Crea sito
Incontro con Gabriele Mistrangelo

Incontro con Gabriele Mistrangelo

E’ nato a Milano, dove vive e lavora per una cooperativa sociale, Gabriele Mistrangelo, classe 1987, che ha appena dato alla luce “Versi animaleschi” edito da Placebook Publishing & Writer Agency. Non è il primo libro targato Pedrazzi per Mistrangelo che ha già scritto e pubblicato “Esopo 2000”. Mistrangelo ha iniziato a scrivere liriche per poi coltivare una passione per le favole che sono in realtà storie che vogliono far riflettere il lettore sui vizi e le virtù umane. Lo abbiamo intervistato per i lettori di Kukaos.

Chi è Gabriele Mistrangelo?

Un inguaribile sognatore. Fin dalla più tenera età mi sono nutrito di storie. Mi piaceva vivere nel mondo della fantasia. La conseguenza logica è stata quella di mettermi a scrivere. Addirittura, da ragazzo, a chi mi chiedeva cosa volessi fare nella vita, rispondevo sicuro: il cantastorie! Naturalmente, come tutti, devo fare i conti con le realtà della vita, che sono parecchio prosaiche. Cerco tuttavia di evadere il più spesso possibile: sono infatti un formidabile lettore, in particolare della letteratura ottocentesca e dei classici della poesia, anche se devo confessare che ultimamente ho scoperto alcuni autori moderni, anche esordienti, che mi hanno colpito favorevolmente.

Di cosa parla il tuo libro?

È una raccolta di favole. Come vuole la tradizione, esse vogliono invitare il lettore alla riflessione, ma anche farlo sorridere. I temi trattati sono molteplici. Si va dalla satira politica a quella di costume, mettendo alla berlina ora questo ora quell’altro vizio dell’uomo comune. Facendo parlare gli animali, dico quello che tutti pensano ma che le convenzioni costringono a nascondere sotto il velo della prudenza. Proprio per questo c’è poco spazio per il politicamente corretto.

Perché hai scelto di scrivere in versi? E da dove viene la scelta di utilizzare un italiano popolare?

La scelta di scrivere in versi viene dal mio amore per la tradizione poetica italiana. Ho inteso rispettare rigorosamente le norme della metrica accentuativa perché credo che la poesia sia soprattutto forma e la forma le è data dalla misura dei versi. Inoltre mi rifaccio, come è facile immaginare, all’opera di Trilussa. Provate un po’ a immaginare le favole del poeta romano senza la qualità letteraria che le contraddistingue! La scelta di utilizzare un italiano popolare, aderente alla lingua parlata, viene invece da un’esigenza comunicativa. Il primo dovere di uno scrittore credo sia comunicare, raggiungere il pubblico più vasto possibile, senza indugiare in ricercatezze stilistiche, che pure vanno bene, ma non sempre sono necessarie, a maggior ragione nella favola, che è un genere letterario di umile origine. Se avessi utilizzato termini e stilemi tipici del registro poetico, quanti mi avrebbero capito? C’è una bella differenza tra il dire il bel viso e il vago sembiante! Oppure indicare le stelle con il termine facelle alla maniera del Petrarca! Oltre a un’esigenza comunicativa c’è ne una anche stilistica: come ho detto la favola è un genere letterario umile che tratta argomenti attuali e spesso intimi, quindi sarebbero state fuori luogo parole altisonanti simili a quelle pocanzi indicate.

Cosa ti ha ispirato queste favole?

Mi ha ispirato la lettura dei grandi favolisti del passato: Esopo, Fedro, La Fontaine e, ovviamente, Trilussa, un vero caposaldo per quanto mi riguarda!

Questo però è il tuo secondo libro di favole targato Pedrazzi?

Sì, è il secondo. Il primo libro, Esopo 2000, era interamente basato sul modello del celebre favolista, donde il titolo. Sebbene le favole in esso contenute siano adatte a un pubblico eterogeneo, le avevo pensate per essere lette soprattutto dai più piccoli, magari insieme ai genitori. Anch’esse hanno un intento morale. Quello che le differenzia da Versi animaleschi e la loro forma: sono scritte in prosa, sempre con un linguaggio accessibile. Con il secondo libro ho invece voluto assecondare la mia vera indole, che è quella della poesia.

Ti sei avvicinato alla scrittura con la poesia, com’è nata questa passione?

Il mio amore per la poesia nasce dalla lettura dei grandi poeti della tradizione italiana, veri maestri che, non a caso, hanno influenzato anche le opere di importanti scrittori europei. Devo confessare, però, che sono di gusti piuttosto difficili. Come ho accennato più sopra, credo che la poesia sia essenzialmente forma, per questo, con le dovute eccezioni, tendo a trascurare la poesia novecentesca, che si esprime quasi universalmente tramite il verso libero, a favore di quella classica. Quand’ero studente, il mio professore di latino, che era versato in molte arti, oltre a essere un fine letterato, diceva che educando il gusto del bello a un determinato canone poi difficilmente ce se ne discosta. Ecco, a me succede proprio così.

Perché sei passato dalle liriche alle favole?

La poesia lirica è stata una grande palestra. Grazie a essa mi sono esercitato a comporre rispettando la metrica, tanto che ora i versi mi nascono spontaneamente. È strano a dirsi, ma spesso mi capita di addormentarmi con qualche verso sulle labbra che subito mi affretto ad annotare prima che sfumino con il sonno della notte.

Sono passato alle favole perché mi piacciono e perché sentivo l’esigenza di far riflettere sorridendo. Non deve trarre in inganno la loro apparente semplicità. A volta lo si scorda, ma la semplicità è una conquista, una cosa molto difficile da ottenere. Confesso, inoltre, che le mie liriche sono tanto intime che mi sembrerebbe alquanto sconveniente pubblicarle.

Tralasciando per un momento le favole, che ne hanno uno proprio, credo che il mio stile poetico sia abbastanza maturo per raccontare delle storie. Per questo sono passato alla poesia narrativa.

C’è qualche autore che consideri una sorta di maestro per te?

Amo molti autori e non vorrei fare torto a quelli non citati preferendone solo alcuni. Posso però dire quali sono quelli che mi hanno sicuramente influenzato. Nella prima giovinezza ho amato moltissimo Dante e Leopardi. Li frequentavo così spesso da riuscire a ripetere a memoria interi passaggi tratti dalle loro opere. Per la lirica mi ha indubbiamente influenzato Petrarca. Amo molto anche l’Ariosto e il Tasso, veri campioni di cavalleria, e poi molti altri che ingiustamente non vengono studiati nelle aule scolastiche: Trilussa, Belli, Porta e Zanella. Amo moltissimo anche Manzoni, mio concittadino (non conto più le volte che ho riletto i Promessi sposi) e il non mai lodato abbastanza Emilio Salgari, autore sfortunato, e per lungo tempo misconosciuto dalla critica, che con i suoi personaggi ha nutrito la fantasia di generazioni di italiani.

Dove nasce la tua ispirazione, da dove prendi i tuoi soggetti?

Tutte le situazioni e i personaggi delle mie favole nascono dalla quotidianità. Spesso è sufficiente un pensiero, una battuta colta per la strada, una conversazione, un carattere, un articolo di giornale, una parola. Qualcosa, insomma, che stuzzichi la creatività e che dia l’abbrivio. L’importante è che mi sembri meritevole di scherzarci sopra, senza dimenticare che ogni favola ha un intento morale.

Quando scrivi improvvisi o segui una scaletta precisa?

Dipende. Per i lavori di più ampio respiroho grossomodo in mente una trama da seguire e che sviluppo in itinere, per le favole, invece, mi affido totalmente all’estro.

Progetti futuri?

Sto lavorando a un progetto, intrapreso ai tempi dell’università, che mi assorbe totalmente e dal quale mi aspetto parecchio. Non vorrei però dire di più, dato che, come dicono gli inglesi, è un work in progress (ops, questo è già un indizio!)

Che letture consiglieresti al pubblico di Kukaos?

Consiglierei di rileggere i classici e i libri che si sono molto amati. A ogni nuova lettura trasmettono sempre inaspettate emozioni. Consiglierei anche di leggere qualche esordiente. Nella scuderia della PlaceBook Publishing ce ne sono di molto validi. Io, per esempio, ho scoperto un’ottima poetessa, Rossella Venusto, che nel suo libro, Fingendo la poesia, seduce il lettore con atmosfere intrise di intimità e passionalità.