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Giallo Erba, Milano 1843

Giallo Erba, Milano 1843

Recensione libro

“Entrai nella libreria e aspirai quel profumo di carta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare”. 

(Carlos Ruiz Zafón) 

Inizio così, con questa frase di Carlos Ruiz Zafon, la recensione del libro “Giallo Erba, Milano 1843” di Paolo Saino edito da “Leucotea”.

“Giallo erba” non è solo un romanzo giallo ambientato nella Milano del 1843, il profumo che emana si sviluppa in ben tre piani di lettura differenti:

  • La storia gialla in sé.
  • La ricostruzione della Milano del tempo, in cui ritroviamo le carrozze, gli abiti, i personaggi realmente esistiti, i mestieri, l’architettura, i navigli, il dialetto, i luoghi e la lingua.
  • La storia del Risorgimento Italiano raccontata in modo indiretto.

Per questo motivo il romanzo di Saino, oltre ad essere scritto in maniera magistrale, può essere considerato a tutti gli effetti come uno strumento di divulgazione culturale.

Paolo Saino

Nato a Novara nel 1948, Paolo Saino si trasferisce presto con la famiglia a Stresa, dove cresce. Diplomatosi, si sposta a Milano per proseguire gli studi. La grande città gli offre possibilità di amicizie, di frequentare teatri e biblioteche, di avere contatti con persone interessanti.
Svolge il servizio militare in qualità di ufficiale presso il Reggimento Artiglieria a Cavallo, allora di stanza a Milano nella caserma Santa Barbara, inizia a lavorare in una multinazionale dell’informatica, dove sviluppa le proprie potenzialità organizzative e dove rimane fino al 1996. Prosegue tuttora la sua attività lavorativa in qualità di consulente, formatore e Auditor.
È sposato dal 1973 con Cecilia e ha due figli: Greta, medico chirurgo e Pietro, film maker.
Appassionato di letteratura e di storia del Risorgimento, ha scritto numerosi brevi testi su quest’ultimo tema, frutto degli studi da autodidatta e della frequentazione del Museo del Risorgimento di Milano, della sua biblioteca, dell’Archivio di Stato e della Biblioteca Ambrosiana.


Tra le sue pubblicazioni si ricordano:
“Gli ultimi patrioti” (Altromondo Editore – 2017), un romanzo storico che narra della lunga e fortunata vita di un suo supposto avo lungo tutto il Risorgimento “Giallo carbone – Milano 1833” (Leucotea Edizioni – 2018), “Giallo erba – Milano 1843”  (Leucotea Edizioni – 2019) tutti gialli storici ambientati nella Milano risorgimentale, oltre a “Zecchini e l’erba del diavolo”, un racconto scaricabile gratuitamente (almeno per tutto gennaio 2020) dal sito dell’Editore Leucotea (nella casella di ricerca basta digitare Zecchini e cliccare poi sull’immagine della copertina del racconto).

PRESENTAZIONE di Giulio Alberoni

Riporto la presentazione del noto scrittore Giulio Alberoni.

“Quando a Milano si parlava in dialetto, e ci si muoveva in carrozza. Quando gli uomini erano prudenti nelle espressioni, decisi nelle iniziative, riguardosi nei rapporti sociali. L’eco, il ricordo di un mondo che forse abbiamo visto, forse possiamo immaginare, certo ci suona familiare. E, a differenza delle situazioni contemporanee, criminali decisi e audaci, ma velati dal comportamento irreprensibile. Un viaggio in una situazione tragica, avvincente, emozionante, e in un universo che ricalca e ricorda l’immaginario che abbiamo delle nostre nonne, dei nostri bisavoli, di quel passato serio, composto, vivace, nascosto, deciso, scandito nei tempi e nei riflessi criminali, che tutti noi possiamo immaginare, pensando a Milano come luogo del crimine. Un crimine comune, prima che la mano nera, o la mala trasformassero, con automobili, mitra, ed il mondo moderno, un universo che – quanto a criminalità – non aveva nulla da invidiare a moltissime situazioni contemporanee. Velocità di azioni, improvvisi mutamenti di agire e di scena, donne dall’antica saggezza o dalle modernissime grazie usate come strumento di potere e conoscenza. Non manca nulla a questo lavoro interessante, ma soprattutto, avvincente. Neanche le forze dell’ordine delineate con ritratti precisi e suadenti, e le giovani leve timorose e insieme audaci e intuitive. Da leggere d’un fiato, e poi riguardare per ritrovare Milano.”

Giulio Alberoni

Gli stati italiani nel 1843

PRESENTAZIONE di Giovanni Carosotti

Completo questa recensione con la presentazione di Giovanni Garosotti, professore di Filosofia e Storia al Liceo “Virgilio” di Milano.

“Il nuovo romanzo di Paolo Saino, ambientato come i precedenti in epoca risorgimentale, è il secondo di una serie: identico il protagonista del romanzo precedente, il commissario Zecchini, alla prova con una nuova indagine; i tratti psicologici del personaggio già conosciuti dal lettore, così come consueta risulta l’ambientazione milanese. Una scelta, quella di creare un personaggio che è facile immaginare protagonista di future avventure, di carattere eminentemente letterario. Tale conclusione rischia però di essere un’ingenua rassicurazione interpretativa, poiché stride con la personalità dell’Autore, scrittore sì, ma a partire da un’irrinunciabile passione per la ricerca storica, senza la quale non sarebbe probabilmente neanche sorta in lui l’esigenza di esprimersi per via letteraria. Niente di più lontano dai propositi di Saino è infatti usare la storia come esercizio virtuosistico per rendere maggiormente coinvolgente una trama. E rimaniamo convinti che, attraverso i suoi racconti, egli voglia proprio indurci a riflettere sul Risorgimento e, contemporaneamente, sull’identità italiana, come ancora si rispecchia nella società complessa dei nostri tempi e nell’attuale drammatica fase storico-politica. Eppure la Storia sembrerebbe in Giallo erba rivestire un ruolo marginale, forse per un prevedibile esaurimento degli argomenti disponibili, ma anche per la scelta di una maggiore concentrazione sia dei luoghi sia dell’orizzonte temporale. Tanto più che la data in cui si svolge la vicenda, il 1843, non sembra particolarmente significativa. Invero, nelle brevi note introduttive, Saino ci informa riguardo due eventi riferibili a quell’anno: i lavori della Stazione della ferrovia Ferdinandea da una parte, e la pubblicazione del Primato morale e civile degli Italiani di Vincenzo Gioberti dall’altra. Ma potremmo anche citare la prima rappresentazione presso il Teatro alla Scala de I Lombardi alla prima Crociata di Giuseppe Verdi, con cui si aprono le pagine del romanzo. Non incontriamo altri fatti storici eclatanti; i riferimenti all’agitazione politica paiono avere una semplice funzione strumentale, perché sviano le indagini dall’effettivo movente, e permettono di percepire un clima politico e culturale –vissuto intensamente nella quotidianità di chi occupava funzioni istituzionali- in cui la minaccia della “sovversione” e la tensione indipendentista coinvolgeva anche le personalità agiate che nulla avevano da chiedere in merito alle riforme sociali. E invece, la Storia è ben presente anche in quest’ultima opera; i personaggi ancora una volta, com’era accaduto in Giallo carbone, incarnano a loro modo una determinata maniera di esprimere la coscienza e il carattere nazionali, e immediatamente implicano uno sforzo interpretativo di carattere storiografico senza il quale la trama si ridurrebbe a semplice esercizio di stile.

Abbiamo già fatto riferimento alla continua tensione, al clima di sospetto e censura che si respirava nella società milanese del tempo. Tale impressione di un equilibrio sociale apparente, sempre sul punto di rompersi, è funzionale a comunicare una delle principali convinzioni storiografiche di Saino: il Risorgimento costituisce un processo unitario, che dai vacui e ingenui sforzi dei carbonari (Giallo carbone) prosegue con continuità in proposte politiche pur divergenti, a prima vista in aperta contraddizione con quanto le ha appena precedute, ma che trovano legittimazione in quell’aspirazione all’unità nazionale che inevitabilmente percorreva l’intera penisola. Anche nei periodi apparentemente di maggiore tranquillità, infatti, si verificano trasformazioni strutturali decisive e vengono elaborate riflessioni politiche destinate a inverarsi negli eventi insurrezionali degli anni successivi. Ed è qui che entrano in gioco sia Gioberti sia Mazzini. Le due personalità sono spesso richiamate attraverso periodici inserti, che sembrano spezzare la trama del racconto ma che invece ne spiegano le dinamiche, e rivelano la complessa personalità del commissario Zecchini. Mazzini e Gioberti, i cui programmi politici saranno sostanzialmente sconfitti dall’azione cavouriana, sono coloro che teorizzano e avvertono in profondità –ben più del realismo di Cavour stesso- la presenza di una coscienza nazionale diffusa e la necessità di alimentarla per legittimare in modo permanente il processo unitario. Poco conta –da questo punto di vista- che l’uno la individuasse nella fede cattolica diffusa e l’altro in una religiosità immanentistica di derivazione romantica; sia le azioni della Giovine Italia, che tanto preoccupano il commissario Zecchini (il quale ne coglie la novità sul piano del coinvolgimento popolare), sia la pubblicazione del Primato, testimoniano di una tensione che conoscerà ancora concrete (e all’epoca apparentemente irrimediabili) sconfitte, ma destinata a non spegnersi e a raggiungere i propri obiettivi.

Se ne accorge proprio il commissario, che è ben lontano dal rappresentare una sorta di ottuso esecutore, che non si rende conto di agire contro gli interessi del proprio popolo; si tratta in realtà di un personaggio tragico (un po’ come Antonio Salviotti, il celebre accusatore di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli) e, a suo modo, dotato di una contraddittoria moralità, tra la fedeltà alle istituzioni e alla legalità e le tensioni della storia che percepisce intorno a lui. Durante la lettura costante dei documenti sovversivi, o nei dialoghi con l’immancabile Guenzati, egli non riesce a nascondere la propria ammirazione per coloro i quali combatte, e anche a percepire l’inevitabile riuscita dei loro ideali. Certo, nel romanzo la capacità di Mazzini, il quale «desidera entrare nel cuore del popolo»,  viene contrapposta al velleitarismo di Gioberti; pure il suo richiamarsi al cattolicesimo rappresentava un tentativo di comunicare alle coscienze degli uomini, al fine di  coinvolgere lo stesso ceto contadino, colpevolmente ignorato da Mazzini, nella nuova comunità nazionale da costruire. In ogni caso, sulla base dei tre romanzi sino a oggi pubblicati, mi sento di affermare che Mazzini rimane il vero nodo irrisolto per Saino, nel senso che, tra le figure del Risorgimento italiano, è quella il cui pensiero ha continuato ad agire in profondità nella storia nazionale e tutt’ora non ha esaurito la propria forza propositiva. La figura del fondatore della Giovine Italia appariva ne Gli ultimi patrioti come uno sconfitto, travolto dal realismo cavouriano; vincente invece nel secondo romanzo, in cui il decadere sempre più esplicito dell’organizzazione carbonara  lasciava il posto all’appello diretto al popolo dei mazziniani; in Giallo erba Mazzini sembra la figura centrale e risolutiva dell’intero Risorgimento, proprio perché teso tra il velleitarismo di un’azione armata destinata a rivelarsi purò spontaneismo, e una profondità di pensiero politico che avrebbe innervato l’intera storia nazionale successiva.

Lo spessore storico di Giallo erba sta nelmostrare quelle forze storiche, di carattere però sovra individuale, che spingevano inevitabilmente per la soluzione unitaria. Ed erano le forze della modernizzazione, economica e politica, che provenivano dall’Europa e che dimostrano come l’Italia poteva nascere e acquistare coscienza di sé solo nel contesto europeo, e non certo in un frazionamento identitario che le banalità delle considerazioni neo borboniche pretenderebbero ancora oggi di sostenere. Era innanzitutto una spinta all’espansione economica che rendeva quanto meno inattuale e irrealistica sia la condizione di dominio austriaco (che pure Saino riconosce avere assicurato al Nord Italia un adeguato benessere), sia la frammentazione permanente in piccoli Stati regionali. E, in questo senso, il confronto tra Mazzini  e Gioberti diventa in qualche modo illuminante; lo Stato nazionale italiano non poteva che essere realizzato da quella borghesia produttiva, pienamente consapevole e inserita nei giochi economici europei, ben rappresentata (da Saino qui in modo esemplare) nella società lombarda; e non poteva se non realizzarsi a partire da una guida politica, come il Piemonte cavouriano, che aveva compreso la necessità di una modernizzazione europea del proprio territorio. L’unità avverrà quindi secondo un principio, spirituale e ideologico insieme, mirante al progresso, che non poteva che escludere, almeno nella fase attuativa, le masse contadine. L’errore successivo è stato quello di non averle coinvolte nella successiva edificazione di una coscienza nazionale condivisa.

C’è però un’altra considerazione, meno agiografica, che viene sollecitata dalla lettura di queste pagine. I protagonisti di Giallo erba rappresentano sì un processo produttivo che ha innervato la storia d’Italia permettendole di superare il particolarismo interno, ma anche una tendenza corruttiva, rappresentata dalle basse motivazioni che li spingono all’azione criminosa; una dimensione individualistica fatalmente in contrasto con la prima – pur se con essa coesistente – che attraverserà senza sostanzialmente modificarsi tutte le epoche storiche dell’Italia unita. Mi sembra il medesimo l’auspicio che, sia pure tra le righe, Saino intende lanciare nei suoi tre romanzi, una speranza per il futuro del proprio paese, che per lui dovrebbe essere condiviso da ogni «patriota», nel senso che la parola rivestiva nel primo romanzo: che si possa definitivamente sciogliere, per quanto riguarda la società italiana, questo micidiale intreccio tra slancio etico e patriottico e mantenimento di un individualismo regressivo che ha frenato sino ad ora una definitiva emancipazione sociale e politica.”

Giovanni Carosotti

Paolo Saino