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La storia di Antonio Boggia soprannominato il

La storia di Antonio Boggia soprannominato il “Mostro di Stretta Bagnera” o il “Mostro di Milano”

di Paolo Saino

«Chi è che stanno portando via i Carabinieri?» chiese un gentiluomo che passava davanti a un portone al Carrobbio.

«Uno che abita qui, mi pare.» rispose un arrotino che aveva installato il proprio carretto con la mola a pedale proprio a fianco del portone.

«È il Boggia!» aggiunse Trasselli, il custode del caseggiato, che stava spazzando il marciapiede davanti al portone e che si era spostato al passaggio dei Carabinieri proprio dal lato dell’arrotino e del gentiluomo.

Era la mattina del 26 febbraio 1860; preceduti da un Magistrato, due Carabinieri Reali uscivano dal portone della via Nerino 2 a Milano; tra di loro Antonio Boggia, ammanettato. Il primo militare reggeva la catena dei ferri che stringevano i polsi di quell’individuo sui sessant’anni, alto, dallo sguardo sfuggente, il secondo chiudeva il breve corteo tenendo il pollice della mano destra sulla tracolla del suo nuovissimo moschetto a canna rigata.

«Che cos’è che ha fatto?» chiese il gentiluomo, fermatosi per assistere curioso la scena.

« Mi pareva d’averlo visto in San Giorgio domenica scorsa…. » Fece dubbioso l’arrotino.

«El sciur Togn va sempre in chiesa …e in osteria. In osteria più spesso…» chiosò il Trasselli.

«Ah! Se i Carabinieri portan tutti i bevitori accaniti, mezza Milano sarebbe in gattabuia!» fece sghignazzando il gentiluomo.

Questa è la storia del primo assassino seriale italiano, quelli che ora chiamiamo serial killer. Questa espressione ci ricorda, ad esempio, il cosiddetto “Mostro di Firenze” e pochi altri; ma nessuno ricorda che a metà 800 a Milano Antonio Boggia ha avuto il poco invidiabile primato di fare da apripista. E tutto per storie di soldi.

Ma andiamo con ordine. Chi era Antonio Boggia?

Non era solo uno cui piaceva alzare il gomito. Era nato alla fine del XVIII secolo a Urio, oggi parte del comune di Carate Urio dopo che il paese fu unito a Carate Lario, sul lago di Como, durante il ventennio fascista. Da giovane veniva spesso coinvolto in risse sempre più sanguinose e a 19 anni aveva lasciato il paese, s’era dato da fare ed era divenuto un piccolo imprenditore edile a Milano. Era fallito, ma – a causa di truffe e cambiali scadute – decise di fuggire in Piemonte …il Regno di Sardegna. In realtà siamo a pochi chilometri da Milano, ma sufficienti per cambiare Stato. Ma la sua natura litigiosa lo farà incarcerare anche lì con l’accusa di tentato omicidio. Ma Boggia riesce a evadere, pare in seguito ad una rivolta carceraria da lui stesso organizzata. Torna a Milano e grazie ad un amico d’infanzia (Angelo Serafino Ribbone, anch’egli nato e cresciuto ad Urio) viene assunto come fuochista al comando militare austriaco (Boggia conosce un poco anche il tedesco e questo lo aiuterà) e per qualche tempo riga dritto.

Boggia frequentava assiduamente la chiesa di San Giorgio al Palazzo, e i vicini lo giudicavano un bravo cristiano timorato di Dio, sempre pronto a darsi da fare per il prossimo. Anche se…. Frequenta spesso le osterie. Nel 1831 si sposa.

Trascorrono alcuni anni particolarmente anonimi. Con la moglie si trasferisce come affittuario di una certa Ester Maria Perrocchio al civico 2 in Via Nerino e prende anche uno scantinato nella Stretta Bagnera, un budello che collega ancora oggi via Nerino con via Santa Marta, al Carrobbio.

Siamo giunti alla fine degli anni 40 dell’800, il periodo dei grandi sconvolgimenti sociali, delle esaltanti 5 Giornate di Milano, della Prima Guerra di Indipendenza. Sommosse, rivolte e guerre paiono ridurre il valore della vita; e così la scomparsa di un operaio, un certo Angelo Serafino Ribbone nel mese aprile del 1849 non attira l’attenzione delle autorità. 

Apparentemente Ribbone se ne è andato lontano per godersi la vita con una buona sommetta di denaro raggranellata lavorando sodo e risparmiando. Si diceva che portasse sempre con sé una cospicua quantità di svanziche (la “svanzica” (dal tedesco zwanzig kreuzer o venti soldi) era il nomignolo dato nei territori italiani della lira austriaca, una moneta in argento diffusa nell’Impero austriaco.). Particolare questo conosciuto da chiunque lo frequentasse.

Due anni dopo, siamo nel 1851, Boggia viene denunciato da un altro suo conoscente: Giovanni Comi. Costui dichiara che Boggia avrebbe tentato di ammazzarlo con un’ascia mentre egli si trovava nella cantinetta della stretta Bagnera, invitato insistentemente dal conoscente per rivedere dei conti, nei quali Boggia non sapeva raccapezzarsi. Si salva perché il suo assalitore lo colpisce con il lato ottuso di una mannaia da macelleria e forse anche a causa del robusto cappello che indossa. Stordito, ma cosciente, il Comi si volta verso il suo aggressore, il quale si scusa… dice che non sa cosa gli è preso… Insomma, sembra sia ammattito. Boggia se la cavò con qualche mese alla Senavretta, che sarà poi chiamato lo Stabilimento Rossi (il nome deriva da una nota istituzione milanese; infatti dal 1781 alla seconda metà dell’Ottocento la Pia Casa della Senavra diede ricovero ai derelitti e ai cosiddetti “alienati” nei suoi stanzoni distribuiti su tre piani; accoglieva dapprincipio persone sorde, mute o cieche, oltre che bambini con malformazioni fisiche e abbandonati dai genitori. Attualmente l’edificio, in corso XXII Marzo, ospita la chiesa parrocchiale del Preziosissimo Sangue di Gesù.).

È interessante leggere le conclusioni dei periti che interrogarono il Boggia e cercarono di capirne la natura profonda senza comprendere la profondità. Anni dopo ammetteranno l’errore, ma – si sa – col senno del poi….

Adesso facciamo un salto nel tempo a arriviamo al 26 febbraio 1860.

Giovanni Maurier, pittore decoratore presso la Richard ceramiche, coniugato con prole, si presenta negli uffici del Tribunale per denunciare la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, vedova, ultrasettantenne, abitante al secondo piano di un caseggiato, totalmente di sua proprietà.

Fa presente che la madre è un po’ instabile; l’uomo lo ammette senza problemi. Ammette anche di non essere in ottimi rapporti con lei, infatti i due quasi non si frequentano, ma in fin dei conti è sempre sua madre. L’anziana signora da parecchio non risulta più reperibile. Sulla base delle testimonianze raccolte, sembra si sia recata in vacanza sul Lago di Como affidando i suoi affari ad una persona fidata, un suo affittuario, un uomo timorato di Dio di cui si dice un gran bene.  

Si apprende che tra gli affittuari vi sono dei malumori perché le pigioni sono aumentate a dismisura; e pare anche che i gatti randagi di cui si occupava la Perrotto siano morti violentemente uno dopo l’altro. Ma nessuno approfondisce: le cose si fermano e nessuno va avanti nelle ricerche della donna. Ma la vecchia madre non si fa viva e allora Giovanni Maurier insiste; sente inquilini, e conoscenti e, nonostante una sconcertante omertà, finalmente ottiene un risultato: il nome dell’uomo di fiducia della donna, cioè Antonio Boggia.

Maurier fa denuncia – che viene però archiviata – ma alla fine riesce ad incontrare Boggia. Non ne ricava nulla, se non le solite risposte: che la madre s’è trasferita definitivamente in un paesino vicino Como, che l’ha nominato suo unico amministratore, che per il momento non intende tornare. Boggia mostra a Maurier delle lettere della signora e – addirittura – una procura siglata da un notaio di Como, con tanto di timbri, firmata dalla madre e da testimoni.

Maurier è sorpreso, forse sta per tranquillizzarsi, forse nutre ancora qualche dubbio. Boggia lo intuisce e gli propone un accomodamento: otterrà una compartecipazione agli introiti derivanti dagli canoni e – in comodato d’uso – il più grande e lussuoso degli appartamenti di via Nerino.

Maurier pare smettere di sospettare del Boggia, forse felice del fatto che la madre si è finalmente rinsavita e che a suo modo avesse deciso di farsi perdonare. Tuttavia, invece di rivolgersi al notaio indicato dal Boggia per formalizzare l’accordo, si indirizza ad un altro: certo Cattaneo. A questo punto la sorpresa: il notaio racconta a Giovanni Maurier una storia decisamente interessante, una storia che solleva ulteriori dubbi su tutta quanta la vicenda.

Racconta infatti il Cattaneo di avere in precedenza conosciuto la Perrocchio, esattamente il giorno in cui si era presentata col Boggia compagnia di due testimoni per rilasciargli la procura; ma il pubblico ufficiale s’era insospettito della scarsa lucidità mentale della donna, presentatasi ubriaca, nervosa ed esagitata, e fiutando una circonvenzione di incapace, non solo si era rifiutato di rogare la procura, ma aveva cacciato il Boggia e l’improbabile gruppetto. Successivamente aveva addirittura presentato richiesta alla pretura perché si iniziasse un procedimento di interdizione, ma questo era stato prontamente archiviato, non appena si era saputo che la interdicenda, come sostenuto dal suo amministratore, era ormai residente in Como, fuori della competenza quindi del tribunale milanese.

Questo fatto porta inevitabilmente Maurier a rivolgersi alle forze dell’Ordine a metà febbraio 1860.

Stavolta la pratica arriva nelle mani di un giudice inquirente che, esaminate le carte e probabilmente intuita la gravità del caso, si dedica alle indagini. Si tratta di Cesare Crivelli, un tipo ostinato, che non ha alcuna intenzione di lasciar perdere. E infatti si pone all’opera negli archivi e trova la denuncia a carico di Boggia per l’aggressione del 1851 a Giovanni Comi, che viene convocato, dopo sette anni dai fatti. Cesare Crivelli lo ascolta, e si convince che quell’uomo è sincero. Il magistrato ordina una serie di perquisizioni per tutto il caseggiato di Via Nerino.

Boggia di frequente si ubriacava, ma quando era sobrio era scaltro e capace di ben fare gli affari propri.  Viene interrogato e si dimostra poco collaborativo.

Cesare Crivelli si dà ancora da fare: interroga inquilini e vicini di casa, ma nessuno sembra sapere nulla. Ma alla fine qualcosa vien fuori: una donna testimonia infatti d’aver visto il Boggia prima salire le scale con la vecchia signora e poi ridiscenderle parecchie ore dopo trasportando una pesante gerla sulle spalle coperta da un pezzo di tela. La versione è confermata da un altro inquilino, Luigi Archinti.

Finalmente le bocche cominciano a scucirsi e le testimonianze arrivano. Tutte concordanti. E così gli altri inquilini Armellino Lotterio, Maria Trombetta, Luigia Rivetti, Antonio Mussini, Luigia Bianchi e Teresa Monti oltre ai portinai Luigia Rossi e Pietro Frasselli parlano. Crivelli ha molto materiale su cui indagare.

Il magistrato invia gli investigatori nella proprietà del Boggia. Costui vive da solo (la moglie è morta da tempo) in una singola stanza ed una cantina collegate con una scala interna. Spera di trovare delle qualche indizio per la scomparsa di Ester Maria Perrocchio.

La prima cosa che viene rinvenuta è la procura della Perrocchio e buona parte delle lettere della donna. Crivelli analizza le carte e giunge alla conclusione che la procura è fasulla e che le lettere sono contraffatte. Insomma, tutto falso! Ulteriori indagini lo portano a scoprire che la donna che aveva accompagnato Antonio Boggia nell’ufficio del notaio Cattaneo altri non era che la madre alcolizzata di un amico dello stesso Boggia, uno che frequentava la sua stessa osteria.

Ma ecco la scoperta più importante: nascosto nel sottoscala, dove era stato abilmente murato, viene trovato il corpo della Perrocchio. Un corpo ormai decomposto, straziato, mutilato delle gambe e della testa. Il Boggia venne condotto sul luogo del ritrovamento e non può fare altro che confessare l’omicidio. Precisa anche che il delitto era stato commesso nell’appartamento dell’anziana signora, utilizzando una scure. Il sangue era stato lavato grazie all’acqua fornita dal portinaio Trasselli, che risulterà estraneo al fatto.

Crivelli avrebbe potuto accontentarsi: aveva trovato il cadavere, aveva un indagato e la sua confessione. Avrebbe anche potuto chiudere il caso. Ma non si ferma; cerca ancora e ritrova altre false procure. Una con il nome di Angelo Serafino Ribbone, scomparso da anni, un’altra indica il nome di Pietro Meazza, anch’esso scomparso.

Crivelli riscontra che Boggia e Ribbone si conoscevano: non soltanto sono entrambi nativi di Urio ma entrambi hanno lavorato per una amministrazione austriaca. Scopre anche che Ribbone era anche stato dipendente del Boggia.

Il Giudice Crivelli non molla: si ricorda che il Boggia possiede un magazzinetto per gli attrezzi nella stretta Bagnera, il locale dove aveva attentato alla vita di Giovani Comi. Ordina di perquisirlo. Nel frattempo però l’edificio è stato rimaneggiato e le ricerche sono difficoltose; ma le forze dell’ordine eseguono gli ordini! E così un gruppo di Carabinieri Reali ed alcuni badilanti entrano all’interno dello scantinato.

E ciò che trovano, dopo tanta fatica, è terribile.

Il povero Angelo Serafino Ribbone non aveva mai lasciato la capitale meneghina per godersi i suoi soldi, come si vociferava. In un giorno d’aprile del ’49, un mesetto dopo la vittoria conseguita da Radetzky sull’esercito di Carlo Alberto, Boggia aveva invitato Ribbone nel magazzinetto alla stretta Bagnera e da quella cantina Angelo Ribbone non sarebbe mai più uscito vivo.

Le indagini portano a scoprire che Antonio Boggia, era riuscito con false testimonianze, false procure e falsi mandati, e coll’aiuto di un compiacente notaio comasco a incontrare la cugina di Ribbone e farsi consegnare tutti i risparmi dell’operaio.

Gli investigatori scavano nel pavimento di quella che comincia ad essere battezzata come la “Cantina degli Orrori” rivengono lo scheletro orrendamente mutilato a colpi di mannaia di Ribbone.

Non è finita. Anni prima Pietro Meazza, proprietario di una bottega del Carrobbio, cercava un amministratore per la sua attività; gli fu segnalato proprio Antonio Boggia, il quale – assunto l’incarico – per un certo periodo fece andare le cose per bene; gli incassi andavano bene, anzi aumentavano, i dipendenti venivano regolarmente pagati… Insomma Pietro Meazza non poteva lamentarsi. Senonché improvvisamente scomparve.

Le indagini portarono alla luce mandati e atti di vendita a nome sia di Boggia che di un suo complice (un certo Binda) di tutte le proprietà del commerciante del Carrobbio.

Anche Pietro Meazza era andato nella cantina di Antonio Boggia.

Ma viene trovato un altro scheletro. E saranno ancora una volta le indagini di Crivelli a dare un nome e un cognome a quei poveri resti. Si tratta di un commerciante di cereali con l’hobby delle aste: Giuseppe Marchesotti. Proprio durante un’asta viene avvicinato dal Boggia, che gli racconta storie di presunti facili guadagni guadagnandone la fiducia e diventando così amico e confidente. Ed in effetti per un po’ i due rimangono in questi rapporti. Ma furono i soldi e le proprietà di Marchesotti che fecero gola al Boggia. E quindi portarono alla morte l’appassionato di aste.

Agli albori di un freddo sabato mattina, il 15 gennaio 1850 Giuseppe Marchesotti saluta la madre portando con sé una grossa somma di denaro, per andare ad un incontro di affari, dal quale Giuseppe Marchesotti non avrebbe più fatto ritorno. Poche ore dopo aver salutato la madre, viene visto in un Osteria in compagnia di Antonio Boggia.

Alcuni giorni dopo, Antonio Boggia si presenta dalla madre di Giuseppe Marchesotti con tutta una serie di procure firmate per farsi consegnare tutti gli averi del figlio. Ben 4.000 svanziche: un bel gruzzoletto. Boggia racconta alla donna, preoccupata per non aver più visto il figlio da giorni, che questi aveva dovuto allontanarsi da Milano in tutta fretta per i troppi debiti. E anche in questo caso era stato creduto.

Quindi Crivelli con la sua tenacia non solo era venuto a capo della morte della signora Ester Maria Perrocchio, ma individuato altri tre omicidi con un solo assassino. Infatti, al termine dell’istruttoria, al Boggia vennero contestati, fra delitti (perpetrati e tentati) e truffe, ben tredici capi di imputazione, tra cui i più gravi furono gli omicidi a scopo di rapina di Angelo Serafino Ribbone, avvenuto nell’aprile 1849, Giuseppe Marchesotti, avvenuto il 15 gennaio 1850, Pietro Meazza, avvenuto nell’aprile del 1850, Ester Maria Perrocchio, avvenuto l’11 maggio 1859, oltre al tentato omicidio di Giovanni Comi, avvenuto il 2 aprile 1851.

Il processo ebbe inizio il 18 novembre 1861. In Tribunale, durante sole cinque giornate di udienza, ad assistere il mostro, ad ascoltare ogni sua singola parola, c’è una folla chiassosa. Sfilano numerosi testimoni, ognuno dei quali porta una briciola di verità. Boggia gioca anche la carta dell’infermità mentale, ma i testimoni – oltre alle perizie – confermano che tutto si può dire del Boggia fuor che sia “alienato”; vorrebbe cavarsela, come per il tentato omicidio ai danni di Comi, con il ricovero alla Senavra. Al termine di un appassionato duello oratorio fra accusa e difesa, il 28 novembre 1861 il Boggia viene condannato a morte per impiccagione. Nella sentenza si legge di lui:

Di modi calmi, con un’esteriore quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze

In quei giorni, precisamente il 26 marzo, era avvenuto uno storico incontro a Milano: quello tra Alessandro Manzoni e Giuseppe Garibaldi. Un incontro celebrato in sculture e dipinti. L’Eroe dei Due Mondi era venuto a Milano per celebrare l’anniversario delle Cinque Giornate.

L’appello contro la sentenza viene respinto e, il 6 aprile 1862, neppure il Re accoglie la domanda di grazia.  Un testimone d’eccezione – il dottor Antonio Tarchini-Bonfanti, medico relatore degli atti peritali al processo – riferisce degli ultimi giorni del Boggia: … Appresa la notizia del rigetto reale,  “una fiamma passò sul suo volto; e questo fu l’unico segno di emozione. Una specie d rivoluzione fisica accadde in lui; e nelle ore successive, contro il consueto, ebbe varie scariche alvine. Confortato dalla pietà del Cappellano Carcerario trovò tosto un’ammirabile calma di spirito: si persuase che se avesse incontrato con rassegnazione la pena, a quale conveniva di meritare, Dio gliene avrebbe tenuto conto nella sua misericordia. In tal pensiero non solo trovò calma e coraggio, ma si fece anche sereno. […] A tutti volle dimandar perdono: chiese di vedere l’avvocato Molinari che con tanta perizia ed eloquenza l’aveva difeso, senza venir meno al religioso culto del vero; e ne lo ringraziò piangendo. Pianse anche col giudice, che egli volle rassicurare intorno al modo onde il processo era stato condotto; pianse col Cappellano, pianse con me, ringraziandoci dell’umanità che sempre gli avevamo mostrato; e tutti commovendoci colle sue parole. Assorto nelle idee religiose che si erano destate in lui, con una serenità ed una semplicità grandissime, senza jattanza, andò con passo fermo e con volto calmo al supplizio, sul quale la mattina del giorno 8 aprile 1962 [martedì] scontò la pena degli orrendi suoi misfatti.”

Tuttavia a Milano non vi è più un carnefice e bisogna chiamarlo da fuori città; ne arriveranno due: da Torino e da Parma. L’esecuzione avviene su un carro coperto da teli in un prato tra Porta Vigentina e Porta Ludovica, sul quale erano convenuti moltissimi milanesi. Sarà l’ultima esecuzione d’un civile che avrà luogo in Italia, in virtù della riforma del Codice penale di poco successiva.

Per una bizzarra combinazione, non lontano dal carro si ritrovano a pochi passi l’uno dall’altro proprio quel gentiluomo che passava davanti al portone di via Nerino 2 la mattina del 26 febbraio 1860, l’arrotino, che aveva installato il proprio carretto di fianco, e il portinaio Trasselli.

«Allora è finita…» fece il gentiluomo.

«Mah…speriamo!» disse l’arrotino.

«Come sarebbe a dire ”speriamo”? E se ne scoprono degli altri?»

«Alla Bagnera?» chiese il Trasselli.

«Io tutte le volte che mi capita di passare di lì sento… come un brivido… come se ancora ci fosse qualcuno che si lamenta…» concluse l’arrotino.

Il cupo tonfo seguito a quello della botola che si apriva sotto i piedi del Boggia pose fine alla discussione.

Antonio Boggia

Alcune curiosità

Le spoglie mortali del “Mostro della Stretta Bagnera” vennero inumate nel Cimitero del Gentilino (Citato come “cimitero di Porta Ticinese”, o anche “cimitero fuori di Porta San Celso” quello del Gentilino era situato fuori Porta Ticinese. Era uno dei cinque campisanti cittadini collocati fuori dalle porte di Milano e soppressi negli anni successivi alle aperture del Monumentale e del Maggiore.), a parte la testa che venne asportata per essere analizzata dagli studiosi di Medicina e di Anatomia, tra cui l’illustre Cesare Lombroso, il quale che credette di trovare in quelle conformazioni craniche la giustificazione delle sue teorie.

Via Bagnera oggi. Sulla sinistra s’intravvedono l’entrata (l’arco di mattoni) e la finestrella –
Nel 2009 dopo decenni di oblio è stata rinvenuta la vecchia mannaia usata da Antonio Boggia. Oggi è conservata nel Museo di Olevano una tranquilla cittadina della Lomellina.