Crea sito
Il segno del silenzio e i dinosauri del tempio azteco

Il segno del silenzio e i dinosauri del tempio azteco

di Guido Cornia

Se si vuole far segno a qualcuno di tacere, che si fa?
Si mette l’indice sulle labbra e si emette un sibilo: «Sshhh!».
O qualcosa di simile. Presto o tardi l’abbiamo fatto tutti, in particolare le mie insegnanti.
Strano, però: il gesto non ha alcuna attinenza con ciò che vuole rappresentare.
I gesti comuni abitualmente sono significativi: se voglio indicare a qualcuno di fermarsi, gli mostro il palmo della mano. Simulo, in pratica, una barriera. Se voglio indicargli che non riesco a sentire quel che mi sta gridando, indico un mio orecchio ruotando il dito, ad indicare che il suono non riesce ad entrare ed a raggiungere il timpano.
Ma perché il silenzio è indicato a quel modo? Sarebbe più logico stringersi le labbra fra pollice e indice, ad esempio. Significherebbe tieni la bocca chiusa.

E perché quel sibilo, poi?

Succede in ogni parte del mondo. Fanno così i moderni abitanti dell’Australia e lo fanno gli aborigeni. Probabilmente questi ultimi l’hanno mutuato dagli altri. Vivendo ormai da secoli negli stessi luoghi, l’avranno visto fare e l’avranno adottato.
Ma gli indios dell’Amazzonia?
Da chi possono averlo mutuato, dal momento che vivono isolati dal mondo?
Ed è antichissimo. Era usato già migliaia di anni fa in luoghi separati da montagne e oceani. Da popoli che mai si erano incontrati. Gli abitanti delle steppe russe e i pellerossa americani.
Una affascinante teoria in proposito fu avanzata nel 1936 dal Professor Howard F. Greenwood, titolare della cattedra di antropologia dell’Università del Connecticut: il segno del silenzio simulerebbe il verso di un rettile. Piegando e raddrizzando ripetutamente l’indice, ed emettendo al contempo il sibilo, si imita effettivamente un rettile. Il dito simula la lingua che si muove ed il sibilo imita il verso.
E i rettili pericolosi per l’uomo, secondo Greenwood, potevano essere solo dinosauri carnivori.
Un’orda di paleontologi lo assalì con decine di articoli pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche, ricordandogli, fra un insulto e l’altro, che i dinosauri si erano estinti settanta milioni di anni prima della comparsa dell’uomo.
La crociata contro di lui durò diversi anni, poi i venti di guerra che spiravano dall’Europa e dal Giappone fecero dimenticare tutta la storia.
Greenwood si era nel frattempo dimesso, scomparendo dalla scena scientifica senza mai più dare notizie di sé.
La sua teoria venne archiviata come una solenne scemenza.

L’uomo non ha convissuto con i dinosauri. È una certezza scientifica.

Torre a forma di viso nel quinto gopura occidentale.

Nel 1996 lo scrittore americano Michael Freeman stava visitando il tempio di Ta Prohm.
Stando a Wikipedia, Ta Prohm è un tempio di Angkor, in Cambogia, costruito nello stile Bayon principalmente nel tardo dodicesimo e agli inizi del tredicesimo secolo.
Ammirando i bassorilievi del tempio,ciascuno dei quali rappresentava un animale, Freeman notò una stranezza: una delle formelle raffigurava inequivocabilmente uno stegosauro. Per la precisione, uno Stegosaurusstenops.

Lo scrittore riaprì la vecchia diatriba pubblicando nel 1999 Ancient Angkor, un saggio in cui la teoria di Greenwood ritornava prepotentemente alla ribalta.
La foto del bassorilievo, a pagina 86 del volume, fece il giro del mondo e Freeman dovette pubblicare una seconda edizione aggiornata del suo libro, perché il figlio dell’archeologo messicano José Garcia Payon gli aveva inviato la foto di una statuetta dissepolta dal padre nel sito archeologico di Calixtlahuaca, negli anni trenta.

La statuetta di Payon mostrava senza possibilità di contestazione, un guerriero Aztecas in groppa ad un Triceratopo Ceratopside Chasmosaurino.

L’uomo non ha convissuto con i dinosauri. È una certezza scientifica.
Chi aveva scolpito il bassorilievo di Angkor, settecento anni prima della scoperta del primo fossile di dinosauro, aveva sognato uno Stegosauro durante una notte agitata.
Chi aveva modellato la statuetta di Calixtlahuaca al tempo del Riverito Oratore Motecòzuma, aveva esagerato con la tequila.

Forse l’imperatore azteco non era Motecòzuma ma Cuauhtémoc e il suo problema non era la tequila, ma un fungo peyote.

Ma in fondo la sostanza non cambia granché.