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Gino Stefani

Gino Stefani

Una biografia dell’anima

L’immagine è quella di un viaggio…

Sono convinta che nel racconto di una storia con coinvolgimento emotivo, la visione dei contenuti possa non avere l’ardire di essere la medesima di un’atea narrazione di eventi accaduti al protagonista. Le parole giungono agli individui in modi differenti e vera arte consta nel custodire saggezza, sapienza e umanità come doni preziosi.

Vi parlerò di Gino Stefani a un anno esatto dalla sua scomparsa, dei ricordi ancora vivi e della sensibilità con cui pochi, credo, riescono a viaggiare la vita: un’eco, la sua, di straordinaria coscienza e conoscenza.

Gino Stefani e Stefania Guerra Lisi

Potrei iniziare dalla sua descrizione di musicologo, semiologo, musicista, delinearne F-Orme nel terreno fertile della pedagogia e della semiotica, di una ricerca che non è stata la musica in sé, quanto il valore dell’esperienza musicale propria a tutti.

I suoi studi sono fondamentali e riconosciuti in tutto il mondo: dalla California a Berlino, all’Italia, dalle collaborazioni con Eco, Berio, Verberia, Leoni, Gaslini, Gelineau, Pousseur, Imberty, Tarasti, Heiddeger, Porena, Spampinato, Martinelli, agli incontri con Casini-Rota, Scabia, Leydi, Tafuri, Spaccazocchi, Marconi, Lombardi, Castaldi, Berberian, Zurletti, Branchi, Baggiani, Di Ceglie, e numerosi altri. Il suo interesse ha spaziato dalla musica classica a quella barocca, alla liturgica, alla contemporanea e oltre. Nelle Università italiane come il Dams di Bologna, nei Conservatori, nei corsi di formazione, seminari, congressi e come organizzatore di ventitrè convegni della Globalità dei Linguaggi, è stato presenza costante.

Alcune sue pubblicazioni

Lo ricordo come spirito anarchico, spesso in divergenza con radicati paradigmi disciplinari. In comune con lui, il voler essere attivi nell’educazione e nella ricerca, perché come affermava “se ne sente la vocazione e la qualità”. Ha avuto amore per l’educare e l’edurre, informando menti e cuori, partendo dai potenziali evocativi intimi e profondi, dalla Mater materia umana e sensibile, con i quali ognuno può ri-uscire come arte e Persona. Dai tempi del Dams, per il quale non poteva essere candidato migliore nella cattedra di semiologia e metodologia della musica, abbiamo condiviso, io da studentessa lui da docente, l’avversità di una divisione troppo netta tra dipartimenti artistici, “assestati su paradigmi storicistici ed estetologici”, una divergenza di fondo restata ben salda sino alla fine, intorno a un concetto di musica e di musicoterapia clinica troppo tradizionali.

La musica abita tutti

Come seme fecondo in un terreno di ascolto, preziositĂ  elargita con amorevolezza, è stato carburante vivo per pensieri innovativi e progetti audaci. Ha ascoltato il prossimo come entitĂ  meravigliosamente creata in positiva e continua connessione, nella rievocazione musicale di legami lontani e ricordi profondi, nell’aprire varchi per rigenerare e confortare. E’ riuscito a manipolare i suoni senza controllarli perchĂ©, in fondo, era certo di dove lo avrebbero condotto: in un’assenza di confini. Ha toccato l’umanitĂ , metaforico colore del mondo e le minute sfumature dell’animo: persone come note, motivazione costante nel creare euforia, gioia, felicitĂ , nostalgia…

Gino Stefani, Stefania Guerra Lisi e Giorgio Antonucci.
Premiazione dell’ ideatrice della GlobalitĂ  dei Linguaggi “Difensori dei Diritti Umani” anno 2017

La MusicArTerapia nella GlobalitĂ  dei Linguaggi

Con la Gdl una nuova concezione di musica si concretizza nell’incontro con Stefania Guerra Lisi, caposcuola e ideatrice della disciplina e più tardi sua compagna di vita: un segno innovativo, un universo “spaesante e fascinoso, denso e intricato come una foresta di idee, progetti, conoscenze ed esperienze”. Ne formulano insieme il paradigma e il dizionario di musica nella Globalità dei Linguaggi. Tutto è musica: implicazioni corporee, sinestesiche, motorie, emotive aprono vasti orizzonti culturali e professionali.

Ricordo la sua estrema sensibilità al mondo dell’arte, teca di valori interiori, la sua disponibilità alle cure sociali e alle iniziative umanitarie, l’intensa condivisione di una cultura della pace, il costante itinerario nell’animo umano. Ha concentrato le sue ricerche ed esperienze sul coinvolgimento emotivo, oltre al campo delle reazioni fisiologiche e psicologiche di una musica che raggiunge le profondità dell’essere. Con coscienza, il corpo storia di ogni individuo, evoca e trova risoluzione di possibili conflitti psichici che “mordono e rimordono nell’inconscio”, registrazione vivente della vita.

L’homo musicus abita in tutti

“La musica rotola nel tempo, su se stessa, si autocelebra. Ogni punto può prospettarsi come fine o come inizio”. Gli studi sulle intense esperienze emotive di Gino Stefani rivelano, a suo avviso, i limi, anzi i non-limiti dei potenziali umani. Capire e comprendere la musica è non solo un diritto ma un dovere in una società dove “forze dominanti tendono a preferire competenze professionali a discapito di quelle comuni, ove la tecnica viene imposta in nome di se stessa”. L’istruzione e l’educazione restano costantemente nel tempo, un processo dall’interno all’esterno e la musica diviene carezza, voce del cuore e a misura d’uomo. I suoi contributi nei diversi generi musicali, non sono rivolti tanto ai repertori quanto ai modi di appropriazione, all’arte di arrangiarsi, alle tattiche creative.

La scommessa è riuscire a far prendere parola sulla musicalitĂ  alle persone comuni, liberare il senso dalla tecnica, elevandola a movimento che, nello spazio, muti in danza. 

“Cosa avete sentito?”

Classica domanda dopo un’ esperienza di ascolto a lezione, fosse il suo clarinetto o pianoforte,  un’ improvvisazione jazz, un assolo di tromba o Beethoven. Tecnicamente ed emotivamente stimolanti da sollecitare l’interioritĂ  di un suono arte del tempo e di quell’identitĂ  musicale che “non deve essere un termine troppo grosso per nessuno”. Nell’aria e nel plesso solare un imprinting musicale profondo e quel suo sentire era in tutti i sensi, vissuto sulla pelle e oltre il confine di sĂ©, perchĂ© nell’esperienza permane sempre competenza.

Quel che resta

Fili invisibili legano gli esseri gli uni agli altri e ciascuno al mondo. Si possono  ridurre distanze con i pensieri, perchĂ© in fondo ogni sentimento si rinnova nella potenza del proprio sentire. L’essere, il saper essere e saper fare, che nella GlobalitĂ  dei Linguaggi trovano fondamento, riusciranno a non spezzare il filo e ci sosterranno nel far rivivere con gli occhi del cuore, quanto sinestesicamente di lui r-esisterĂ , come dono prezioso e patrimonio universale.

Articolo di Roberta Recchia