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Prima e dopo la Battaglia di Magenta (seconda parte)

Prima e dopo la Battaglia di Magenta (seconda parte)

di Paolo Saino

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Seconda parte

Battaglia di Magenta, quadro di Yvan al Museo di Versailess

Dopo la battaglia si verificò un grande fenomeno di sciacallaggio da parte delle popolazioni residenti a carico dei morti e, quasi certamente, anche dei feriti. Ne sono testimonianza numerosi resoconti che narrano di cadaveri spesso trovati praticamente denudati; uniformi, armi, accessori, scarpe, cinture, oggetti di corredo, oggetti personali furono asportati dai contadini e finirono nelle case. Racconta il corrispondente del Times:

Sebbene non fossero ancora passate dodici ore dalla battaglia, la maggior parte dei morti erano ormai seminudi, il che sarebbe stato inspiegabile se non avessimo visto misteriose figure muoversi sotto gli alberi ai margini del terreno, e altre a distanza che fuggivano con grandi fagotti: erano contadini dei dintorni, avvoltoi umani che avevano compiuto questa azione sacrilega. Ma non furono soltanto compiuti atti sacrileghi, come vengono apostrofati dal Times; molto materiale era stato accumulato dai francesi nella valle del Ticino, subito a est del ponte di Boffalora e le guardie duravano fatica a tener lontani i villani che si avvicinavano nella speranza, sembra quasi mai frustrata, di impossessarsi di qualcuno di quegli oggetti.

Il ponte di Boffalora in una xilografia di Giuseppe Barberis, 1894

Un articolo della Gazzetta Universale di Foligno del giugno 1859 riporta che tutta la strada da Magenta al confine sardo è cosparsa di cadaveri, di zaini, di fucili. Si vedevano ieri ancora molti cavalli abbandonati. Si dovettero requisire i contadini dei dintorni per seppellire i morti, non avendo tempo le truppe austriache di seppellirli, inseguite come esse erano dagli alleati.

Il telegrafo arrivò a Magenta il giorno successivo alla battaglia; infatti già il 5 giugno il Servizio Telegrafico per l’Armèe aprì l’ufficio del telegrafo. Furono 35 gli uffici aperti da questo Servizio (il Barone di Bazancourt li riporta tutti nella seconda parte de La Campagna d’Italia; da Vercelli a Santa Lucia, passando – tra gli altri – da Novara, Turbigo, Magenta, Milano, Melzo, Treviglio e Goito).

Nei giorni immediatamente successivi alla battaglia, la tratta ferroviaria Magenta-Milano, inaugurata il 18 ottobre dell’anno precedente, vide molti convogli passare. Si trattava di treni carichi di feriti.

Narra il corrispondente del Times, in una lettera pubblicata dal suo giornale il giorno 11 giugno:

Milano, 8 giugno 1859.

[…] Arrivai ieri [a Milano] con un convoglio di feriti, e siccome dissi nell’ultima mia, i milanesi appena liberi, mandarono un convoglio a Magenta per trasportare i feriti colà raccolti. Fu lasciato ivi un distaccamento di due compagnie del 1° Fucilieri della Guardia, i cui soldati portavano feriti a misura che trovavano, allo scalo. Molti chirurghi in servizio loro prestava ivi le prime cure, ed immediatamente venivano spediti a Milano. I convogli consistevano di carri di 3° classe, E vagoni delle merci, alcuni coperti, altri no. Coloro, le cui ferite erano lievi, e che potevano camminare si mandavano nei carri, altri si mandavano nei carri, altri si adagiavano nei vagoni, cosparsi di paglia e fieno per renderli, quanto più si poteva, soffici e tollerabili. In essi erano quei miserabili deposti, tra i più crudi spasimi, cagionati dal movimento. V’era là presso un gran barile di bevanda rinfrescante, ed un barile di vino per calmare l’ardente sete causata dalle ferite; ed eransi tagliati dei rami, che venivan disposti a guisa di tende nei vagoni scoperti, a proteggere quei meschini da un sole veramente italiano.

Particolare del dipinto di Gerolamo Induno La battaglia di Magenta dove si nota il cartello “Stazione di Magenta”, luogo in cui si svolsero gran parte degli scontri della battaglia

Il debarcadero ed il convoglio stesso presentavano la piĂą orrida scena di miserie che si possa dalla mente umana concepire. Il lato tenebroso d’una brillante vittoria, uno sguardo spinto di giorno dietro le scene. Feriti in tutte le gradazioni di agonia e di dolore, sudici, laceri, seminudi; i preti si aggiravano intorno col Viatico per amministrare l’ultimo sacramento ai morenti; alcuni mostravano con l’occhio vitreo, immoto che essi avevano cessato di soffrire; altri, i cui occhi erano agitati e presso i quali stava il prete genuflesso, indicavano d’essere al termine dei loro sospiri; altri avreste creduti morti, senza un impercettibile girar degli occhi […] Alla vista di tanta miseria, si diveniva involontariamente silenziosi e si scopriva il capo. Persino i vivaci soldati francesi, che somministravano ai bisogni di questi sformati saggi dell’uman genere, divenivano gravi, e quel cupo silenzio era solo talvolta interrotto dalle solenni parole di un prete, da un lieve singhiozzo, da uno strido di dolore, da un debole sospiro. Si dimenticava quasi che una gran vittoria sfolgorava nella tetra scena. […] Finalmente il treno partì, ed il suo rumore coperse tutti gli altri, mentre pochi giri delle ruote ci tolsero dalla vista della Stazione. Giunti a Milano, trovammo molte signore, volontariamente accorse ad assistere quegli infelici con rinfrescanti bibite, ansiosamente bramate dopo una corsa di piĂą di d’un’ora.

L’eco delle battaglie della Seconda Guerra per l’Indipendenza ebbe un eco in tutti gli Stati italiani e molti si diedero da fare per portare aiuto ai feriti. Riferisce un articolo della Gazzetta di Genova, ripresa dalla Gazzetta Universale di Foligno del 30 luglio 1859:

Da Messina giunsero a Genova e quindi a Torino 334 casse di limoni, 73 d’aranci ed una di bende filacce e pezzuole, destinate a sollievo de’ feriti della guerra d’Indipendenza. Il generoso presente fu messo insieme per opera principalmente di gentili signore, che andavano in giro per tutti i monasteri e le case delle primarie famiglie di Messina per raccogliere denari, frutti, filacce, bende e pezzuole.

Che cosa era successo a Milano?

Riporta l’Eco della Borsa del 7 giugno:

In tutta la giornata di sabato [4 giugno] gli abitanti della cittĂ , piĂą di tutti quelli del borgo suburbano di Porta Vercellina, udirono il cupo rimbombo del cannone lontano; questo fragore incessante era l’annunzio certo di un grande fatto d’arme. Infatti verso le 7 e trenta lungo la strada postale da s. Pietro all’Olmo a Milano, incominciò a comparire dal sobborgo di San Pietro in Sala presso la Capitale la testa delle colonne si allontanavano dal combattimento. Laqrimevole spettacolo! Non cessò dalla sera fino al giorno successivo, 5 corrente, la fila dei carri della SanitĂ , sui quali stavano accatastati i feriti laceri o monchi delle membra senza distinzione di rango, soldati, ufficiali, colonnelli, generali, pallidi, sanguinosi, discinti, seduti o supini sui fardelli, sugli uniformi, sulle armi. Quelli che erano feriti lievemente, seguivano a piedi in uno stato degno di pietĂ . E non mancò certamente presso i buoni milanesi. Coi feriti, giungevano alla rinfusa cavalli d’attiraglio senza carri, senza cannoni e colle tirelle recise, cavalli da sella sbardati, soldati trafelati, stanchi, armati e disarmati.

Questa processione continuò tutta la notte; e vennero poscia soldati d’ogni arma e d’ogni uniforme senza ordine e fuori di rango confusi cogli impiegati civili; palafrenieri, carrozze, carri di tutte le foggie. Seguivano schiere ordinate artiglierie ed in allora, per adoperare una metafora significante, incominciò il San Michele. Le truppe entrarono da porta Vercellina, bivaccarono in piazza Castello e, dopo breve riposo, rifatte le vettovaglie, uscivano dalla Porta Tosa per la ferrovia di Treviglio, e da Porta Romana per la postale di Melegnano. Il passaggio era continuo, incessante.

Il monumento a Napoleone III in una foto degli anni Trenta del Novecento, da negativo su pellicola, Milano, Civico Archivio Fotografico

Erano stati nel breve intervallo inchiodati i cannoni del Castello e del Forte di Porta Tosa. Sui carri vennero messi tutti gli effetti di facile trasporto; ma il Castello, alle ore 9, in cui vi penetrò il popolo confuso coi drappelli fuggenti, offrì una copiosa preda d’armi, di effetti militari, di suppellettili, di farine, di riso, e perfino si scoprirono casse di argento monetato pronto per gli stipendi del Presidio, in parte manomesso, in parte redento e consegnato al Municipio da integri cittadini, che noi ringraziamo per onore del Paese.

Ma questo saccheggio riuscì pericoloso; i più audaci, incontrandosi con drappelli di soldati che raggiungevano le masse in ritirata, subirono dei ritorni offensivi, e si contano per buona sorte soltanto tre o quattro vittime di un’eccessiva imprudenza. Fino alle undici della mattina verso la porta Tosa e la Porta Romana, nell’interno della città continuò il defilamento dei battaglioni e delle batterie austriache in mezzo alle contrade addobbate di bandiere tricolori e tra le grida del popolo esultante che dava clamorosi commiati. Siamo giusti a dire che questa moltitudine in armi, nel partire si comportò con disciplina e decenza. La municipalità avea vegliato la notte: ai suoi coraggiosi sforzi dobbiamo la conservazione del corpo degli 82 Pompieri che gli austriaci volevano condurre seco.

Piazza Duomo in una foto d’epoca, con il monumento equestre a Vittorio Emanuele II al centro

Insieme all’avanguardia dell’armata francese, arrivarono a Milano i primi feriti della battaglia. Leggiamo ancora quanto riporta il corrispondente del Times partito da Magenta col treno portaferiti:

Giunti a Milano, trovammo molte signore, volontariamente accorse ad assistere quegli infelici con rinfrescanti bibite, ansiosamente bramate dopo una corsa di piĂą di un’ora. Saltando giĂą dal carro, vi trovate in un altro mondo; dalla vista della miseria a quella della felicitĂ , dalle facce sofferenti a quelle radianti d’esultanza, dalle strida di dolore alle grida di gioia. Tutta la cittĂ  era festosamente ornata, le finestre decorate di tappeti e di bandiere tricolori; i balconi animati dal bel sesso, che salutava ogni uniforme, e vi gettava fiori; strade affollate, soldati accompagnati e quasi portati in trionfo dal popolo, carrozze zeppe di soldati, e dappertutto un plaudire incessante, una gioia senza freno. V’erano cittadini armati, colla coccarda tricolore, e con una cartellina sul cappello, su cui era stampato: Ordine e sicurezza; nuova guardia nazionale, munita di moschetti trovati al Castello.

Ingresso di Napoelone III e Vittorio Emanuele II a Milano dopo la battaglia di Magenta

I due Sovrani vincitori entrarono Milano mercoledì 8 giugno. Parrebbe logico pensare che Napoleone non avrebbe mai rinunciato ad una entrata trionfale a Milano, ma alcuni informatori coevi riferiscono invece che avrebbe voluto entrare in sordina. La notizia si sparse rapidamente e al loro ingresso in città furono ricevuti con un entusiasmo indicibile. Le cronache del tempo riferiscono che da moltissimi alberi della città furono tagliati rami per formare corone. Fu un lungo giorno, quel mercoledì; come anticipato sopra Re e Imperatore parteciparono ad un Te Deum solenne in Duomo, che – nonostante fosse disturbato da un acquazzone – vide la partecipazione di una folla enorme con acclamazioni a non finire rivolte ai due sovrani. Sempre l’8, un altro combattimento, a Melegnano, doveva recare nuova gloria, e nuovi morti e feriti, agli eserciti. Per finire la giornata, al Teatro alla Scalasi tenne una serata di gala in onore dei due regnanti.

La Lombardia fu annessa al Regno di Sardegna al termine della guerra in seguito agli accordi di Villafranca, ma senza effettuare alcuna consultazione popolare. Infatti il 9 giugno il consiglio comunale di Milano sancì la validità del plebiscito del 1848 senza lo svolgimento di una ulteriore consultazione popolare.

Per terminare, un ultimo particolare, tra i tanti. Esattamente un mese dopo il fatto d’arme, il Governatore Paolo Onorato Vigliani emise un decreto che sanciva la pari dignitĂ  e l’uguaglianza dei cittadini indipendentemente dalla fede religiosa che professavano. Un segno inconfondibile del senso di oppressione che i milanesi avevano subito con la dominazione austriaca. Sebbene con tutti i dovuti distinguo del caso, un curioso parallelo con la nostra recente storia viene all’attenzione: durante il governo Badoglio, il 27 dicembre 1943, una relazione di Giuseppe de Santis, sottosegretario alla Giustizia, rilevò l’iniquitĂ  della condizione giuridica fatta ai cittadini italiani considerati di razza ebraica.

Il generale Patrice de Mac Mahon sul campo della battaglia di Magenta

Monumento (1895) al generale Mac Mahon nei pressi della Stazione ferroviaria di Magenta eseguito dallo scultore Luigi Secchi. Coi restauri del 2009 in occasione del 150Âş anniversario della battaglia di Magenta il monumento è stato riportato nella posizione originaria, al centro del grande parco dedicato dalla cittĂ  all’evento

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