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Milano, la Veneranda e la Wanda…

di Fabio Pedrazzi

Ogni tanto mi ritorna, quasi sempre a fine giornata. Quando il sole ormai è calato dietro le colline e gli ulivi. Milano… la mia città, anche se dagli anni ’80 in poi l’ho vista cambiare, trasformarsi, modificarsi nel suo essere città snob e popolare nello stesso tempo.

Oggi voglio riportarvi alla fine degli anni ’60. All’epoca avevo circa 8 anni e mio papà (guai a chiamarlo padre o babbo… lui era “il papà”) mi portava, soprattutto la domenica mattina, dalla Wanda. Un’osteria sul Naviglio Pavese, a fianco di un meccanico di moto: “il Mario” e al cinema Cristallo. Ancora ricordo la luce, le uova sode già sgusciate sul bancone, i “bianchini” che “il Nino”, marito della Wanda, mesceva in continuazione… «Nino… un vun in dü, per mi e per la Veneranda»

La bela Veneranda (La bella Veneranda)

La Veneranda era un vecchio amico e collega di mio papà: due Vigili del Fuoco della Centrale di Milano. Il suo nome era Adriano Veneroni: voce roca dalle troppe Esportazioni senza filtro, musicista (chitarra) e compositore di canzoni in milanese. La Wanda era un’istutuzione in zona, battesimi, cresime, festicciole… nella sala dietro il bar si svolgeva una vita parallela. Un mondo abitato da personaggi fantastici. C’era il ladro di appartamenti (solo quelli dei signurot… mai di pover crist), il suonatore di fisarmonica, il Giurgiu matt… un ometto che non dormiva mai, passeggiava per i Navigli dalle 4 del mattino fino a sera… c’era quello che sapeva a memoria gli sketch del Mazzarella (Piero Mazzarella: el Masarella), che in genere recitava al Carcano (il Teatro Carcano… quello della famosa canzone milanese dove le strofe finivano sempre allusivamente così: al Carcano… in pè – al Carcano a far l’amore in piedi). Poi c’era El Pinza (El Pinsa), artista a tutto tondo, un chitarrista fenomenale e cabarettista da pisciarsi addosso dal ridere.

Un salto indietro

Bene, ora immaginate di fare un salto indietro di cinquant’anni e di trovarvi dalla Wanda una sera. Alle 20 la clear (saracinesca) veniva abbassata. Dentro rimanevano: la Veneranda, el Pinsa, el Giurgiu matt, il tizio che recitava Mazzarella, mio papà, io e un po’ di amici del Bar. Due chitarre, tanto vino, a me gassosa con la stringa di liquirizia… e tanta, tanta allegria.

El Pinsa chiede un La… el Giorgiu matt ghe le dà (glielo da) indicando un bicchiere di vino sul tavolo… la Veneranda accende la quarantesima sigaretta della giornata e comincia a intonare una delle sue struggenti canzoni… un Tom Waits de Porta Cica (Porta Ticinese)… il clone di Mazzarella risponde: Fuori i secondi, fuori i secondi… famossimo, all’epoca, brano su un incontro di pugilato. Le risate riempiono la sala, un po’ in penombra, piena di fumo e umanità.

La filosofia del Bar

Battute goliardiche, bevute generose, elucubrazioni mentali che passavano dal ridicolo al filosofico: eh sì, dalla Wanda si faceva filosofia, a volte spicciola, con domande esistenziali che prendevano spunto dalla vita di tutti i giorni: te ghe de capì, che se da mai a trà a un Ghisa, perché un Ghisa l’è semper un Ghisa, anca quand se leva la divisaprima o poi te farà la multa, magari perché te ghe la cadreghetta storta, un Ghisa l’è sempre un Ghisa. (Devi capire che non di mai ascolto -in questo caso vale per confidenza- a un Vigile urbano, perché un Vigile urbano e sempre un Vigile urbano anche quando si toglie la divisa, prima o poi ti farà una multa, magari perché hai la seggiolina storta, un Vigile urbano è sempre un Vigile urbano). A volte invece le cose si mettevano serie e tra un vun in du (uno in due, un Campari soda diviso metà per ciascuno allungato con il vino bianco) e una Sambuca cu la musca (Sambuca con la mosca, con un chicco di caffè) i discorsi scivolavano sulle difficoltà della vita, sul fatto che la Pierina la ghe la faseva pù cul banchett del verdura (che non ce la faceva più a gestire il banchetto della verdura), che il figlio dell’Armida doveva partire per il servizio di leva e lei sarebbe rimasta sola… spaccati di vita, attimi che non ci sono più, momenti di una Milano rimasta ormai solo nelle canzoni popolari, nei ricordi qualche vecchio o nella mente di chi: allora bambino, ha avuto la fortuna di vivere una MIlano vera, di conoscere la Wanda e la bella Veneranda.

Ciao Adriano Veneroni… sei rimasto sempre nel mio cuore.

PS: La canzone: La Balilla, portata al successo da Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, è di Adriano Veneroni, che la registrò su un nastro del Gelosino insieme ad altre sue canzoni e la portò in RAI, a Milano… il nastro sparì nella notte e ricomparve la canzone un paio di anni dopo…

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