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La cattiveria secondo i bambini

La cattiveria secondo i bambini

di Irene Salidu

Quando ho chiesto ai bambini che colore avesse la cattiveria, mi hanno guardata con gli occhioni spalancati.
Sebbene nella loro “scala emotiva” fosse stata nominata dopo l’amore e la rabbia, non sapevano che caratteristiche darle.
Dopo una discussione hanno decretato che il colore che calzava meglio alla cattiveria era il colore marrone. Mi hanno spiegato anche il perché, molto candidamente, riferendosi agli escrementi; di conseguenza, il profumo della cattiveria era proprio quello, non altro.
Qualcuno le ha dato il profumo del limone, spiegando che assaggiandolo si storceva la bocca, come immaginavano la cattiveria personificandola. La hanno immaginata donna in tanti (e su questo, ho assistito ad una discussione molto accesa, tra bambini e bambine, ma la mia classe è composta da una maggioranza di maschi), la hanno immaginata tagliente e aspra.

Quando ho chiesto loro cosa sentissero quando erano vittime di cattiveria, la frase che dicevano era: «Mi sento bullizzato/a.» Premetto che mai, in 34 anni di carriera, si sono verificati episodi di bullismo nelle mie classi e che i miei alunni sono educati all’accettazione delle peculiarità di ciascuno, la parola “bullismo” mi ha un poco spaventata.

Ho chiesto loro se si fossero sentiti vittime di bullismo in classe, e nessuno di loro ha confermato.
I miei alunni hanno libertà totale di espressione, durante le discussioni, lo sanno benissimo, e non temono di essere chiari.
La discussione sul bullismo ha portato a scoprire che in molte classi episodi del genere sono nella norma, ma anche a capire che il termine era forse inappropriato per alcune situazioni che erano palesemente piccoli diverbi comuni tra bambini.

La cattiveria per una di loro era attribuita alla madre, che la faceva accompagnare a scuola dalla nonna materna per accudire il fratellino piccolo. Quando ho cercato di spiegarle che forse la madre non aveva scelta, molto tranquillamente mi ha risposto che una scelta l’aveva: lasciare dieci minuti il piccolo con la nonna per occuparsi di lei.
Questo mi ha fatto pensare che spesso noi adulti agiamo senza valutare il male che possiamo fare ai bambini.

C’è Luisa, che ha detto che forse era lei cattiva, perché nessuno dei parenti aveva voluto accoglierla nel momento in cui i genitori non potevano prendersene cura.
C’è Marta, che in prima elementare graffiava i compagni. Un giorno l’ho vista graffiarsi i polsi tanto violentemente da farli sanguinare. Le ho chiesto spiegazioni e mi ha risposto: «Lo faccio per non essere cattiva con gli altri, graffio il mio polso, mi passa la voglia di graffiare gli altri e mi punisco per la mia cattiveria.» Sentire queste affermazioni mi fa gelare il sangue nelle vene.

Ho pensato immediatamente a come Dante Alighieri nella sua Divina Commedia punisse le persone malvagie collocandole in diversi gironi dell’Inferno distinguendole per le malvagità compiute.

L’immagine rappresenta la voragine infernale di Sandro Botticelli (ca. 1480–1495) – Disegni per la Divina Commedia (Biblioteca Apostolica Vaticana).

Credo che per i miei alunni sarebbe troppo, individuare i diversi tipi di cattiveria e definirli, perciò ho chiesto loro di cercare la parola cattiveria nel dizionario e democraticamente scegliere la definizione più opportuna.
Non siamo riusciti a trovare una definizione che potesse essere comune alla maggior parte di loro: i bambini “sentono” la cattiveria in maniera molto soggettiva, ciascuno di loro la applica alla propria sensibilità e alle proprie esperienze.

Non li trovo diversi dagli adulti.

Mi hanno anche stupita chiedendo il mio parere sulla cattiveria. Ho risposto che le persone cattive non sono felici, perché chi è felice non è capace di far male agli altri, se fosse felice di fare del male, allora sarebbe anche peggio, perché nessuno che sta bene è felice di fare del male a chiunque.

C’è un aneddoto sul Buddha che secondo me spiega bene come affrontare con serenità le persone incattivite che vogliono farti male. L’ho raccontato.

Buddha stava insegnando ad un gruppo di discepoli, quando un uomo gli si avvicinò e lo insultò, con l’intenzione di aggredirlo.
Di fronte a tutti, Buddha reagì con assoluta tranquillità, rimanendo fermo ed in silenzio.
Quando l’uomo se ne andò, uno dei discepoli, indignato da questo comportamento, chiese a Buddha perché avesse permesso a quello straniero di maltrattarlo in quel modo.
Buddha rispose serenamente: «Se io ti regalo un cavallo e tu non lo accetti, di chi è il cavallo?».
L’alunno, dopo aver tentennato per un istante, disse:«Se io non lo accettassi, il cavallo continuerebbe ad essere vostro, maestro». 
Buddha annuì e gli spiegò che, nonostante alcune persone decidano di perdere il loro tempo insultando, noi possiamo scegliere di accettare tali parole o meno, proprio come faremmo con un regalo qualsiasi.
Poi concluse: «Non accettare le parole di odio, rifiutale. Solo in questo modo colui che ti odia rimarrà con l’insulto tra le mani. Non puoi dare la colpa a chi ti offende e ti fa male, perché è tua la decisione di accettare le sue parole invece di lasciarle sulle stesse labbra da cui sono uscite»

L’insegnamento del Buddha è questo:con grande forza mentale, è possibile scegliere di non accettare le parole cariche di odio. L’ho spiegata loro in maniera molto semplice perché sono bambini, ma è davvero così, a mio modo di vedere.

Da queste discussioni nasce la mia visione della cattiveria, qui di seguito riportata.

“La cattiveria veste di scuro, veste largo e spesso marrone, per similitudine cromatica con una delle cose più schifose e maleodoranti che l’organismo produce: gli scarti.
La cattiveria sono gli scarti che sollevano la voce, gesticolano con violenza, parlano sottovoce, si nascondono e sussurrano, ti si appiccica addosso e cerca di chiuderti nelle sue spire, come un rettile freddo e viscido, cerca di stritolarti e di impedirti di respirare, con la sua lingua bifida e velenosa, cerca di allontanare da te chi ti stima e ha fiducia, con le sue insinuazioni subdole e sporche.
La cattiveria ha il volto di una vecchia distrutta dalla vita, priva di affetti, che ha trascorso la sua misera vita a cercare il male dove non esiste, a inventarselo per renderlo vivo e reale; è capace di renderti insicuro e farti temere gli sguardi del mondo, perché hai paura che anche gli altri vedano vive le sue parole. È triste, perché non sa sorridere davvero, è grassa, perché non finisce più e si nutre di sé stessa.
La cattiveria è una notte senza luna e senza stelle e corri il rischio di perderti in quell’oscurità.
La cattiveria ha pochi capelli, perché se li strappa quando non riesce a stritolarti e farti diventare parte di lei… capita, per fortuna, capita; è quella parte nascosta che erode le anime, macina il grano insieme alla gramigna e si aspetta una farina buona, quando non sa neanche cosa sia la bontà.
È uomo e donna, ma non sa godere delle caratteristiche di nessun sesso.
Non sa gioire, non sa ridere, il suo raro sorriso è sbilenco e sa di ghigno triste.
La riconosci subito, perché cammina lenta e sola lungo una strada senza vie d’uscita, perché non vuole avere vie di scampo.
La cattiveria è cattiva anche con sé stessa, diventa ancora più infida, fino a distruggersi da sola, dopo aver tentato di distruggere gli altri.”

Evil (malvagità)

Per fortuna ci sono anche i Puffi…

…e la loro canzone “Goodness Makes The Badness Go Away” (La bontà fa sparire la cattiveria)