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La farfalletta (o la ricerca dell’amore)

A Valeria

Una farfalla bella e generosa
così si lamentava con un fiore:
“Per qual ragion la voglia mia amorosa,
che sì mi scalda questo picciol core,
a trovare non riesce un dolce sfogo
e continua a bruciar, sì come un rogo?”

Il fiore, udendo la triste querela,
i petali dischiuse al fresco vento,
col buon odor che sotto lor si cela.
Poi, per lenire sì crudo lamento,
come indovino, l’avvenir predice
alla piccina; e queste cose dice:

“Tu or te ne stai tutta dogliosa e triste,
aspettando l’amor ch’ancor non viene,
ma presto tu farai dolci conquiste
che porran fine alle tue amare pene.
Un novo amore, o cara, ti predico,
che ti sanerà il cor, di più non dico.”

La farfalletta, udendo le parole,
d’un vivace rossor tutta si tinge;
poi rivolge lo sguardo verso il sole
e le ali contro l’aria fresca spinge,
e dice: “Amico fior, se dici il vero
già il viver mio mi sembra meno nero.

Ma dimmi, quando avverrà tutto questo?
Io gran tempo ho passato sempre sola,
più non resisto: dimmi, sarà presto?”
Il fiore le rispose: “Là ove l’aiuola
ruba al tramonto il tenue suo colore
tu troverai celato il vero amore.”

Ella allor lascia il dolce amico e parte
speranzosa, cercando d’avverare
quelle parole, ch’eran dure in parte,
e che attizzavan la voglia d’amare.
Dunque va, e arriva sopra un verde prato
dove c’era un bel giglio profumato.

Era il tramonto, e il sol, con tenue luce,
si preparava a fuggir dalla terra,
e dall’umanità che la fa truce,
tenendo sempre le nazioni in guerra.
Nel cielo si vedea brillar la stella
che a mane e a sera sol si mostra bella.

Si disse la farfalla, nel mirare
il fiorellino candido e sincero:
“Credo d’aver finito d’aspettare:
costui, che sì rischiara l’aere nero,
certo diventerà mio sposo e amante,
e sarà casto, amoroso e costante.”

Poi sì rivolse al fiore, e sì gli disse:
“O tu che mentre il giorno si scolora
rubi il candore alle stelle fisse,
e al bel pianeta che la notte indora,
sono anni ormai che vivo tutta sola,
or, se puoi, non negarmi una parola.

Candido giglio, non vorrai legare
il tuo core col mio con dolce nodo?
Mi fu predetto, con parole chiare,
che di sanare avrei trovato il modo,
di sanare il cor mio, là dove un fiore
rubato avesse al tramonto il colore.

Ora la predizione s’è avverata,
poiché, in quest’ora fosca e vespertina,
sol da flebile luce rischiarata,
sono arrivata a essere tua vicina.
Dimmi, dunque, o dolcissimo mio fiore,
se deve terminar questo mio errore.”

Ascoltò il fiore tutte le parole,
poi così si rivolse alla farfalla:
“Già il mio desio col tuo unirsi vuole,
e dal fondo dell’alma viene a galla;
anch’io, difatti, in mezzo a questo prato
me ne sto solitario e abbandonato.

Anche per me una lucciola predisse
un avvenire luminoso e bello,
‘Tu troverai l’amore’ ella mi disse,
‘e più sol non sarai nell’orticello’.
Quindi anch’io aspetto di trovare pace
coi baci di colei che più mi piace.

All’aure dolci spargo il mio profumo,
sperando d’attirar la vaga sposa.
Come da tenue fiamma s’alza il fumo,
cosi da me una fragranza odorosa;
ed ecco, finalmente tu sei giunta
timorosa e con l’anima compunta.

D’una cosa però devo avvertirti,
sì che tu poi non m’abbia a maledire,
e d’essere mia amante poi pentirti.
In due parole quel che voglio dire
è che, essendo solo in questo prato,
non so come si faccia il fidanzato.

Ma, se ti mostrerai con me paziente
nell’insegnar d’amore il sentimento,
ricambierò con spirito cocente,
e sarò come forte torre al vento,
la qual, per quanto duramente offesa,
saldamente resta dritta e tesa.”

Sorride la farfalla al bianco giglio,
tutta quanta s’imporpora nel viso,
d’un bel color tingendosi vermiglio.
Felicemente poi s’apre a un sorriso,
e dice: “Tu sei bello e pure onesto:
t’insegnerò or d’amore il primo gesto.”

Quindi si posa sulla sua corolla,
e la ricopre d’amorosi baci
fin quando si sente appagata e satolla.
Poi, poiché il fior tacea, “Perché mai taci?”
gli chiese, affettuosa e preoccupata,
temendo un po’ la risposta bramata.

“Come la tua boccuccia m’ha toccato”
il fior rispose “da tanto piacere
son stato punto che il cor m’è mancato.
Che sia questa di cento e mille sere
la prima che passiam contenti insieme,
custodendo di questo amore il seme.”

S’abbraccian dunque i due novelli amanti,
scambiandosi affettuose tenerezze,
e sentendosi soli in mezzo a tanti
di quel caldo a godere le bellezze.
E la luna col candido lucore
era custode di quel loro amore.

A chiusura una nota sulla composizione:

la fiaba è composta da strofe di sei versi endecasillabi a schema ABABCC, questo particolare tipo di strofa prende il nome di sestina narrativa.

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