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L’origine della parola “diverso”

di Marco Cazzella (in arte: Marcu, lu scrittore Salentinu)

Da sempre sono molte, direi troppe, le persone senza alcun “difetto” fisico o mentale che si sentono superiori a coloro che purtroppo posseggono tali “difetti”. Occorre considerare che la loro è una capacità naturale, perché ciò è dovuto unicamente alla natura, la quale sceglie chi  far nascere “sano” e chi no e per questo motivo si sentono in dovere di “etichettare” chi non è come loro credendosi di essere di classe superiore, di “Classe A”.

Per lo stesso motivo hanno iniziato a chiamarli: “Handicappati”.

Sapete il significato di questa parola? No? Deriva dalla parola “Handicap“, la quale assieme al suo suffisso vuol dire “colui o colei che porta un handicap” o se preferite la traduzione italiana: uno “svantaggio”. Tale “svantaggio” può essere momentaneo, non è detto che sia per forza permanente. Infatti, se vi fermate un momento a riflettere, anche qualcuno che inavvertitamente cade dalle scale può ricevere o subire uno “svantaggio”. Allora la mia domanda è questa: perché il primo caso è considerato diverso dal secondo? A mio avviso per molti il primo designa o descrive la persona, per esempio “cieco” o in gergo “cecato”  nel caso la persona abbia perso la vista; “sordo” se non avesse l’udito, addirittura “storpio” se uno dei due piedi non dovesse funzionare bene e così via. Ma per fortuna, una persona non è quello che mostra il suo fisico o il suo aspetto esteriore, altrimenti non avremmo cantanti ciechi, atleti sportivi paraplegici o artisti sordi.  

“Homo Abilis”

Personalmente non amo in nessun modo l’etichette, ma “visto” che queste persone ci tengono molto ad affibbiare una categoria agli altri,  un nome o un epiteto, per par condicio è giusto dargliene una anche a loro.

L’evoluzione della specie ha fatto sì che questi esseri da me definiti “Homo Abilis”, si siano “ammorbiditi” o così sembrerebbe e hanno sostituito la parola handicappato, divenuta con la civilizzazione spiacevole, con “Disabile”, che significa “colui che non possiede abilità”. Ed ecco che spunta una mia nuova osservazione con rispettiva domanda: una persona che sa cambiare una lampadina, ma che non sa cucinare non possiede un’abilità (quella di essere cuochi) e nonostante ciò viene comunque definito “normale” da chiunque. Sapete perché? Per il semplice fatto che quella mancanza di capacità ancora una volta non si applica al suo aspetto, è soltanto un mio pensiero, ovviamente ognuno la potrà pensare come meglio crede. Il non possedere una capacità fisica, o mentale  fa automaticamente sì  che quella persona risulti diversa da loro.

Una volta qualcuno mi disse: “Le persone sono come le mani, simili ma mai uguali”. Perciò ogni persona risulterà sempre diversa da un’altra: per una propria passione, per un proprio interesse, per gli studi conseguiti, per le esperienze vissute, eccetera. Quindi, perché chi ha la sfortuna di nascere diversamente da chi si ritiene a superiore, viene etichettato per poi  essere emarginato, deriso, denigrato e  allontanato dal resto del gruppo?

Come la si può chiamare davvero integrazione se tali persone, quelle che posseggono vantaggi diversi,  vengono virtualmente rinchiusi in dei “Recinti”?

L’integrazione

Per una persona cosiddetta “normale” di tipo “A” è facile legarsi emotivamente con un rapporto di amicizia o di qualsiasi altra forma sociale, con un’altra persona “normale” di tipo “A”. La vera integrazione sta nel farlo con chi  è considerato “Diverso” dai cosiddetti “normali, quelle che i normali di tipo “A” considerano di tipo “B”. Pensate che ci siano persone di tipo “A” che possono farlo e persone di tipo “B” che non possono farlo? Che senso ha tutto ciò?

Diversamente abile

Ma non è finita qui miei cari lettori e lettrici. Con l’avanzare degli anni, anche la definizione “disabile” è diventata obsoleta ed è stata  sostituita con quella di: “Diversamente abile”, come se si volesse finalmente riconoscere che la persona affetta da una qualsiasi menomazione possegga un’abilità, ma resta comunque “Diverso” dalle solite persone di tipo “A”.

A questo punto, io mi chiedo e chiedo a voi: se esistono i “Diversamente abili”, perché allora le persone di tipo “A” non si fanno chiamare: “Comunemente abili?” Ovvero persone che posseggono abilità che possono avere chiunque altro.

Speciali

 Questo fatto ha fatto nascere una nuova definizione, ossia quella di: “Speciali”. All’apparenza può sembrare una bella parola, specialmente all’orecchio di una persona superficiale, ma prestando più attenzione al contesto in cui viene usata, si comprende che è un modo “dolce” per definire i disabili dei “Diversi”.  La società, con le sue regole di “accettazione”, impone che le persone siano educate e “politically correct. Pertanto, se l’intento di rimarcare che le persone con una disabilità non siano considerate alla stessa stregua dei cosiddetti “normali”, esiste almeno oggi grazie al tatto, un dolore più leggero. Ma nonostante ciò per tutti i diversamente abili o come li volete chiamare, la ferita resta ugualmente aperta.

Per questo, concludendo questa mia analisi, voglio dirvi che potete chiamare i disabili come più vi aggrada, ma alla fine restano degli esseri umani come tutti, con gli stessi sentimenti, le stesse sensazioni e le stesse emozioni e che provano amore e odio esattamente come fa chiunque. Perciò, per parafrasare una lezione di psicologia: “Se anche loro pensano come gli esseri umani, si  muovono come gli esseri umani e parlano come gli esseri umani”, allora è inutile che si cerchino altre definizioni, perché quello che sono è già ben definito: sono semplicemente esseri umani. Quindi è inutile ed offensivo cercare altre parole.

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