In questa efficacia mantenuta risiede tutta la differenza tra un’opera letteraria e un documento qualsiasi. 


So che hai pubblicato anche all’estero, che differenze hai trovato?

Agli amici europei amo fare l’esempio del Festival di Poesia di Medellin, Premio Nobel, al quale sono stata ospite per l’Italia, qualche anno fa. Notte stellata, quaranta gradi: ci trovavamo in un maestoso anfiteatro atto a raccogliere circa tremila persone. Pieno come se dovessero esibirsi i Queen.

Ogni poeta invitato all’evento doveva leggere di suo e in lingua originale al pubblico, spiegare o farne spiegare il testo dai traduttori, interagire. Ebbene accadde qualcosa di (meravigliosamente) imprevisto: un paio di casse audio s’incendiarono, corto circuito, saltarono le luci. Da buona italiana pensai il tipico: “…azz…ora succede un casino”.
Ebbene, noi tutti i poeti dal palco vedemmo prendere vita tra gli spalti, uno ad uno, accendini e candele, telefonini… migliaia di piccole luci ciondolavano al ritmo delle urla del pubblico, che non dimenticherò mai: Queremos Poesia! QUEREMOS POESIA! (Vogliamo Poesia!).Mi vennero le lacrime agli occhi dalla commozione. Autentico amore per Arte eCultura e, soprattutto, un profondo, raro rispetto per quanti nel mondo, e davvero, le fanno.
Grande lezione – umana e professionale – per noi europei divorati da superbia e individualismo.

Il terzo mondo è qui, amici miei.


Mi attengo ai dati statistici che circolano in rete, prendiamoli per quello che sono, però sembra che gli italiani non leggano o se leggono si fermano ai grandi nomi internazionali o a libri decisamente commerciali come quelli delle giovani influencer del momento. Secondo te perché?

Grazie per aver imboccato l’impervio sentiero che porta a ruolo e operato degli ‘intellettuali’ in Italia. Una domanda – retorica – da fare al Lettore italiano tipo potrebbe essere: “Ma lei è sicuro di saper davvero distinguere quanti vengono proposti (imposti) dai Media come ‘intellettuali impegnati’ da un vero intellettuale?.” 
Del resto è facile ingannare una massa inconsapevole, plagiata da decenni di formattazione mediatica. 
Pensiamo, ad esempio, al largo seguito di un Roberto Saviano. Nome lanciato da Mondadori in prima pubblicazione e nonostante autore sconosciuto, senza gavetta o talento. Denunciato a più riprese per plagio, eppure ‘protetto’ costantemente, dettaglio non di poco conto, dai Media nazionali. Curioso personaggio – non a caso utilizzo il termine ‘personaggio’ – costruito a tavolino dal commercio editoriale. Circondato da, a suo dire, cinque ‘guardie del corpo’, pare che sovente dorma nelle caserme della polizia; meticoloso nella boutade socio-politica di turno.
Il ragazzo indubbiamente sfrutta l’emozione del pubblico come tecnica per provocare un corto circuito sull’analisi razionale quindi sul senso critico del lettore/ascoltatore medio.
In questo video, curato dai Gruppi militanti dell’Antimafia, numerosi ragazzi israeliani rispondono ai suoi exploit a tema:
https://www.youtube.com/watch?v=FZJESKXOSHs

Come non ricordare il giovane Vittorio Arrigoni, reporter oltre confine, assassinato in Palestina in circostanze ancora da chiarire? In questo video Vic risponde a modo suo al nostro aspirante intellettuale:
http://www.youtube.com/watch?v=NBgI_QWgXaI&feature=youtu.be

Ancora, potremmo parlare di un Travaglio o di un Santoro, di una Concita de Gregorio… .
Per rendere un intellettuale ‘credibile’, oggi, basta pubblicare settimanalmente un trafiletto sui quotidiani nazionali più venduti?
E se dico che i maggiori quotidiani nazionali, essendo finanziati dallo Stato (paradosso esistenziale: lo Stato siamo o dovremmo essere tutti noi… ma oggi, in Italia, esiste un’idea di Stato, di Patria?), mai pubblicherebbero un’informazione non voluta (filtrata) dal Governo di turno?

Una parentesi interessante. Voglio darvi alcuni dati riportati recentemente dal rapporto di Save the Children “Illuminiamo il Futuro 2030 – Obiettivi per liberare i bambini dalla Povertà Educativa”.
Nel Sud il 48,4% dei minori non ha letto neanche un libro nell’anno precedente, il 69,4% non ha visitato un sito archeologico e il 55,2% un museo, il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva. La metà delle scuole è priva di un certificato di agibilità e/o abitabilità, il 54% degli edifici non è in regola con la normativa anti-incendio, il 32% non rispetta le norme anti sismiche. A Sud e nelle isole, la percentuale di adolescenti che non consegue le competenze minime in matematica e lettura raggiunge rispettivamente il 44,2% e il 42%, con un picco estremo in Calabria (46% e 37%).

La lettura è indispensabile per crescere, comprendere, per cambiare visione dell’esistenza. Ma siamo sicuri che un lettore sappia distinguere la buona lettura dal puro commercio editoriale?.
Soprattutto nel Sud, una parte troppo ampia degli adolescenti è priva delle competenze necessarie per crescere e farsi strada nella vita: più di 1 minore su 10 vive in condizioni di povertà estrema e aggrava e consolida, come in un circolo vizioso, le condizioni di svantaggio e di impoverimento già presenti nel nucleo familiare. Povertà economica ed educativa si alimentano reciprocamente, trasmettendosi di generazione in generazione.
Censura dei testi scolastici: addirittura cancellazione, dai piani di studio, di nomi tra i più validi e riconosciuti della Letteratura mondiale, rappresentanti del pensiero puro. Privatizzazione dell’istruzione, uno dei diritti fondamentali dell’Uomo, ogni Uomo.
Nulla è meglio, per il Sistema, dell’ignorante: chi si renderà conto della profonda ignoranza del Sistema, della sua pericolosità?

Ora, un intellettuale può essere e dirsi ‘apolitico’ e ‘acritico’?
Ricordo che una prima definizione di politica fu data da Aristotele che la legò al termine “polis”, in greco la città, comunità dei cittadini: secondo il filosofo significava la gestione della “polis” per il bene di tutti, la deliberazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini possono e devono partecipare.
L’ aspirante… intellettuale che non prende una chiara posizione politica in realtà ha già una posizione e promuove comunque una politica, e non è quella di quanti necessitano sostegno, presa di coscienza.
È poi lecito domandarsi, ed è nuovamente domanda retorica questa mia, se i pensanti con malizia – opinionisti cafonalspopolari da best seller indotto – siano peggiori dei non pensanti per pigrizia.
Sicuramente inutili, lasciatemelo dire, ad una Società come l’attuale nazionale, traviata da tempo ed eventi.

Ritorno alla Tua: in un’Italia votata a corruzione strutturale e analfabetismo funzionale, secondo le ultime statistiche quasi l’80 per cento degli italiani è analfabeta: legge, guarda, ascolta ma non capisce. Venti anni di lavoro nella scrittura mi hanno insegnato che in letteratura, come in quei premi letterari e case editrici legati a una politica editoriale di consumo, a un traffico di influenze e di favori; la selezione o l’esclusione di nomi gioca sulla docilità, sull’assenza di libertà e critica, l’adulazione, sull’utilizzo di prestigiosi artifizi con tecniche pubblicitarie e mediatiche mirate.

Il ‘trotismo’ opposto alla meritocrazia è quel fenomeno, lapalissiano in tutti i campi, al quale ci si è adattati senza rendercene conto: una formattazione decennale inconscia sfociata nella tolleranza e la rassegnazione, nel fatalismo acritico. Negli ultimi 15 anni in troppi, tra autori e lettori, hanno creduto che la via giusta per il boom di un libro fosse quella del ‘bussare’ e ‘ribussare’, del favore all’amico dei salotti buoni.
A costo di andare controcorrente voglio pensare che un nuovo senso di dignità debba partire in primis dallo stesso autore. Parlo di autore ‘di provato talento’, chiaro.

In un mondo plagiato dal consumo, anche il prodotto libro dovrà essere costruito su e per un valore economico, con una critica ‘raccontata’ da scrittori politicamente corretti. E’ narrativa mordi e fuggi da marchetta, dove i premi letterari promossi dalle case editrici più note al fine di lanciare i propri libri, andrebbero in realtà dati a certi editors che, sulla base dell’ insipido talento e l’acriticità dell’autore di turno, mescolano i mesti ingredienti a disposizione fino ad ottenere quella pozione magica che, in realtà, è sempre la stessa: il libercolo già best seller, la serva-principessa del nichilismo.

Le possibilità di guidare, governare dal politico, culturale e territoriale, rappresentano porta aperta per le Istituzioni-Stato che vivono di corruzione. L’asfissiante situazione attuale deriva da un modo perverso di esercitare proibizioni nell’essere umano, dal persuaderlo affinché durante tutta le sua vita non vada a rompere – e neppure ci pensi – gli schemi prestabiliti, imposti. Essere umano che semplicemente non pensi oppure pensi, se proprio deve, il già pensato. La corruzione resta un problema culturale.
C’è da dire che mentre Berlusconi acquistava Mondadori e la galassia delle consociate, la Feltrinelli, di segno politico opposto, nel 2008 cominciava a plasmare la più grande rete di librerie a catena acquistando anche uno dei maggiori distributori italiani: PDE (Promozione Distribuzione Editoria).
Questo ha significato e ancora significa la progressiva scomparsa delle librerie indipendenti, l’affermazione dei soli titoli a larga tiratura (imposta e, sappiamo, spesso a scapito della qualità),
significa il circolo vizioso degli spazi venduti nelle librerie a catena: compra spazi chi ha più denaro, quindi la nota casa editrice in grado di garantire l’ alta tiratura al libro pubblicato.

Purtroppo parecchi lettori ancora credono seriamente di acquistare un libro promosso del partigiano Giangiacomo Feltrinelli, o dagli antifascisti Giulio Einaudi e Valentino Bompiani… .

L’ideale società acritica è un prodotto dell’era dell’informazione unipolare. In realtà ai lettori ed aspiranti tali, oggi, si arriva comodamente e facilmente: case editrici di rilevanza politica impressionante, influenti sulle opinioni individuali, sul popolino intellettualmente e culturalmente più debole.
La Volontà di Potenza lusinga e compra l’attenzione di giornalisti e recensori appartenenti alla defunta critica letteraria: scambi pubblicitari della casa editrice con la testata che pubblicherà l’articolo sul ‘grande libro’, ‘grande quotidiano’ che appartiene alla ‘grande casa editrice’ con l’editore che indica il proprio giornalista di riferimento a cui affidare l’articolo.
E’ la politica del best seller imposto, della narrativa del Bancomat. Quando il lettore-consumatore acquista, convinto di aver scelto liberamente, il best seller  pluripubblicizzato, vincitore dell’importante premio letterario, in realtà è già stato consumato: felicemente eletto dalla politica editoriale. Ma la Letteratura, per fortuna, è altro: Oltre noi, Tempi ed Eventi.

Chiedetevi perché un autore sconosciuto, senza gavetta né talento pubblica da un giorno all’altro con la Grande Casa Editrice, o con la Media Casa Editrice che funge da spartitraffico alla Grande Casa Editrice. Chiedetevi perché lo stesso autore vince il Grande Premio Letterario, o quel Medio Premio Letterario che funge da spartitraffico al Grande Premio Letterario, quindi al set del film tratto dal Grande Premio Letterario.
Premi letterari come “campo di battaglia” delle case editrici: tutti già sanno, e da subito, chi sarà il finalista, a chi spetterà lo scettro.
Sistema perverso, dove le stesse case editrici che propongono i libri in concorso, hanno il controllo dei giurati. Premi letterari simulacri di finzione con una meccanica che risponde all’etica del commercio, disconosce i valori di estetica e critica pura.
Agenti letterari, giornalisti che lavorano per la nota rivista che appartiene alla nota casa editrice, e che quindi recensiranno costantemente solo i libri proposti loro da chi fornisce loro lavoro.
Promozione gratuita, interviste costanti all’autore vincitore del noto premio.
Ancora, chiedetevi perché articoli a firma dell’autore insipido prendono ad apparire sulle maggiori testate nazionali, perché lui stesso apparirà – imposto – come ‘opinionista’ di lusso in TV (ancora non riesco ad afferrare, perdonatemi, l’utilità sociale di un opinionista), chiedetevi perché numerose recensioni del libro, solo ottime critiche letterarie fioriscono ciclicamente sui maggiori quotidiani e settimanali editi dalla stessa nota casa editrice.

Più pubblicità appare attorno al libro idiota e alla… Diva del Verso, più occorre chiedersi un perché.


Sempre stando nell’ambito dei dati statistici, sembra che in Italia escano circa 100 titoli di libri al giorno, tra editi e self-publishing… possiamo affermare che gli italiani scrivono di più di quello che leggono? E se sì, secondo te, perché?

C’è una mia storiella che, spesso, amo raccontare agli allievi del mio Laboratorio di Scrittura, e agli amici. Parlo di chirurghi e giardinieri felici. In una sala operatoria si sta intervenendo chirurgicamente su un paziente che è un mio carissimo amico, a cuore aperto. Io lavoro come giardiniere e amo, adoro i fiori e quei colori accesi, i profumi che stordiscono e mi distraggono dal resto. Cosa è la Vita, se non bellezza? Ora mi monta l’angoscia, la paura: ho paura di ciò che non conosco. Spio l’intervento oltre il vetro della sala, c’è un piccolo oblò che mi permette di farlo. Prima dell’inizio dell’operazione, gli infermieri mi hanno fatto indossare il camice verde di prassi, ho ricoperto le scarpe, ho i capelli nascosti da una cuffia.
Tutto è sterile attorno a me, ovvio che debbo esserlo anche io. Guardo ciò che avviene nella sala e attorno al corpo: luci e monitor, flebo e lettino, attrezzi da chirurgo, sento Mozart in sottofondo, vedo l’avvicendarsi di medici e assistenti, mani passano a mani, partecipo con commozione all’intervento e m’immedesimo, lo faccio per ore, brontolo contro i medici perfino, per la lunga attesa.
Eppure mai, nonostante l’emozione, spalancherei quella porta per entrare in un luogo – sacro, in quel momento è sacro! – Che non mi appartiene se non per sentito dire o letto o sognato o… . Mai mi permetterei di togliere dalle mani del chirurgo il bisturi per ‘rivestirmi’ della sua professionalità (“Se ci riesce lui posso farlo anche io”) quindi continuare in sua vece ad intervenire chirurgicamente sul paziente. Semplicemente perché farei morire quel paziente.
Perché al di là la mia buona volontà, degli studi fatti oppure no, di cultura e ipotetica bontà io non sono un chirurgo. Esistono dei confini che non vanno oltrepassati e che vanno difesi; spesso anche dalla buonafede dei più. Sei una brava persona amico mio, ma il chirurgo non sei tu e qui è a rischio una vita.
La Società italiana ha già da anni oltrepassato la soglia del rischio: piange lacrime di sangue e l’ignoranza non aiuta il popolo (la massa dei ‘trascurabili’ di Arthur Machen) a difendere i propri diritti. Le file di intere famiglie – di italiani – alle mense Caritas rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.
Arte uguale Vita. Se, nonostante la realtà, c’è ancora chi vuole fermarsi fuori dalla sala operatoria per prendere un caffè o guardare l’intervento in corso per me non rappresenta un problema, e non voglio interessarmi ai motivi; ognuno è libero di fare ciò che vuole, della propria esistenza.
Ma si lascino lavorare i chirurghi.


Qual è il tuo autore, o autrice, preferito?

Tanti, troppi per citarli in poche righe. Mi muovo attraverso i classici della letteratura mondiale, quindi della filosofia.


Cos’è secondo te l’amicizia?

Una forma di amore. Un fiore che sboccia ogni volta che torniamo a visitare il suo giardino.


Se tu fossi il Ministro che deve decidere cosa fare per risollevare la cultura in Italia, qual è la prima cosa che faresti?

Si narra che alle pendici del Lago di Nemi, sui Castelli Romani e nel bosco sacro in prossimità dell’altare romano, crescesse isolato un albero intoccabile vegliato, con una spada, dal Sacerdote del Tempio della Dea Diana, la Diana dei Boschi.

Un quadro di William Turner, ‘Il Ramo d’Oro’ (1834, olio su tela), riporta, con stile volutamente onirico, il maestoso paesaggio col suo piccolo lago, anche detto lo Specchio di Diana. Lago come porta verso un’altra dimensione dunque: i confini fra reale e irreale si confondono, trasfigurano, kairos kronos si sovrappongono.

Il Sacerdote guardiano era il ‘rexnemorensis’; lì a presiedere simbolicamente al ciclo infinito di morte e rigenerazione della vita. Era destinato a vegliare notte e giorno ché un altro uomo, leggenda vuole che fosse uno schiavo fuggiasco, avrebbe potuto ucciderlo utilizzando un ramo spezzato dall’albero sacro. Fronda fatale a rappresentare quel Ramo d’Oro che, per ordine della Sibilla Cumana, Enea coglie prima di affrontare il periglioso viaggio nel mondo dei morti.

Lo schiavo doveva raffigurare Oreste e la sua diserzione, il combattimento col sacerdote (già assassino a sua volta) pare che fosse una reminiscenza dei sacrifici umani offerti alla Diana Taurica. Trovo interessante rilevare che per l’etnologo James Frazer il ramo d’oro è un ramo di vischio. Il vischio infatti, sacro agli antichi e pianta parassita, seccando diviene dorata; non appartiene né alla terra, né al cielo, perché cresce su un’altra pianta, quercia o leccio.

La quercia in greco antico è δρῦς, -υός, ἡ , dove drus Ã¨ l’albero per eccellenza, come scrive il filologo Adolphe Pictet in una nota dell’ Alchimia-Studi diversi di Simbolismo Ermetico e di Pratica Filosofale di Eugène Canseliet.

Se lo schiavo fuggitivo riusciva nell’intento di assassinare il Sacerdote, sarebbe succeduto al trono fino a che, a sua volta, non avesse subito identica sorte.
Avrebbe comunque, tramite forza e astuzia, alimentato il ciclo; garantito continuità alla tradizione.

Ora l’Istruzione, che vedo come apostolato, deve tendere ad un saggio incremento della divulgazione e, pertanto, a correggere in chi la riceve (così come in chi la impartisce) i propri contegni nonché gli atteggiamenti. I passaggi congeniti alle trasformazioni informazione-sapere-conoscenza devono essere progressivi, sequenziali: si conquistano gli strumenti di lavoro e, soltanto in seguito, si lascia spazio alle interpretazioni soggettive di ogni allievo.

Ma vi sono dei confini etici, morali e filosofici che non autorizzano a trattare qualsiasi argomento, innanzitutto laddove questi ultimi possono turbare le coscienze degli studenti e disincentivare l’eterno viaggio verso la Conoscenza, ché l’Universo mi comprende come un punto, ma io soltanto da punto, posso comprenderlo.

Lo studente deve sapere orientarsi nella ricerca delle buone informazioni attraverso ogni Fonte a disposizione, e deve inoltre saper tramandare in modo incorrotto i contenuti acquisiti (Informazione); eppure credere non è conoscere, non è sapere. Credere vuole essere solo un atto di fede nell’altrui conoscenza.

Sappiamo che il rapporto insegnante-allievo consiste soprattutto in uno scambio premuroso, fraterno e indulgente, comunque considerando che  la conoscenza esperita è intrasmissibile, e che comunione non significa annullamento o annichilimento dell’individualità dell’allievo. Non è duello incessante tra Rex nemorensis e schiavo pronto a succedergli; sì è spada che passa, Ã¨ testimone.

Lo scambio deve avere luogo in assolute Libertà e Comprensione, senza imbarazzo da parte dell’allievo e, soprattutto, senza paure di venire giudicato e che quindi questo… giudizio, possa interagire in un modo o nell’altro nel risultato scolastico finale ché gli… astrattismi hanno la cattiva abitudine di farsi ombra in una stanza al buio; tenebra a cui soltanto la nostra immaginazione riesce – e vuole – dare forma.
Concetto astratto come il pettegolezzo, fantasma fugace che inquina le menti non coltivate a dovere. 


Qual è il rapporto con la tua terra: la Sardegna?

Penso spesso ad una vicenda che riguardò la Sardegna, quindi il resto d’Italia, nei primi anni 2000. Ricordo la storia di ‘Matheu’ Boe, leader dell’Anonima nuorese implicato in tristi casi di sequestro di persona. Una storia, quella del Boe e su sua stessa ammissione, “Sulla refrattarietà al potere costituito, con momenti di ortodossa aderenza politica e altri di puro ribellismo”. L’uomo si trova in carcere quando il 25 novembre 2003 a Lula, suo paese d’origine, la figlia maggiore Luisa Manfredi, studentessa di 14 anni, viene chiamata con una scusa fuori dalla casa di famiglia. Sono le 18.30; è buio. Luisa risponde affacciandosi dal balcone, la ucciderà un unico colpo di fucile calibro 12. Si parlò di faida, di regolazione di conti. Il Boe apprese dell’assassinio della figlia dai telegiornali, non gli si rilasciò permesso speciale per assistere ai funerali della figlia. La moglie del Boe, e madre, indurita da rabbia e dolore condivisibilissimi; prese a rilasciare, e a catena, rivelazioni a tema attraverso i media: “In paese tutti sanno chi ha ucciso mia figlia”.
Intanto, nel suo paese, la donna veniva tacciata come ‘esaurita’, ergo persona alla quale non dare credito: il Sindaco in carica, Maddalena Calia, tentò di affondarla tramite titoloni sulle testate regionali: “(la donna, N.d.A.) Rappresenta uno scandalo per l’intera comunità”, “Qui la gente se non parla è perché non sa”, “La signora è sconvolta e non sa quello che dice”.
Si parlò spesso, e non soltanto a Lula, di una madre “Isterica” e reietta, “Non amata da suo marito”. Insomma, di tutto e di più venne sparato al fine di gettare discredito su una madre e moglie già morta, affinché la parola ‘omertà’ non oltrepassasse la dura coltre di nebbie dell’isola.
Ceppo bastardo, il mio sardo, soavemente guastato dall’ombra di ancestrali campanili, da un meticciato senz’anima. Nonostante potature feroci, frequenti e gli incroci dettati dalla vita, continua a rimanere marcio in quelle radici che disconosce.
La donna, ovviamente tutt’altro che pazza e sebbene isolata, ribadì a lungo i suoi nomi; stava nella pesante atmosfera politica creatasi a seguito delle elezioni della Calia, dopo più di dieci anni in cui il Comune era rimasto commissariato, la causa prima dell’omicidio di Luisa.
E stava nella limitata oculatezza degli investigatori l’insuccesso delle indagini. “Limitata oculatezza” perché si trattava di indagare sulla figlia di un fuorilegge o… ?
Del resto chi, più della Manfredi, poteva sapere con certezza? E in un paese di meno di duemila abitanti è assai improbabile che accada qualcosa senza che nessuno se ne accorga. Pure sappiamo che, in certi luoghi, chi parla rischia la vita: in assenza di una garanzia di sicurezza per la persona risulta complesso, se non impossibile, trovare un testimone.
Dunque nemmeno l’assassinio di una minore, innocente sulle traversie del padre, poteva – e può – modificare un ceppo guasto, quell’antico sentirsi in colpa davanti alla figura di un carabiniere, anche senza valido motivo.
Il silenzio non è coraggio amici miei… l’omertà non è MAI coraggio, non è difesa e unità nelle genti, non rappresenta ‘svergognare’ il proprio luogo. E’ molto peggio; è qualcosa di più strisciante, subdolo, si nasconde dietro le tende chiuse di certe nonne già capi clan, ritorna nel sapere da bar di oggi, in un parroco, un medico o l’avvocato che tutto raccolgono dal gregge, ma non possono.
O non vogliono.
E’ vittima che si fa carnefice: omertà è volontà di uniformità, gregge e indifferenza ché, tanto, non è toccato a me e quanti dicono il contrario lo fanno perché la vigliaccheria è calda e trasparente; invisibile, corre nuda e inosservata.
Il più grande nemico dei sardi resta il sardo stesso: un’isola invisibile è terra che non esiste, così come i suoi abitanti.Occorre essere degni della meravigliosa Terra che ci ha partoriti, antica e pura, aspra: l’omertà non fa MAI un uomo degno, per sé e per gli altri che lo circondano.


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Ritengo importante, nella Vita, imparare a camminare a piedi nudi. Soltanto in questo modo, cadendo e rialzandoci, cadendo ancora, saremo in grado di apprendere l’importanza del volo, se volo ci sarà. Un volo che si faccia comune, per un Bene più alto, affinché non si sia passati sterilmente sulla terra. Siate voi stessi, sempre.

Grazie di cuore, Fabio.