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Scripta volant, verba manent

E vi spiego perché non sto scherzando

Un’ antica sentenza latina, molto nota, recita: Verba volant, scripta manent.

Ho sempre pensato che fosse vero. Di più: l’ho considerata una sorta di pilastro, in quell’indefinito insieme di circostanze in virtù delle quali la specie umana è riuscita ad emanciparsi socialmente e culturalmente – soprattutto nel corso dell’ultimo secolo – a un ritmo impressionante. E a progredire anche in senso strettamente biologico. In qualche modo, infatti, l’evoluzione  deve i suoi frutti alla scrittura – naturalmente intendendo il termine in una accezione più ampia così da farvi rientrare il linguaggio biochimico – dato che il Caso, di tanto in tanto, si concede il ghiribizzo di scrivere sulla iperarrotolata pergamena del genoma, prontamente la Necessità, da solerte certosina che è, sente il dovere di ricopiare.
Che poi io abbia deciso di consacrare gran parte del tempo della mia vita all’arte dello scrivere,  la dice lunga riguardo alla convinzione di cui sopra.
Cosa sarebbe mai, la civiltà, senza il silenzioso contributo delle idee concepite nel corso dei millenni e lasciate su navi cartacee a navigare la Storia? Per quanto queste ultime siano, come noi, fragili, deteriorabili e ambite prede del mortale abbraccio dell’acqua e delle devastanti attenzioni del fuoco…
Quale uomo potrebbe mai conservare nella propria memoria il sapere del mondo; e chi riuscirebbe ad apprenderlo e ritrasmetterlo nella lunga staffetta contro il tempo?

L’evoluzione e della lingua e l’’interpretazione’

Ho appena accennato all’informazione codificata nei geni e, successivamente, rielaborata di generazione in generazione, in un continuo relazionarsi della specie all’ambiente che la ospita,  mediante una serie di adattamenti che, su lunghi periodi, possono portare a modifiche funzionali sostanziali, com’è vero similmente accaduto con pinne trasformatesi  dapprima in ali e poi in arti veri e propri; in alcuni casi, fino a far quasi perdere le tracce dell’informazione originaria.
Che la stessa sorte (evoluzione, sarebbe più esatto dire) tocchi alle lingue, pare essere un fatto scontato; ma io, ora, vorrei analizzare un po’ più a fondo la questione, fino a riuscire a dare un senso all’affermazione paradossale che funge da titolo per questo lavoro.
Dunque, il tempo produce  mutazioni in ambito linguistico. E queste, come accade nel campo biologico, sono quasi sempre positive, dato che permettono al linguaggio di riuscire ad afferrare e a trasmettere nuove idee e concetti, o a far emergere inaspettate sfumature semantiche in grado di  penetrare sempre  più  a fondo nella  natura delle cose.

Ma il problema sta proprio in quel “quasi”. A volte, infatti, la trasmissione scritta del sapere comporta seri, serissimi problemi! Se ne erano già resi conto gli esegeti biblici antichi e moderni; e, in Filosofia, tutta la tradizione ermeneutica, in particolare da Nietzsche  in poi, non si è occupata che di questo particolare aspetto della conoscenza: ovvero, del fatto che non c’è mai acquisizione nuda e cruda di verità, ma sempre e solo interpretazione.

Come porvi rimedio? Ma, soprattutto, qual è il problema, nella sua essenza?
Lo espongo con un esempio. Dunque, supponiamo che al pensatore Tal dei Tali, in un certo momento della sua vita, magari dopo un lungo e logorante lavoro intellettuale, fatto di grandi sforzi e piccoli passi avanti, sovvenga una intuizione mirabile, di quelle in cui una Verità ti si presenta davanti già bella e fatta alla faccia di tutte le possibile deduzioni logiche di questo mondo. Il fortunato, sulle prime si godrà l’immensa gioia saltando, urlando o abbandonandosi a comportamenti di natura quasi schizofrenica; nei giorni successivi farà qualcosa per scaricare la tensione, tenendosi la sua idea  isolata da qualsiasi contaminazione, in attesa del coraggio e delle energie necessarie per cominciare a maneggiarla. Già, perché il vero lavoro inizierà,  per l’appunto, in quel momento: innanzitutto occorrerà verbalizzarla, dato che il più delle volte le intuizioni arrivano per immagini, ovvero hanno una natura quasi geometrica, e non sempre esistono le parole adatte a una perfetta ‘traduzione’: bisognerà coniarle, creare neologismi; poi si renderà indispensabile incastonare quell’idea in una qualche logica che renda conto passo passo della nuova ‘soluzione’ trovata; infine, si dovrà divulgare la scoperta, comunicarla, scriverla.

 E il problema nasce proprio a questo punto (soprattutto se la speculazione  è di tipo filosofico), anche se si manifesta soprattutto a distanza di tempo. Infatti, in una comunità di parlanti della stessa epoca –  ancor meglio se accomunati dagli stessi interessi –, il significato dei termini sembra quasi rivestirsi di una patina di oggettività; e, per quanto riguarda i neologismi, il modo per definirli e renderli chiari, se non altro in maniera asintotica, si trova sempre.
Sul lungo periodo, invece, avviene un vero e proprio disastro. Le generazioni di parlanti si susseguono, il lessico evolve,  nuovi termini prendono vita e altri cadono in disuso; i più resistono alla bufera del tempo, ma devono adeguarsi a essa e così ispessiscono il loro adipe semantico incorporando nuove accezioni, o semplicemente lo rinnovano  sostituendone di nuove alle vecchie.

Stando così le cose, chi assicurerà a Tal dei Tali che, mettiamo, fra mille o duemila anni il suo pensiero, magari sottoposto finanche allo scempio di un paio di frettolose traduzioni, non sarà completamente travisato e reso incomprensibile, banale e superato, quando non addirittura risibile (com’è accaduto finanche ad Aristotele)? Ebbene, nessuno potrebbe garantirglielo, almeno fintanto che egli si ostini ad affidare le sue perle intellettuali alla collana della tradizione scritta.
Mi sono dunque chiesto (e a questo punto immagino se lo chieda anche il lettore): se non può dare alcuna garanzia di sopravvivenza il testo scritto,  a quale altro mezzo ci si può rivolgere per poter avere qualche speranza di far sopravvivere le idee semanticamente fragili?

Una probabile risposta

Mi arrivò una probabile risposta parecchio tempo fa. Così, di punto in bianco. Me  la suggerì Platone nel mentre scrivevo un articolo che aveva a che fare con la parte più ostica del suo pensiero: quella che egli (nonostante abbia lasciato vari indizi qua e là, sia nei Dialoghi che nella Repubblica), non volle assolutamente affidare  al testo scritto. La tramandò oralmente.
Perché? Mi chiesi.
La domanda mi ossessionava: se è vero, mi dicevo, che, fin troppo spesso, scripta volant, cioè che il contenuto semantico di un grafema può prendere il volo nelle vastità smisurate del tempo e non riuscire  più a ritrovare la via del ritorno, la situazione non dovrebbe risultare ancor più precaria per la parola affidata di volta in volta alle vibrazioni dell’aria e alla ricezione di un orecchio? In che senso si potrebbe allora affermare che verba manent?

Patrick Tabarelli, 2011, Voluta Volubilità, olio su tela, 35x60cm

Ed ecco la risposta. È certamente vero che la parola tramandata oralmente ‘vola’: è soggetta alla volubilità della memoria, alla comprensione e successiva rielaborazione del parlante, allo spirito del tempo. Tutte cose che – qualora quella ‘parola’ la si affidi in maniera indiscriminata – non possono che deteriorarla e farne soccombere irreversibilmente il senso. Ma non quando i suoi destinatari siano accuratamente scelti, selezionati; quando essi siano  avviati lungo un percorso di  comprensione che vada al di là della mera terminologia, ovvero quanto più vicino possibile al nucleo semantico originario. Quelli ‘capiranno’ davvero e, a loro volta, riusciranno a tramandare, operando una rigorosa selezione lessicale: le parole con le quali si esprimeranno forse non saranno mai le stesse, col passare del tempo; di volta in volta, le sceglieranno fra le più appropriate allo scopo; così il pensiero originario navigherà incorruttibile nel fiume del linguaggio avvalendosi di sempre nuove imbarcazioni, scelte fra le più  adatte alla situazione e al momento. Il senso, quello vero, originario, sovrastante a ogni formulazione linguistica specifica,  in tal modo forse sarà salvato. Tutto ciò (si badi bene, sono solo personali congetture), deve aver indirizzato la scelta di Platone a prediligere la tradizione orale, quando gli si è presentato dinanzi il problema di come tramandare la  non semplice, ma illuminante filosofia dei principi primi (Protologia), la quale costituisce il coronamento di tutto il suo pensiero. E non è detto che tale considerazione non sia in parte estensibile a tutta la tradizione esoterica, ermetismo compreso.

In conclusione

Un’ultima osservazione, forse  di carattere un po’ metafisico, ma estremamente suggestiva.
Ho iniziato quest’articolo dicendo dell’importanza del testo scritto ed evidenziando un parallelo con la trasmissione biologica dell’informazione; poi ho ribaltato la situazione mostrando quanto, in ambito linguistico, a volte la trasmissione  orale possa essere preferibile, essendo di gran lunga più plasmabile e quindi  più adatta ad infiltrarsi nei meandri contorti della evoluzione semantica delle singole parole e del loro reciproco relazionarsi, indossando di volta in volta la maschera dell’uso.
Non vorrei che  l’analogia restasse incompleta. Mi piacerebbe spingerla oltre, fino a renderla del tutto simmetrica. Dunque, mi chiedo: a cosa potrebbe corrispondere la tradizione orale, in ambito biologico? Cosa  vi potrebbe essere di talmente importante  da indurre la Natura a diffidare della scrittura  e far sì che la tramandi in altro modo, utilizzando, ovviamente, un linguaggio  adatto allo scopo?

Oso azzardare una risposta, sottolineandone ancora una volta la  valenza metafisica  – forse addirittura poetica –  convinto come sono che quando il ‘possibile’ non riesce a dare risposte, bisogna trovare il coraggio di dare una sbirciata nell’‘impossibile’ e giocarci un po’ su.
Ebbene, quel linguaggio potrebbe articolarsi negli impulsi, piuttosto contraddittori, che chiamiamo emozioni; nel piacere di fare arte e di goderne; nel nucleo etico fondamentale che sentiamo pulsare in un qualche punto indefinito del nostro essere e che, incapaci di localizzarne la sede, l’abbiamo denominato anima e  permeato di trascendenza. Di modo che tali affezioni (come le avrebbe chiamate il vecchio Spinoza) possano rinnovarsi di generazione in generazione, adeguandosi alle mode, alla cultura, al sistema sociale vigente, pur rimanendo, nella loro essenza, sostanzialmente le stesse.

Così è probabile che il linguaggio della Natura prenda il sopravvento sul genoma (testo scritto) ogni volta che amiamo, che restiamo incantati dinanzi ad un dipinto, a un tramonto, a una poesia; o estaticamente persi nei flutti sonori di una melodia; ogni volta che un sentimento di compassione, di solidarietà o di giustizia ci pervade. Forse anche solo ogni volta che una mente sente il bisogno di congetturare e fantasticare sul profondo mistero dell’Universo.

Come sto facendo io in questo momento.


Di Historical and Public Figures Archives – New York Public Library Archives

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