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Quale verità?

 Come le favole aiutano nella conoscenza del mondo

È risaputo quanto le favole, nella loro semplice struttura narrativa, riescano a nascondere grandi insegnamenti. Spesso stereotipati, di stampo manicheista (da Manicheismo), ma che fanno sempre e comunque riflettere. Un tempo le si leggeva (più verosimilmente, le si ripeteva a memoria) ai più piccoli della famiglia e questo faceva sì che anche  genitori e nonni  fossero costretti a rivisitarle  durante l’intero  percorso della loro vita, giovandosi di esse e magari ritrovandovi, col senno di poi, sempre nuovi insegnamenti.

Oggi sono  Youtube e Instagram,  i luoghi virtuali preferiti dai bambini, entrambi ‘angeli’ e ‘demoni’ al tempo stesso, come ogni altra cosa. Anni fa c’erano i cartoni in videocassetta prima e dvd poi.  Quando Aurora aveva intorno ai duetre anni, mi soffermai a riflettere sul fatto che “i grandi” si erano ormai liberati dell’onere di raccontare storie, lasciando il compito ai professionisti dell’immagine.

La mia bimba era è già molto aggiornata e ben fornita e decideva cosa guardarsi e riguardarsi in base ai ghiribizzi del momento. All’inizio me ne stavo in un’altra stanza a leggere o a scrivere, quando lei accendeva la TV e inseriva nel lettore la videocassetta. Poi piano piano, a mo’ di animale timoroso, cominciai ad avvicinarmi al fuoco dei colori, delle musiche e delle voci che divampavano dal televisore. Lo scopo iniziale era esclusivamente quello di poterle stare un po’ vicino e rilassarmi a contatto con la sua pelle profumata, liscia e morbida,  nonché alla  vista della meravigliosa autenticità delle emozioni che i momenti clou delle storie inducevano (grazie ai neuroni-specchio) sul suo volto. Ma ben presto cominciai a ricavarne ben altri vantaggi. Innanzitutto, da quando guardammo assieme La bella addormentata nel bosco, mia figlia mi chiamò Principe per un bel pezzo e sono conscio del fatto che non mi capiterà  mai più di essere investito di tale prestigioso titolo;  poi scoprii che le varie edizioni di favole a cartoni animati pur essendo, in linea di massima, fedeli alla narrazione originale (ovvero quella trascritta da qualche scrittore dopo una lunga tradizione orale) divergono sempre da questa, e anche l’una dall’altra, nei dettagli. Proprio come succedeva quando le si narrava davanti al focolare e, per tamponare lacune mnemoniche o per la necessità di sottolineare di volta in volta alcuni particolari a scopo pedagogico o ancora sotto la pressione di domande acute e ben piazzate, come lo sono quasi sempre quelle dei bambini, qualcosa cambiava sempre.

E così seguii con interesse un inedito epilogo della storia di Cappuccetto Rosso in cui al lupo cattivo non riesce di trangugiare nonna e nipotina grazie all’intervento di uno stormo di uccellini; mi innamorai della bellissima casa in pietra dei Tre porcellini; e stetti in pena per una sprovveduta Biancaneve.

La vera verità

Ma ciò che una sera mi sorprese non poco, stimolandomi profondi pensieri, fu un inatteso battibecco fra il gatto e la volpe nella storia del burattino più famoso del mondo. Verso la fine del racconto, i due sono affacciati alle sbarre di una finestrella situata a poppa di un carro-cellulare condotto da un baffuto gendarme, evidentemente incaricato di condurli in prigione, quando incrociano Pinocchio e questi, riconoscendoli e da essi interpellato, instaura con loro un dialogo. Al che il fiero tutore della legge gli domanda come  mai un bravo bambino  conosca i due farabutti. E il tenero burattino nasuto, prima di rispondere, nella sua palese ingenuità, chiede ai due marpioni bisbigliando: “devo dire la verità?”. “Si, la verità”, risponde uno dei due a denti stretti. Al che Pinocchio,  rivolgendosi al gendarme, dice: ” Beh, tempo fa mi hanno derubato”. “Ne ero certo. Vuol dire che sconteranno qualche anno in più”, proferisce questi, lieto dell’ulteriore conferma, nel mentre incita il cavallo a continuare il trotto. Sul carro che si allontana  i due furbacchioni prendono a litigare. “Stupido!”, rimprovera la volpe, perché hai incoraggiato Pinocchio a dire la verità?”, “Ma quale verità? – ribatte il gatto – io intendevo l’altra verità!”. E intanto continuano a confondersi l’un l’altro con le proprie personali vere verità e il loro farfugliare, diventando sempre più incomprensibili, la scena si sposta a casa della Fata Turchina.

Mi fermai un attimo a riflettere, con Aurora che mi  camminava sopra e mi girava intorno chiedendomi di far riprendere la storia dall’inizio.  In effetti quello di Verità, come insegna la svolta ermeneutica degli inizi del Novecento, è un concetto tutt’altro che facile da definire. E il più delle volte non è affatto scontato che ne esista una che possa ergersi sovrana al di sopra delle altre. Che si tratti di verità giudiziarie, politiche, teologiche, scientifiche, di interpretazione di un testo, e chi più ne ha più ne metta.

Senza volere con ciò dar vita a tutti i costi ad un paradosso di Russell, non posso esimermi, nel concludere, di palesare un’ultima, legittima osservazione: da una favola, è venuta fuori la verità che non esiste una Verità!

Favoloso, vero?

Honourable Bertrand Russell

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