Crea sito
Fatto coi piedi

Fatto coi piedi

di Marinella Giuni

Ironia nel titolo a parte, è con i piedi  che possiamo raggiungere i risultati migliori.
Alla fine benché il luogo comune delle cose “fatte coi piedi” rimandi ad una realizzazione di qualità scadente, basta fare – appunto – un passo indietro per comprendere che non è affatto così.
Camminare è  un piacere semplice di cui si può godere per fortuna senza fare troppi sforzi: un piacere che a qualcuno per varie ragioni può essere precluso ma che in generale è talmente abbordabile da dimenticarcene.

E voglio iniziare a farlo con i versi di un poeta che amo molto, Eugenio Montale.

“Felicità raggiunta, si cammina
Per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che si incrina…”

La superficie è pericolosa, non ci fidiamo. Non sappiamo dove mettere i piedi. Forse anche la felicità raggiunta è pericolosa?
Nonostante il barlume stia vacillando continuiamo a mettere un passo davanti all’altro.
Questo diventa il nostro dovere: il coraggio di continuare a camminare come sul filo di una lama, senza smettere.
Ma stiamo camminando tutti allo stesso modo? Che ricordo abbiamo del nostro camminare?

No. Non credo che camminiamo tutti allo stesso modo, metaforicamente e nella vita reale. Possiamo andare dritto per la nostra strada e non voltarci indietro, perché abbiamo ben chiaro il nostro scopo e dove vogliamo andare.
Ma possiamo anche andare piano , facendo attenzione ad ogni attimo del nostro cammino senza sprecare nulla dell’allegria solitaria che accompagna ogni  piccola conquista.

Ma da dove verrĂ  il nostro stile, nel camminare?
Possiamo provare a ricordare i nostri passi bambini, per saperlo.
Lo stile potrĂ  essere cambiato nel tempo e nella nostra vita ma in fondo saranno stati proprio quei passi – circospetti e avveduti oppure  impavidi e sprezzanti nel cortile di casa – a rivelarci come stiamo ora camminando nel mondo!

Perché, pur se non ci pensiamo o ci facciamo caso, il momento in cui da soli ci stiamo staccati ed abbiamo cominciato ad appoggiare i nostri piedini non sempre è documentato.
Almeno, per quelli della mia generazione, l’idea è che c’è sempre stato qualcuno che ha festeggiato il nostro traballante esordio; oggi la passione ed il culto per i filmati sicuramente rende maggior ragione alla memoria storica!

Quando all’improvviso ci accade di stare in piedi ci dimentichiamo persino di un’altra attività di base essa pure primaria: mangiare. L’attività che ci ha visti impegnati ancora prima di nascere.

Ecco, dunque. Perché parliamo di piedi, di camminare?

Intanto perché è un atto dove c’è della filosofia e poi perché risulta oltremodo affascinante sapere che non ne abbiamo un ricordo nitido, non è un’esperienza lucida.
Come altre forme della conoscenza diverrà qualcosa di perduto, sepolto nel nostro inconscio, che all’improvviso sotto forma di un ricordo tornerà a noi connesso a gesti che, nel futuro, probabilmente ci faranno essere tenaci camminatori o irriducibili sedentari.

 Camminare è un po’ filosofare, perchĂ© si pensa. E se saremo così accorti da chiedere al nostro camminare di stancarci, di darci libertĂ , di darci solitudine ecco che avremo giĂ  cominciato anche noi a gustare quei sentieri e quei panorami che sono riservati solo a chi pratica l’arte dell’attenzione.

Magari cominciando a riflettere sul perché ed il percome del nostro trovarci nel mondo, a camminare.
Perché su un cammino e non su un altro e ancora ad interrogarci su qual è la fine o il fine del nostro cammino.

Nel crogiolo filosofico, come nel camminare, non si va tutti dalla stessa parte. Si precede, si ritorna, si sosta, si mietono consensi oppure no e poi si riprende la strada.
Ed è proprio la strada che si presta alla metafora: la strada è luogo del possibile, dell’incontro, del dubbio, dell’attenzione. Ed a questo punto siamo già un po’ filosofi, senza saperlo!