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La verità del pane nel caffèlatte

di Fabio Pedrazzi

Riflettevo. Sino a quando gli italiani hanno fatto colazione con il pane del giorno prima nel caffèlatte, eravamo una nazione che stava crescendo. Uno stipendio solo, oculatezza nelle spese e… le vacanze duravano tre mesi, si è potuto acquistare casa e si viveva in un clima di serena operosità. Poi… ne sono testimone oculare, un giorno, alla triennale di Milano vennero presentate le prime “merendine” confezionate. Due gusti: una al cioccolato e una all’albicocca.

Il caffèlatte si cominciò a chiamarlo cappuccino, indipendentemente da come fosse fatto, al massimo, nei casi estremi divenne: latte macchiato… ma mai più: caffèlatte. Questo termine fu relegato nel lessico antico, così come il pane del giorno prima.

Il pane raffermo

Ormai sono decenni che il pane non è pane. È una miscela di farina e additivi, ma non pane. Quello vero non ammuffiva, non diventava elastico, non lo si gettava mai. Con il pane raffermo si facevano piatti eccellenti: la famosa pappa con pomodoro, il pancotto, la mitica torta di pane al cacao e uvette… piatti oggi improponibili, sia per una cultura alimentare differente sia perché il pane raffermo non esiste più.

Ebbene sì ho provato. Ho voluto rivivere quelle mattine dei primi anni ’60 in cui mia madre mi spezzava pezzetti di pane del giorno prima in una tazzona di latte (quello che faceva quella deliziosa pellicola quando lo bollivi) e un goccio di caffè: giusto per sporcarlo, diceva. Ci ho provato, ma il pane è risultato idrorepellente, si è impermeabillizato e del caffèlatte se ne è bellamente fregato. Non ha assorbito, si è chiuso a riccio protetto da circa 140 additivi.

Il latte che faceva la crosta

Altro alimento geneticamente modificato è il latte. Negli anni ’60, quando esisteva solo un latte: quello vero, lo facevi bollire e miracolosamente sulla superficie si formava una sottile crosticina di panna che, se in famiglia c’erano più bambini, diventava motivo di lotte fratricide per accaparrasela. Quel latte non esiste più… anche in questo caso ci ho provato, con risultati disastrosi.

Conslusioni

Tornare al caffèlatte è impossibile. Tornare a quelle atomosfere è impossibile. Però quanta malinconia a ripensarci. Chi non ha vissuto quegli anni non può capire, non è possibile spiegare a parole certe sensazioni, certi umori certi sapori. Quello che noi chiamiamo “progresso” si è rivelato un fallimento umanitario.

Un fallimento perché abbiamo sostituito il caffèlatte con il cappuccino?

Sì, perché insieme al caffèlatte abbiamo sotterrato la nostra identità, la nostra cultura e soprattutto la nostra anima. Pensateci. Pensateci prima di dare una meredina ai vostri figli, primi di portarli da Mc Donald’s, prima di fargli ingurgitare ettolitri di Coca Cola… pensate a una fetta di pane (sig!) con la marmellata fatta in casa, pensate a un panino con una gustosa frittata (possibilmente con le uova delle galline allevate a terra), pensate alla vecchia acqua e limone o per chi sta in montagna: acqua del rubinetto e basta.

Non è più possibile tornare al caffèlatte, nel senso culturale dell’affermazione, ma possiamo almeno raccontare a chi non c’era che cosa si sono persi… metà giugno, bagagli sul tetto dell’auto, allegria… tanta tanta allegria. Viaggi che erano avventura e gioia, non solo un mero trasferimento. Corse sulla spiaggia, piste per le biglie con i nomi dei ciclisti. Ghiaccioli a 50 lire, il Mottarello e il gelato croccante dell’Eldorado. Ma soprattutto, la mattina a colazione: un po’ di pane del giorno prima inzuppato nel caffèlatte.

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