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Prima e dopo la Battaglia di Magenta (prima parte)

Prima e dopo la Battaglia di Magenta (prima parte)

di Paolo Saino

Prima parte

Il periodo subito a cavallo della Seconda Guerra per l’indipendenza è pregno di fatti degni di essere narrati; non voglio raccontare dei famosi eventi, come il discorso di Vittorio Emanuele II (quello che tutti ricordiamo per il passaggio del“…grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva…”), ma piuttosto di qualcuno dei mille eventi di contorno, che forse meglio di quelli più famosi fanno comprendere il sentire di quel tempo. Prendo spunto dal mio ultimo articolo, quello sulla fuga di Emilio e Giovanni Visconti-Venosta, per riferire un passaggio di quanto pubblicato nel suo Cronaca degli avvenimenti d’Italia nel 1859 da Antonio Zobi, uno storico vissuto nell’800; esso così recita:

Doviziosi e gracili patrizi, agiati cittadini e benestanti, robusti artigiani, pubblici e privati funzionari, stringersi in segno di fratellanza le mani, e fraternamente incamminarsi per prender servizio sotto il tricolorato vessillo […] Alcuni di essi trovandosi compresi nella coscrizione del paese nativo, e volendone esser francati, spender ragguardevoli somme per farsi sostituire da gente prezzolata, e poscia arruolarsi nell’esercito piemontese.

Costoro si trovarono nell’assurda circostanza di aver pagato qualcuno contro cui avrebbero sparato o dai quali avrebbero rischiato di essere uccisi! Ma tanto era il desiderio di affrancarsi dall’Austria e formare uno stato che si potesse dire Italia.

Nell’imminenza della guerra, Achille Mauri, scrittore e docente, segretario del governo provvisorio costituitosi in Lombardia dopo le Cinque giornate di Milano, scrisse un sonetto intitolato L’iride e un caporale austriaco; in esso si allude al giornale torinese l’Opinione, che regolarmente registrava tutte le angherie della polizia e del Governo Austriaco inflitte ai lombardi. Un caporale ed un capitano austriaci si esprimono, in un italiano “intedescato”, a proposito di un arcobaleno:

L’altroieri, al cessar d’un temporale
Che sui monti di Como fece orrori,
Apparve, in onta al veto imperiale,
Un’iride con gli itali colori.

Guardando in su la vide un caporale,
E ne fece rapporto ai superiori:
Mi aferfisto in montagna tale e quale
Pantiera de italiani traditori.

Ma il capitan del posto, affin che in torno
Non giri il fatto e giunga all’Opinione,
Fece mettere all’ordine del giorno:

Caporale, guardar, servir con zelo,
Ma saver che Radeztky, tanto pone,
Nichs proibire tre colori in cielo.

Intanto la guerra si avvicinava e l’Austria concentrava sul confine forze rilevanti; così riferiva Cavour:

…per alcuni giorni la sponda sinistra del Ticino presentò l’aspetto di un paese in cui è per iscoppiare la guerra. I villaggi sono stati occupati da corpistaccati; dovunque si prepararono alloggiamenti e si presero misure per formar magazzini. Sono state collocate vedette fino sul Ponte di Buffalora (il ponte sul Ticino) che segna il confine dei due paesi…

Negli stessi giorni in cui pronunciava questo discorso, il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna aveva inviato a Milano dei falsi tecnici che, apparentemente, dovevano affrontare alcuni problemi ferroviari; a Cavour veniva bene insistere sui temi ferroviari: gli piacevano le ferrovie e tutti ne erano al corrente. In realtà lo scopo di quei “tecnici” era di ottenere notizie esatte sulle forze che gli Austriaci stavano accumulando. Assunte le informazioni del caso, esse furono scritte su di un foglio che, per non rischiare di essere intercettato dalla polizia Austriaca, fu piegato e messo sotto la gamba del cavalletto di Gerolamo Induno, posto nella piazzetta Durini. Gerolamo Induno fu famoso pittore, autore fra l’altro del famoso quadro La battaglia di Magenta.

Quadro Di Gerolamo Induno – Opera propria, CC BY-SA 3.0

Tra i patrioti non regnava sempre il buon accordo: i mazziniani non vedevano di buon occhio l’aiuto di un alleato tanto potente come la Francia, capace di rafforzare la monarchia e di esercitare, in un secondo momento, la sua invadente influenza sul costituendo stato italiano. Mazzini, però, a conflitto iniziato doveva abbandonare la linea dell’assoluta astensione per cercare di modificare in direzione nazionale e popolare il corso delle cose, facendo leva sui volontari e sui popolani. Alcuni mazziniani, invece, dissentivano. Tra questi vi era Gustavo Modena, attore noto anche all’estero per la naturalezza con cui recitava e declamava i versi della Divina Commedia; egli giudicò la guerra del ’59 come un’operazione intrapresa essenzialmente per servire alle mire espansionistiche di Napoleone III e che avrebbe fatto dell’Italia una vassalla del Bonaparte. Nel ’59, a suo parere, i capi militari delle rivoluzioni del ’48-’49 si erano lasciati sedurre (“insaccare” diceva) da Cavour, il quale se ne serviva per cavar le castagne dal fuoco a pro della monarchia.

Giuseppe Ricciardi, un letterato tra i maggiori esponenti del radicalismo politico, condividendo il giudizio di Mazzini sul carattere napoleonico e dinastico della guerra, si doleva di vedere l’Italia trascinata a rimorchio dalla prepotente alleata, lamentando l’inazione del mezzogiorno, che avrebbe potuto dare con la sua iniziativa un contenuto ed uno sbocco nazionali agli avvenimenti.

Ma nemmeno sul fronte austriaco la concordia regnava sovrana. Gli autori della rivolta viennese del 1848, firmarono un saluto agli alleati franco-piemontesi che fu pubblicato sui giornali svizzeri a metà giugno 1859, quindi dopo Magenta:

Bravi Sardi e Francesi, compagni di battaglia! In ciò per cui combattete, unione nazionale, ugual riconoscimento de’ diritti degli uomini, e più in generale compartecipazione agl’interessi della civilizzazione, consistono pure i più grandi beni e le condizioni dell’umana vita per tutti i popoli della terra. […] Voi combattete contro scellerati, che si chiamano tedeschi, i quali, non meritevoli di questo nome, dimentichi delle nazionali tradizioni, l’amore di liberta de’ nostri padri, questa sacra eredità hanno annientata con mano fratricida […] Pensate che voi siete combattenti per la libertà di tutti i popoli!

Insurrezzione di Vienna 1848

Come sappiamo, l’inno cristiano Te Deum (o per meglio dire: Te Deumlaudamus) è tradizionalmente celebrato per ringraziare il Signore in occasione di particolari avvenimenti. Fu solennemente officiato nel Duomo di Milano il giorno 8 giugno 1859 alla presenza di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II per ringraziare della vittoria di Magenta. Ma un’altra celebrazione era avvenuta quasi un mese prima in campo austriaco. L’Austria era talmente certa che avrebbe sconfitto il piccolo Piemonte, che il pomeriggio del 10 maggio 1859 iniziarono a levarsi al cielo nel paese dell’Aquila Bicipite, i Te Deum di ringraziamento per la caduta di Torino.

Stemma dell’Imperatore Francesco Giuseppe: al centro si trova l’aquila bicipite asburgica

Dobbiamo ammettere che è un gran vantaggio sapere come andarono le cose; e noi sappiamo che l’esercito Imperiale Austriaco non giunse mai a Torino durante la Seconda Guerra per l’Indipendenza. Ma allora perché ringraziare il Signore?

Non invidio colui o colei che portò la notizia al giovane Francesco Giuseppe… infatti a cadere era stato Trino, la cittadina sul Po ad una quindicina di chilometri a ovest di Casale Monferrato, e non la capitale del Regno di Sardegna. Non so chi determinò questo equivoco, ma chiunque sia stato deve aver passato un brutto quarto d’ora.

La battaglia di Magenta, come ben noto, è una cesura essenziale nella Guerra del 1859: segna il momento in cui gli austriaci dovranno lasciare Milano per non farvi più ritorno. È facile immaginare i milanesi che avevano vissuto l’inebriante esperienza delle Cinque Giornate, non stare più nella pelle all’annuncio della guerra; e al tempo stesso pregare perché gli alleati facessero a cacciare gli austriaci e che davvero le giubbe bianche non si facessero mai più vedere all’ombra della Madonnina. E la guerra scoppiò: era il 26 aprile 1859.

Battaglia di Magenta 1859

Vittorio Emanuele II era indubbiamente un prode soldato, secondo la visione romantica: lo vediamo a spada sguainata, incitare i soldati in prima linea, sprezzante del pericolo, sentire l’odore della polvere da sparo, il rumore dei carriaggi, degli affusti, degli ordini urlati dagli artiglieri, sentire i nitriti dei cavalli, percepire la paura e il coraggio, vedere il sudore e i feriti…. Ma non era un buon generale e neppure un buon stratega. Tant’è che Cavour gli spediva lettere nelle quali lo invitava a prestare attenzione, ad evitare di correre tutti quei pericoli, a schivare la prima linea. Cavour intravedeva il rischio di rimanere senza Re, vuoi perché ucciso in battaglia, vuoi perché – cosa ancora peggiore – caduto in mano al nemico. E in questa occasione non c’era Radetzky. Sì, perché – vale la pena ricordarlo – Radetzky era stato presente al battesimo di Vittorio Emanuele e al suo matrimonio con Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, arciduchessa d’Austria e principessa d’Ungheria.

Una piccola parentesi: facciamo un salto indietro nel tempo, quel 24 marzo del 1849. Tutti ricordiamo d’aver studiato dell’incontro tra Vittorio Emanuele, appena salito al trono con l’abdicazione di Carlo Alberto dopo la disfatta di Novara del giorno precedente, con il già anziano Radetzky in un’aia di Vignale. Ricordiamo l’iconografia classica: il giovane Re rifiutare sprezzantemente a Radetzky l’abrogazione dello Statuto albertino. Non si sa però che cosa esattamente i due si siano detti, perché – non volendo farsi ascoltare da alcuno – si portarono sopra un mucchio di letame. In quel momento Radetzky aveva le sue gatte da pelare: a non molti chilometri alle sue spalle, le città del regno Lombardo Veneto erano in rivolta e Vienna ribolliva. Mi sarebbe piaciuto sentire le loro parole; chissà che Vittorio Emanuele – cui dobbiamo il merito di non aver revocato lo Statuto che rimase in vigore fin dopo il secondo conflitto mondiale – non abbia faticato meno di quanto non immaginiamo in questa sua ferma presa di posizione.

Torniamo alla guerra del ’59. Vittorio Emanuele si doveva sentire “stretto” tra un Imperatore che, ovviamente, voleva detenere il comando in capo delle forze alleate e un Cavour che comprendeva benissimo i limiti del Re e pertanto lo sollecitava ad accettare i consigli dei propri generali. Napoeone III non poteva certo lasciare ad un Re di uno stato di secondaria importanza il comando dell’esercito alleato; la Francia era una delle 5 grandi potenze continentali con Prussia, Inghilterra, Russia e, naturalmente, Austria. Cavour, benché non fosse certamente gradito dal Re, aveva dimostrato che la strategia adottata negli anni stava dando i suoi frutti. Al Re non rimaneva che comportarsi da soldato, cosa che gli piaceva. E lo faceva da valoroso soldato combattente. Sul Times del 3 giugno si leggeva questo giudizio su di lui:

Fra i combattenti della Guerra d’Italia non ve ne ha nessuno che più dì Vittorio Emanuele meriti di essere decorato della Croce Vittoria. Non parliamo delle sue eminenti doti di generale, ma unicamente del suo brillante coraggio di faccia al nemico. […] Non si può mettere in dubbio che i tre eserciti non hanno un soldato più prode del Re di Sardegna Vittorio Emanuele.

Il 31 maggio a Palestro, gli Zuavi fecero “prodigi di eroismo”, come riferiscono le cronache e con loro Vittorio Emanuele II; tanto che egli fu da loro stessi nominato caporale: un onore di cui il sovrano andava fiero. Possiamo ammirare una statua del Re vestito da Zuavo nella sala dedicata al ’59 del piccolo ma bellissimo Museo del Risorgimento di Milano.

Qualche riga sulla preparazione della battaglia di Magenta. Napoleone III intendeva aprirsi la strada per Milano e aveva spostato il grosso dell’esercito dalle posizioni di Alessandria e Casale verso Novara, all’inizio di giugno. Gli Austriaci furono sorpresi dalla rapidità e destrezza con la quale gli Alleati avevano compiuto la manovra; per gli spostamenti era infatti stato utilizzato il treno (tra i primi casi in Italia). Gyulay, comandante in capo dell’esercito austriaco che si opponeva ai franco-piemontesi, reagì però correttamente; tentò infatti di far concentrare la maggior parte di forze possibili intorno a Magenta. Gli Austriaci si mossero pertanto verso nord, sulla sinistra del Po e poi, del Ticino, nel tentativo di sbarrare il passo al nemico che mostrava l’intenzione di muoversi nella direzione della capitale lombarda.

Nonostante Gyulay fosse al comando, continuava a ricevere ordini contraddittori, che mostravano come il Quartier Generale non avesse capito cosa realmente stesse accadendo. Durante le fasi preparatorie e di studio reciproco tra i belligeranti, numerosi ordini pervenivano infatti direttamente da Vienna. Sembra paradossale che gli strateghi da Vienna vedessero meglio di Gyulai che si trovava sul teatro delle operazioni. E infatti furono commessi numerosi errori dagli austriaci. Francesco Giuseppe si spostò a Verona il 1 giugno e spedì al fronte il Generale Hess; questi, pur essendo in subordine a Gyulay, iniziò ad interferire con i seppur scarsi, ma coerenti, piani del Comandante in Capo, col risultato fu che le forze Austriache non riuscirono a concentrarsi in tempo intorno a Magenta.

Intanto l’armata alleata si era portata a Novara; da questa città, sulla direttrice per Milano, avrebbero incontrato prima il ponte sul Ticino (tra Trecate e Boffalora) e Ponte Nuovo di Magenta (dove appunto è presente uno dei tipici ponti sul Naviglio). Protetto come è dal Ticino, dal Naviglio e dalla posizione rialzata nei confronti di chi provenga da ovest, allo scoperto nella valle, la posizione risulta difficilmente prendibile, qualora sia difeso da un contingente di forze anche relativamente modesto.

Le truppe francesi della Guardia a Ponte Nuovo di Magenta
L’attraversamento da parte dei francesi del ponte
Dipinto di Eugène-Louis Charpentier (1811-1890)

Napoleone, conscio di questa difficoltà, doveva attaccare contemporaneamente anche da nord, al di là del Ticino e del naviglio secondo una direttrice nord-sud; fu scelto di far attraversare i due corsi d’acqua in prossimità di Turbigo, dal Corpo del Generale Mac Mahon e dalla divisione Generale Fanti, dell’esercito sardo.

L’idea non era però stata dell’Imperatore, che probabilmente aveva studiato guerre e battaglie, più o meno romanzate, solo a tavolino, sulle carte geografiche o lette nei libri. Questa strategia gli era stata suggerita dal generale Antoine Henri Jomini. Nato in svizzera da famiglia italiana, autore di opere di tattica militare di grande rilievo, rimasto al fianco di Napoleone I in tutta Europa, Jominiera anche passato al servizio dello Zar nel 1813, fondando l’Accademia Militare russa. Il vecchio combattente (era ormai ottantenne essendo nato nel 1779) non aveva mai esercitato il comando personalmente con Napoleone I, ma passava per uno dei più competenti esperti di strategia militare; aveva studiato una infinità di battaglie nei minimi particolari, meditando sugli errori, veri o presunti, commessi dai comandanti.

Sappiamo come finì: i franco-piemontesi vinsero la battaglia e a quel punto la strada per Milano era aperta.

Un solo commento sulla battaglia, quello del prussiano Wilhelm Friedrich Rüstow autore, tra l’altro, di “Guerra d’Italia del 1859 narrazione politico-militare”

“I francesi dimostrarono la loro superiorità sopra gli Austriaci. […] Questa manifestavasi col desiderio dell’attacco, nella smania di andare avanti. Vediamo nei generali francesi sempre un’azione propria, una personale iniziativa, mentre gli austriaci non agiscono di proprio impulso, attendono sempre ordini. […] Tanto Mac Mahon che Napoleone compreso che anzi tutto era necessario effettuare la loro congiunzione…”

Il campo di battaglia doveva offrire uno spettacolo da Apocalisse; narra William Howard Russell, l’irlandese corrispondente del Timesche è stato definito come l’uomo che inventò le corrispondenze di guerra:

….il terzo giorno dopo la battaglia furono ancora trovati alcuni [feriti] sul campo e portati in salvo. Tutto ciò era dovuto in gran parte alla convinzione inculcata nei soldati austriaci, che gli alleati maltrattassero e uccidessero i prigionieri, e perciò i superstiti si nascondevano. Nonostante la fotografia fosse già stata inventata, però, le immagini più importanti di cui disponiamo di quei giorni, sono costituite dai dipinti di Carlo Bossoli, svizzero, anch’egli al seguito degli Alleati; per avere dei veri reportage di guerra, dovremo attendere la sanguinosa guerra civile americana.

La Battaglia di Solferino – Dipinto di Carlo Bossoli

Le “bufale” di quel tempo

In questi giorni di Covid-19, sono girate molte “bufale”, ma anche a quel tempo non scherzavano; questo è il testo di un bollettino ufficiale austriaco:

Verona, 9 giugno 1859, sera, arrivato a Trieste nella notte medesima.
Dopo una pugna sanguinosa restammo vincitori presso Magenta. Ieri, 7 giugno, non eravi più un Francese sul suolo Lombardo!

Trieste, 9 giugno 1859.

Oppure quanto pubblicato dalla Gazzetta Austriaca e altri giornali il 9 giugno:

Te Deumlaudamus! Abbiamo vinto! Una battaglia feroce, tremenda di più nella storia dei secoli, e una fulgidissima vittoria di più nei fasti militari dell’Austria! Siccome una vittoria sui campi di Magenta sarebbe stata per l’Imperatore Napoleone d’incalcolabile valore morale se non strategico, un primo passo verso il Tempio della Gloria che è l’idolo dei Francesi, e una conquista non tanto della Lombardia, quanto dell’affezione sempre più mancante dei suoi sudditi!…

Il campo della Battaglia di Magenta dopo gli scontri
Dipinto di Giovanni Fattori: Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta (1859).
Tela; 232 x 348cm; Galleria d’Arte Moderna, Firenze

Fine prima parte

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