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La parola come cura (3)

di Giovanna Mulas

(Parte 2)

Dalle cose dette in precedenza,  appare, a chi guarda sottilmente, che i Filosofi con le loro oscurissime parole hanno detto cose vere. Gli stessi Filosofi, dicono infatti nei loro libri che il nostro Lapis è di quattro elementi, perché agli stessi elementi lo hanno comparato…”.
Penso ai Sileni di Alcibiade. Si dice fossero immagini ad intaglio, fatte in modo da poter essere aperte e dispiegate. Quando erano chiuse riproducevano la simpatica immagine deforme di un flautista, aprendosi rivelavano lo splendore e la purezza di un’immagine divina. “Avendone fatto esperienza, anche lo stolto sa”, dichiarava Omero.
Dico, gl’impedimenti basilari per farsi un’idea della realtà sono imbarazzo e paura che, ostentando i pericoli, distolgono dal prendere iniziative. Erasmo avrebbe scritto che la follia libera magnificamente da entrambi. Fra gli uomini si è in pochi ad ascoltare il suo richiamo, a comprendere per quanti altri vantaggi riesca utile non vergognarsi ed essere pronti al vivere, non sopravvivere. E del resto cosa è la vita degli uomini se non un gran teatro in cui diversi attori recitano la propria parte fino a che un regista (IL Gran Regista? Natura o Dio Burlone) chiede loro di uscire dalla scena.

Alexander King e Aurelio Peccei, fondatori del neo-malthusiano Club di Roma, nella prefazione al quinto rapporto al Club intitolato ‘obiettivi per l’umanità’ avvertivano: “…Si può applicare la logica soltanto quando la gente è culturalmente preparata ad accettarne le severe necessità”.Riflettevo ancora sui viaggi di Magister Gregorius e Goethe, quando ebbi un interessante scambio di opinioni con un amico fraterno. Mi si parlò del geronticidio che, anticamente, i figli praticavano verso i padri settantenni in quella Barbagia che è autentico cuore della Sardegna; eutanasia primaria che, a mio parere, getta le basi della più civile ‘accabadura’ di cui scrivo, romanzando, in ‘TristAnimArdente’ (Fabio Pedrazzi Editore, 2019).
Pratica che riporta alla greca Sparta di cui, in Sardegna, sono storicamente indubbie le influenze .

Accabaretotu

Il vecchio capo clan o il disabile, comunque colui/colei non autosufficiente pertanto di peso nei confronti della propria comunità; veniva caricato sulle spalle di un figlio o di una persona particolarmente amata, e trascinato per uno stretto, lungo sentiero che, ad oggi, è possibile valicare se la clemenza della stagione lo permette, tra rocce impervie e strapiombi che fanno corona ai paesi di Jerzu e Gairo (NU). Il cammino, autentico rito iniziatico, sarebbe durato giorni; il portatore poteva fermarsi soltanto per dissetarsi in fonti stabilite e ritenute sacre, oggi se ne contano tre. Anche al povero derelitto era concesso bere prima di morire: l’avrebbe fatto utilizzando lo stesso contenitore del portatore, e la stessa acqua. L’anziano avrebbe bevuto per primo. Lungo il cammino, il portato raccontava l’intera sua vita a chi l’avrebbe sostituito: se figlio, il futuro re doveva essere in grado di comprovare un primo, attendibile atto di coraggio, gettando l’amato padre dal dirupo, e senza piangerlo.
“…Il vecchio, mentre il figlio camminava lento, impedito ma fiero, si guardava attorno per l’ultima volta e forse piangeva ciò che era stato, o forse no; forse dignitoso e muto stava, nonostante l’impedimento di età o malattia, fiero di quel figlio così forte, sangue del suo sangue suo respiro senza lamento, che ora nell’ultimo viaggio doveva trovare (avere) il coraggio di accompagnarlo fino alla cima del sentiero e allo strapiombo e accabaretotu: finire tutto. Come suo padre prima, e prima suo nonno, e prima di ogni tempo conosciuto dall’uomo; come prima avevano fatto. 

Lo vedo parlare il vecchio, mentre il figlio lo trascina.
Parla, forse gesticola stanco, mugugna dei tempi passati e di ciò che sarebbe stato, forse o forse no, e venuto. O forse no. Parla di ciò che non ha detto mai ma che ora trova risposta. E ogni fonte che spilla dalla roccia grezza, ai lati del sentiero, antica ed eterna quanto il Re spossato, è per i due momento di pausa, di ulteriore riflessione. È bere l’acqua (tornare all’acqua), e contemporaneamente battezzarsi al proprio destino, abbandonarsi allo stesso senza combattere, in accettazione ora che, in quell’età, non più rabbia e passione tengono le membra all’erta, ma consapevolezza.

“A chent’annoscunsaludi e trigu”

Ed ecco che si arrivava alla fine dello strapiombo, alla punta, alla cima frastagliata. Il sentiero finiva e il Grande Padre, l’Aquila Ardente, volgeva l’ultimo sguardo al figlio. Pregava il futuro Re, se di carne e sangue e coraggio vero era fatto, gli stessi suoi, di buttarlo di sotto. Accabaeminci, finiscimi. 
E l’Aquila, al momento del volo, forse gridava.Ma sono certa di no…”. (Cfr. da ‘Nessuno doveva Sapere, nessuno doveva Sentire’).
Invito il Lettore a porre particolare attenzione, in questo racconto trasmessomi dagli anziani del luogo e che fonde fantasia con realtà; ai dettagli legati all’elemento acqua: bere dalla stessa fonte che la Terra Madre partorisce, ovvero dalla Natura che ci ha partoriti entrambi, dallo stesso contenitore: feto che ci pasce, e sostiene. Condividere con chi ci ha amato fino all’ultimo giorno della sua vita (il presente) la purezza d’intento, la verità, una nuova nascita per entrambi. In Sardegna il brindisi più popolare si pronuncia, da sempre, in occasioni da imprimere nella memoria, e soltanto coi più cari: “A chent’annoscunsaludi e trigu”. Sarebbe un “Che ci si possa ritrovare qui tra ‘cento’ anni con salute e fertilità, amore, con la stessa trasparenza e l’affetto dell’oggi”.

I due e non più di due che principiano una via che condurrà, in un modo o nell’altro, ad una evoluzione – annullamento del portato, maturazione del portatore – li vedo attraversare una montagna che ci rappresenta quella Torre di Babele ch’è la vita stessa, un ‘lasciate ogni speranza o Voi ch’entrate’ e, se entrate, proseguite fino alla cima; questo è il vostro compito.
Dunque camminare, tra gli ostacoli posti dal destino e i momentanei riposi nelle fonti, fino all’altezza di un dio: quello Spirito che accoglie svegliando il dormiente.

Simbolicamente, i due viaggiatori mi sono uno: androgino ermetico da sempre delineato iconograficamente sotto la forma di creatura umana bisessuale, Rebis nasceva dall’unione tra il sole e la luna o, in termini alchemici, tra zolfo sofico e mercurio sofico. In Sardegna, un chiaro esempio di utilizzo in epoca contemporanea del termine androgino, è possibile notarlo in riferimento a Su Componidori della Sartiglia di Oristano. La natura androgina è marcata in relazione a maschera, abiti ed accessori, per le peculiarità del rito di cui si rende protagonista.

Dualità del e nell’uomo, quei bene e male in ognuno di noi?

Androgino ermetico, pure detto, per gli iniziati, Pietra filosofale: nulla o quasi del dato in pasto attraverso i secoli ad un suscettibile immaginario collettivo. L’operazione alchemica preliminare alla preparazione della pietra filosofale era l’unione tra il principio maschile e il principio femminile; grazie a questo nesso, l’uomo otteneva – e otterrebbe – quel paradosso capace di ogni tipo di creazione. Il Rebis (lett. due cose) realizzava lo stato primordiale quindi ‘perfetto’, tramite l’atto di creazione: tutto sarebbe divenuto possibile; come la sapienza del Sempre. In un frammento de Il Vangelo degli Egizi, testo apocrifo conservato da Clemente Alessandrino (Stromata, III, 13, 92) si riporta che il Redentore, interrogato su quando sarebbe venuto il suo Regno, avrebbe risposto: “Quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”. Dal testo si evince che l’uomo non potrà essere perfetto se non quando conseguirà la condizione androginica, ideale che ci rapporta inevitabilmente ai romantici tedeschi.

Rivediamo i nostri viaggiatori, lì a seguire il sentiero attorno alla montagna. L’attraversavano rasentando gli strapiombi, zigzagando in salita, il più debole fisicamente e più saggio – ché già preparato ad affrontare la morte o cambiamento –, sulle spalle del giovane. In diverse leggende dell’isola vengono descritti spiriti inquieti che infestano chiese campestri sconsacrate.Queste anime inquiete, apparentemente uomini e donne normali, sembra abbiano la lieta abitudine di danzare a cerchio e cantare festosamente ad ogni tramontare del sole e fino all’alba. Se un vivo capita nei paraggi, viene attirato dalla festa all’interno della chiesa e invitato ad unirsi alla festa, ad entrare nel cerchio. Si narra che tanto grande sia la festa dei morti, che il passante dimentichi la realtà per unirsi a loro. E’ in quel momento che i morti lo trattengono all’interno del loro cerchio: il disgraziato si ritrova a dover girare a vuoto per l’eternità. Solo un soffio di vento divino, mi raccontano, potrebbe distrarre le anime inquiete e lasciar fuggire il vivo dal cerchio; ma uno degli spiriti gli salirebbe in groppa non visto – soltanto sentito dalla vittima – permettendogli di ritornare si tra i vivi, ma condannato a caricare, e fino alla fine dei suoi giorni, la morte sulla schiena.

I commentatori del Faust hanno sempre messo in rilievo, come un particolare fondamentale per la comprensione del pensiero goethiano, la curiosa indulgenza e, per qualcuno, la simpatia mostrata da Dio verso Mefistofele: “Non ho mai odiato quelli della tua specie…”, dichiara il Signore nel celebre passaggio del Prologo in Cielo, rivolgendosi a Mefistofele, “…Fra tutti gli spiriti che negano il Beffardo (Schalk) è quello che mi dà meno fastidio”. Goethe si sforza di giustificare questa simpatia divina verso il demone nei versi successivi: “L’attività dell’uomo troppo facilmente inizia a languire, se appena potesse, l’uomo non farebbe più nulla. Perciò volentieri gli do un compagno che lo stimoli, e faccia così il suo dovere di diavolo.”.

Sappiamo che il sentiero non si mostra, a quanti temono di spostare gl’intricati arbusti che lo celano.

Continua…

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