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Leonardo Da Vinci – Nulla è la luna.  Tre scoperte destinate a cambiare la storia dell’Arte

Leonardo Da Vinci – Nulla è la luna. Tre scoperte destinate a cambiare la storia dell’Arte

Incontro con Luigi Ferrario

Pioveva a Magenta in quella sera alle ore 21 del 7 novembre 2019; sotto l’ombrello pensavo alla conferenza che da lì a pochi minuti si sarebbe tenuta nella Sala Consiliare per la serie di iniziative che la Città di Magenta ha organizzato per il cinquecentesimo anno della dipartita del grande Leonardo: Luigi Ferraio e “Leonardo Da Vinci: tre scoperte destinate a cambiare la storia dell’Arte”.
‘Chissà se riuscirò anche questa volta a fare qualche domanda e a rubare un po’ di tempo al relatore…’

Luigi Ferrario

…Già, ma chi è Luigi Ferrario? Luigi Ferrario è un pittore, un artista e fa anche il ristoratore di mestiere, ma soprattutto è un vero appassionato di Leonardo da Vinci a cui ha dedicato ben trentanni di vita nello studio del genio vinciano. Luigi è una persona gentile, la cui umiltà si è subito mostrata nel presentarsi come persona (la prima cosa che mi disse fu «diamoci pure del tu, non sono laureato»). La bellezza dei sui dipinti, che sono davvero magnifici, non si limita a testimoniare un’arte forse poco conosciuta come quella della tempera all’aceto, i suoi quadri sono anche latori di messaggi profondi.
Come in questo dipinto dal titolo “Tra le righe”, dove colpisce l’azzurro d’occhi a sottolineare l’innocente tristezza di uno sguardo imprigionato da seducenti veli, mentre il pallido rosa delle labbra lascia intravedere una sorta di “speranza”. Oppure “Uno sguardo nell’anima” dove già il titolo dice tutto.

Tra le righe – Tempera all’aceto
Uno sguardo nell’anima – Tempera all’aceto e acrilici macerati

Dalla sua biografia si legge che Luigi Ferrario nasce nel 1955 a Inveruno (Milano).
Già da ragazzo viene attratto dalle opere d’arte di ogni epoca portandolo ad approfondire gli studi artistici.
Frequenta nel 1982 un biennio sulle tecniche pittoriche presso la scuola “Alessandro Durini” di Milano e già nel 1984, nella storica villa Museo Rusconi di Castano Primo (Mi), espone i suoi lavori.
Riceve inoltre segnalazioni in varie edizioni del premio Arte Mondadori, fra personaggi di rilevanza del panorama artistico Italiano.
Nel 1988 vince la targa d’argento con una giuria di nomi molto rilevanti al Premio Arte.
Scelto dalla Mondadori fra i quattro Artisti emergenti italiani, viene contattato da gallerie italiane ed estere ma, per scelta imprenditoriale, declina gli inviti.
Ma oggi è qui Magenta per parlarci di tre scoperte che potrebbero davvero cambiare la storia dell’Arte. Tre scoperte che ha ampiamente descritto nel suo libro:
“Leonardo Da Vinci – Nulla è la luna” edito da “La Memoria del Mondo Libreria Editrice” di Magenta (Milano).

Copertina del libro

il libro è stato catalogato presso la Biblioteca Trivulziana del Castello Sforzesco di Milano ed è a disposizione degli studiosi per approfondimenti. Luigi ci racconta che dopo la sua partecipazione alla Biennale di Firenze, che si è tenuta dal 18 al 27 ottobre scorso, gli studiosi hanno appreso queste scoperte con un malcelato malcontento: «Come, noi che studiamo Leonardo da sempre non ce ne siamo mai accorti?»
Luigi aggiunge: «Auspico che questo riaccenda il dibattito sul Genio di Leonardo anche come pittore. Intanto, nel mio piccolo, spero di avergli reso giustizia».
Ma veniamo alle tre scoperte

Prima scoperta: “L’anagramma svelato”

“Chi nega la ragion delle cose, pubblica la sua ignoranza”
Leonardo Da Vinci

Questa è una delle frasi di Leonardo che troviamo all’inizio del libro di Luigi, come a sottolineare che chi nega l’evidenza delle sue scoperte non fa un buon servizio alla conoscenza dell’arte del genio vinciano.
Tralasciano i dettagli che spiegano come Luigi arriva alle sue scoperte, che potete leggere sul suo libro, accenniamo alla prima scoperta, “L’anagramma svelato” che viene introdotta da una frase di Leonardo che troviamo nella prima pagina del Libro di Pittura:

“Nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni; e se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscono nella mente, abbiano verità, questo non si con­cede, ma si nega per molte ragioni; e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza.”

« La mia investigazione segue i dettami geometrici vinciani e le matemati­che dimostrazioni, rivelate nei miei studi, provano in maniera inconfutabile che la sua pittura è scienza» ci dice Luigi, infatti l’attenzione dell’artista di Inveruno fu attratta dal seguente frammento divenuto famoso per le numerose citazioni e discussioni che suscitò anche sui gior­nali quotidiani:

l’annotazione tradotta dal Ravaisson Mollien e scritta a matita nel Codice K, folio 1 recto:

“La luna densa
Egra densa egrave
Come sta la lu
na”

Luigi cominciò ad analizzare la frase e il suo significato, convinto che tutti gli studi eseguiti dagli esperti di Leonardo fossero stati sbrigativi ed inconcludenti. Alla fine scoprì che si tratta del primo e forse unico anagramma scritto da genio da Vinci:

“Da sé nulla genera nulla cosa da me va generata”.

Dal libro leggiamo:

< Analizzando l’anagramma, ci accorgiamo che rimane inutilizzata la lette­ra “S”.
Sembrerebbe elemento di poco conto, dato che l’inconfutabilità dell’ana­gramma, ricalca il pensiero dei primi pensatori (mi riferisco agli antichi greci, che ritenevano necessario attenersi al principio dell’ “ex nihilo, nihil fit” ovvero, dal nulla non deriva nulla). >
Ed ecco entrare in scene Aristotele, infatti il libro continua con:
< L’identificazione del non essere con la privazione, costituisce il nucleo essenziale per la risoluzione delle diffi­coltà degli antichi e la conseguente confutazione di Aristotele, che scrive:

“Coloro che per primi hanno indagato filosoficamente, facendo oggetto di ricerca la verità e la natura delle cose, furono costretti dall’inesperien­za su una via sbagliata. Essi affermano che nessuna delle cose che sono né si genera né si distrugge; ciò che si genera, infatti, si genera necessa­riamente o da ciò che già è, o da ciò che non è; ma è impossibile sostene­re entrambe queste tesi. Ciò che è, in effetti, non si genera, dal momento che esso è già; e nulla può generarsi dal nulla, poiché qualcosa deve fa­re da sostrato.”
Inoltre, Aristotele, continua, così: “le difficoltà che hanno costretto i primi pensatori a negare l’esistenza di talune cose, hanno ricevuto ora una soluzio­ne; è per questo motivo che i primi filosofi si sono inoltrati tanto in profon­dità nello studio della generazione e della corruzione e in generale del cam­biamento.
In effetti, però, se avessero osservato la natura, questa li avrebbe liberati da ogni ignoranza.”
Come abbiamo visto quel “nulla da se genera nulla…” che Leonardo cela nel frammento “La Luna densa egra, densa egrave come sta la luna” occu­pa uno spazio fondamentale sia nella filosofia greca antica sia nella fisica e metafisica di Aristotele. Questo rende inconfutabile la veridicità dell’ana­gramma. >

Luigi prende in esame le varie ipotesi degli studiosi sui presunti errori grammaticali contenuti negli scritti di Leonardo ed arriva alla conclusione che quella “S” mancante non è altro il modo di scrivere di Leonardo, tutti i dettagli sono scritti nel libro, ma in conclusione l’anagramma celato nella frase “la luna densa egra, densa egrave come sta la luna” diventa:

“Nulla dasse genera nulla cosa da me va generata”

Sempre dal libro:

< Se così non fosse, quello che sembra essere un errore grammaticale, scrit­to con la doppia s, diventerebbe elemento di dubbio, in quanto “da sé” non rientra mai nella scrittura di Leonardo.
Inoltre è lecito pensare che il timore di Leonardo nell’esprimere palese­mente questo suo pensiero, potesse essere interpretato come l’elevazione di se stesso a Dio e la negazione dell’onnipotente; questo, se divulgato, lo avrebbe portato di fronte all’inquisizione.

è doveroso sottolineare che la traduzione del Ravaisson Mollien “La Luna densa egra densa egrave come sta la Luna” è esatta, infatti, è l’ana­gramma stesso a renderla innegabile, in quanto ricalca il concetto della ge­nerazione, la quale occupa uno spazio primario nel pensiero della filosofia greca antica, riesaminata e confutata in seguito da Aristotele e che ancora oggi è fonte di controversie scientifiche e religiose.

Stando a questi fatti, l’affermazione di Leonardo che ne scaturisce “Nulla dasse genera nulla cosa da me va generata”, non può essere frutto del caso e, di conseguenza, le correzioni di alcune lettere che modificano l’esatta lettura del Ravaisson Mollien, sono da considerare errate.

Dico questo perché in tempi abbastanza recenti alcune sillabe sono state reinterpretate solo per dare un senso più logico allo scritto enigmatico vin­ciano, evitando in questo modo altre possibili diatribe tra studiosi. Se dovessimo tener conto di questi “aggiustamenti” che migliorano il frammento di Leonardo, perderemmo la riflessione interiore del genio fio­rentino e le conseguenti letture e approfondimenti del suo pensiero. >

Seconda scoperta

L’origine di questa scoperta è nell’analisi che Luigi Ferrario fa sul brano:

“Se la pittura è scienza o no” presente nel capitolo primo del Libro di Pittura.
Come sappiamo…
< Alla morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio 1519 nel castello di Clos Lucè, presso Amboise, in Francia, tutti i codici manoscritti passarono in te­stamento al fedele discepolo Francesco Melzi che, verosimilmente, secondo una traccia dello stesso Leonardo, trascriverà il Libro di Pittura voluto dal maestro e racchiuso nel codice urbinate latino 1270, custodito nella biblio­teca apostolica vaticana.

Dall’analisi del brano vinciano emerge un sola costante: l’operare attra­verso la matematica e la geometria. In alcuni passaggi, gli elementi costi­tutivi del testo sono scomposti e descritti con metodo preciso. In questo modo la “narrazione” diventa processo analitico e ne è chiaro esempio il concetto di “quantità continua”, cioè la scienza di geometria. In queste poche righe, Leonardo definisce con precisione l’ordinata successione de­gli elementi geometrici: superficie – linea – punto.

  • La scienza di geometria comincia dalla superficie dei corpi.
  • Al termine (estremità, margine) della superficie che si trova ave­re origine la linea.
  • Ed in questo non restiamo soddisfatti perché sappiamo che la li­nea ha origine dal punto.
  • Adunque il punto è il primo principio della geometria.

Qui il brano si svuota di notizie e apre un intervallo composto di paragoni che smentiscono ogni possibile definizione del punto geometrico.

Chiusa questa parentesi, la sequenza geometrica è collegata ad un imperativo:
Nessuna umana investigazione si può dimandare (definire) vera scienza se essa non passa per le matematiche dimostrazioni. >

Saltando tutte le spiegazioni descritte dal libro arriviamo alla conclusione di questa scoperta citando subito il famoso quadro di Leonardo:

“Ginevra de’ Benci”

Questo ritratto femminile riproduce, secondo la maggioranza degli stu­diosi, i tratti di Ginevra Benci, giovane fiorentina sposata ad un Niccolini nell’anno 1474.

“In natura null’altra cosa si può trovare che sia parte di essa scienza, come nella quantità continua, cioè la scienza di geometria.”
Leonardo Da Vinci

Nel libro vengono descritti tutti i passaggi matematici che dimostrano alla fine che questo quadro è stato realizzato de Leonardo usando la geometria basata su un reticolo di quadrati di lato 4mm nel quale si inscrive perfettamente un cerchio.

Ed è Leonardo stesso, secondo Luigi, che fornisce le indicazioni su come ha proceduto a realizzare il quadro:

< E se Leonardo avesse dipinto quel nodo sfilacciato per attirare l’attenzio­ne sul particolare geometrico disegnato dal laccio che chiude il vestito della Ginevra?
Anche i disegni riprodotti sulla stoffa che raccoglie i capelli della dama, potevano rappresentare una simbologia geometrica; si notano: un arco, una curva e altre “diagonali continue”. Già nella tavola prima, l’orizzontale 25 coincideva con una linea curva dipinta su questo tessuto e nella tavola terza, le linee delle diagonali J-G e J-L marcavano un altro simbolo sulla stessa stoffa (poco visibile in questa fotocopia del dipinto). Riferendo questo disegno ad una immagine geometrica, ravvisavo in questi segni delle diagonali ripetute “\/\/\/”.
Questi dettagli non potevano essere frutto del caso, ma apparivano ai miei occhi come precise indicazioni da applicare alla mia investigazione.
Riportai, così, la figura geometrica 2 al computer e disegnai il motivo simbolico rilevato nell’effigie, tracciando le “diagonali continue” 1-R, R-2, 2-L, L-4, 4-A e A-6 (\/\/\/).
…  Con questo procedimento geometrico venivano individuate altre intersezioni multiple di 2,5 mm (omissis), sino a giungere alla figura geometrica (omissis), nella quale il quadrato viene scomposto in un reticolo di 2,5 mm, che rapportato alla grandezza originale del dipinto, corrisponde a 4 mm.

Ero stupefatto: seguendo i suggerimenti riscontrati nel dipinto e le indi­cazioni geometriche di Leonardo, avevo scoperto il reticolo nel quale il ge­nio vinciano aveva costruito geometricamente quell’immagine, come sarà dimostrato nel seguito dell’investigazione. >

Evito di andare oltre nella descrizione di questa scoperta, ma è importante sottolineare un altro aspetto denunciato da Luigi:
il quadro “Ginevra de’ Benci” in realtà, alla luce della costruzione geometrica,  appare originato da due parti ben distinte ed unite matematicamente: un “perfetto frontale” e un “profilo di tre quarti”.

Un perfetto frontale
Un profilo di tre quarti

Anche la Gioconda è frutto della scienza applicata alla pittura

< Come già dimostrato nell’investigazione della “Ginevra”, anche la Gioconda è il risultato delle “scienzie matematiche”.
Come Leonardo stesso descrive nel brano “Sugietto cholla forma”, egli ha usato la geometria per disegnare l’immagine: soggetto visivo e forma geo­metrica si fondono in un unico risultato, l’opera pittorica, come ho dimo­strato nell’investigazione dei due dipinti.
Gli studi sui reticoli che compongono tutta la tavola sono da me custoditi e non ancora terminati. Come scrive Aristotele sulla verità: “solo con la collaborazione tra uomi­ni preparati si può perfezionare il mosaico della conoscenza”.

La Gioconda

La “Ginevra” e la “Gioconda” non possono essere falsificate

Dopo più di cinquecento anni, la concezione pittorica di Leonardo (pittura=scienza) si rivela come una sconosciuta espressione artistica; tassello mancante della convinzione comune che in pittura tutto è stato fatto.
L’inesplorato risultato pittorico ci porta a nuove scoperte, infatti se non si è a conoscenza del risultato matematico e geometrico che genera l’immagine e rimane celato nel dipinto, non sarà mai possibile riprodurre con assoluta precisione, l’effigie generata dal genio vinciano.
Pertanto, l’immagine dipinta da Leonardo non potrà mai essere falsificata o confusa con l’opera di qualsiasi altro artista.
Viceversa, trascrivendo o memorizzando i punti d’intersezione e le misure dei raggi delle circonferenze coincidenti con l’effigie generata dal Genio fiorentino, è possibile riprodurre il disegno della “Ginevra” con precisione decimale. L’operazione può essere eseguita anche senza guardare il dipinto. >

Terza Scoperta: Leonardo rivela il suo fare pittorico

Luigi scrive:

< Dopo le riflessioni sui dipinti conosciuti come ritratti di “Ginevra Benci” e “Gioconda”, che non possono essere falsificati se non si è a conoscenza del geniale risultato matematico e geometrico vinciano, ero certo che Leonardo avesse annotato, su qualche taccuino, il suo innovativo fare pittorico. In fondo quest’uomo prodigioso confidava tutto alla carta, ma, in questo caso, sicuramente non lo aveva palesato, dato che sino ad oggi questo suo rivoluzionario “mo­dus operandi” era a noi ignoto e ancora, attualmente, rimane inetichettabile.
Fu così che ripresi a riesaminare i suoi scritti, iniziando dalle traduzioni fatte da J. P. Richter. Ben presto mi accorsi che questo non era l’esatto modo di procedere. Come potevo indagare più di ottomila pagine di pensieri, an­notazioni e componimenti, raccolti nei codici vinciani?
E se lo scritto o gli scritti riguardanti il suo fare pittorico fossero andati persi?
A questo proposito, sappiamo che il materiale giunto fino a noi corrispon­de a circa un quinto dell’intera mole di carte lasciate da Leonardo.
In seguito, considerando la mia scoperta, ero consapevole del fatto che mai nessuno aveva applicato gli imperativi matematici di Leonardo alle sue opere pittoriche, ottenendo le “ matematiche dimostrazioni” da lui volu­te. Con questa nuova coscienza, pensai di indirizzare la mia indagine verso quei brani che risultavano “criptici” per analizzarli senza alcuna correzione.

Riesaminai così il procedimento matematico e geometrico utilizzato dal genio vinciano per la realizzazione dell’opera. Leonardo si avvaleva della geometria per disegnare l’effige, quindi la geometria e la figura risultante erano la stessa cosa.
Di conseguenza, la mia ricerca doveva individuare uno scritto che riferis­se di un’immagine o di un soggetto indiscutibilmente legati alla “forma ge­ometrica”.
Restrinsi così il campo d’investigazione, non più analizzando direttamen­te gli scritti di Leonardo, ma leggendo libri che riportassero l’interpretazio­ne dei suoi pensieri.
Fu così che in Leonardo da Vinci – Scritti Letterari, Favole, Bestiari, Indovinelli, Pensieri edito dalla Bur (Biblioteca universale Rizzoli) con mio immenso stupore trovai il misterioso frammento, che come titolo recita Sugietto cholla forma. Conoscevo quello scritto, ma era sepolto nella mia mente senza alcun significato. Ora sapendo del suo procedimento matema­tico, la spiegazione di Leonardo risultava chiara e ricalcava il risultato della mia indagine geometrica e le mie riflessioni riguardanti i suoi scritti. >

Il libro continua descrivendo l’analisi del brano citato, verso per verso.

Sugietto cholla forma

< In conclusione, posso affermare che la dicitura posta in alto a destra del­la pagina è il titolo del brano; infatti, scrivendo “sugietto cholla forma”, Leonardo esprime la sua concezione pittorica, chiarita nell’analisi del bra­no e rivelata nell’”investigazione” del dipinto oggetto di questo studio.

In parole povere quello che noi vediamo come “soggietto”, cioè “Ginevra”, è il risultato della geometria, cioè una “forma” geometrica, dunque il sog­getto e la forma sono la stessa cosa, vale a dire “sugietto cholla forma”, pit­tura=scienza.

La maniera pittorica di Leonardo è innovativa e complessa e, a mio avviso, nasconde nelle analisi geometriche, risultanti nell’investigazione dell’o­pera, calcoli matematici complicati. Questo metodo realizzativo non ha precedenti e, di conseguenza, andrà studiato ed approfondito nel corso degli anni futuri.

Solo un intelletto superiore poteva generare una così alta e geniale conce­zione pittorica, sino ad oggi sconosciuta e non catalogabile in tutta la sto­ria dell’arte. >

“Chi biasima la somma certezza delle matematiche si pasce di confu­sione e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scien­zie (ipotesi) colle quali s’impara uno eterno gridore”
(Leonardo Da Vinci, Quaderni di Anatomia II, 14 r.)

Ringraziamenti

Ringrazio davvero di cuore Luigi Ferrario per avermi regalato questo libro, con dedica ed autografo personale, dal quale ho potuto trarre le notizie scritte in questo articolo:
“Leonardo Da Vinci – Nulla è la luna” edito nel novembre 2013 da “La Memoria del Mondo Libreria Editrice” di Magenta (Milano).

Ringrazio inoltre l’amico Marcello Mazzoleni e l’Amministrazione comunale di Magenta per aver organizzato questa serie di iniziative su Leonardo Da Vinci davvero molto interessanti.

Marcello Mazzoleni – Luigi Ferrario