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Lo smartphone e le scarpe di Van Gogh

Cosa hanno in comune – vi chiederete – un paio di logore scarpe da contadina dipinte da Van Gogh e uno smartphone di ultima generazione? Niente. Purtroppo, niente. E non per la ragione banale per cui uno smartphone è uno smartphone e un vecchio paio di scarpe non è che un vecchio paio di scarpe.

La diversità sulla quale vorrei focalizzare l’attenzione è molto più profonda e trascende quella strettamente legata alla funzione per la quale i due oggetti sono stati concepiti:  riguarda, piuttosto, la loro diversa modalità di essere mezzo, ovvero il loro diverso rapportarsi a ciò che chiamiamo uso. Sembra un gioco di parole, ma non lo è, come andremo subito a vedere. Il paio di scarpe in questione o, meglio, la sua rappresentazione figurativa (altrimenti Matisse potrebbe aver da ridire) – è analizzato da Martin Heidegger nei suoi Sentieri interrotti (titolo originale: Holzwege): precisamente nel primo capitolo, dove il filosofo tedesco si interroga a proposito dell’origine e dello scopo dell’opera d’arte. Ebbene, in estrema sintesi e semplificando al massimo, Heidegger si chiede se non possa essere l’opera d’arte la fonte a cui attingere per afferrare la verità che sta sotto all’apparire delle cose. E, per verificarlo, prende a titolo d’esempio un paio di scarpe da contadina, calzature apparentemente insignificanti, ma che rivelano inesorabilmente la loro usabilità, il loro essere un mezzo e nient’altro che mezzo.
La contadina – afferma Heidegger –  nell’utilizzare le sue scarpe durante il duro lavoro nei campi, non pensa ad esse, le dimentica. Ed è proprio in questa dimenticanza che risiede la  verità dell’essere scarpe in quanto mezzo. In tal modo, quindi, a Van Gogh, nel suo dipinto, sarebbe riuscito di palesare la  verità del banale oggetto d’uso quotidiano grazie alla  nudezza di una rappresentazione che evoca l’uso e nient’altro che l’uso.

In quanto al telefonino, invece?

Beh, se per le scarpe forse vale ancora (in pochi casi, ed escludendo, naturalmente, le donne non contadine) la dimenticanza heideggeriana, non altrettanto può dirsi a proposito dello smartphone. Infatti, sarebbe possibile definire quest’ultimo un mezzo (e quindi attribuirgli la sua porzione di verità) allorquando noi riuscissimo a dimenticarci della sua esistenza durante l’uso (abuso?) che ne facciamo quotidianamente. Ma così non è. Lo smartphone noi ce lo guardiamo e riguardiamo, lo osserviamo in quanto oggetto, lo giudichiamo, lo condanniamo quando rimane indietro nel vortice del tempo tecnologico e lo sostituiamo ancora perfettamente funzionante.
Lo smartphone, ci piace.
Ecco, dunque, qual è la vera differenza – quella più profonda – che intercorre fra il ‘telefonino’ di  ultima generazione e la rappresentazione pittorica delle scarpe di Van Gogh: le scarpe sono un mezzo in quanto mezzo e questo è il succo della loro verità; lo smartphone, invece, per come è concepito, al pari della stragrande maggioranza dei prodotti dell’era consumistica, non ha verità heideggeriana, è un semplice attributo dell’apparire.
Sia chiaro, mi annovero fra i peccatori, e chi si sente puro, scagli la prima pietra!
Tutto questo discorso è solo per rendere consapevoli del fatto che le differenze fra gli oggetti esistono, ma che per scoprirle, spesso, occorre andare un po’ più a fondo  della mera apparenza.
Come, appunto, accade per lo smartphone e le famose scarpe impresse sulla tela da Van Gogh.

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