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Sport al maschile e al femminile: la costruzione della propria identità

Sport al maschile e al femminile: la costruzione della propria identità

di Marinella Giuni

Alexander Arefyev, allenatore della squadra russa di salto con gli sci, specialità cui le donne hanno potuto partecipare dal 1998 in poi e, per la prima volta  alle Olimpiadi, nel 2014,  commentando il debutto, disse:

«Le donne hanno un altro scopo nella vita. Io non sono un fan del salto con gli sci femminile. È uno sport piuttosto difficile, con un elevato rischio di infortuni. Una caduta potrebbe non essere fatale per un uomo ma avere conseguenze molto più serie per una donna. Le donne hanno un altro scopo nella vita: avere dei figli, fare i lavori domestici, prendersi cura del focolare».

Spesso nello sport, complici le pressioni, le situazioni contingenti, l’imprinting ricevuto da bambini e – a volte le situazioni storiche –  è possibile trovarsi di fronte a disordini tali da alterare la percezione di sé e del proprio corpo.

La costruzione di sé passa attraverso fasi diverse tra cui l’acquisizione della propria identità ed il suo mantenimento. Con il concetto di identità di genere si fa riferimento ai  dati della realtà corporea, agli aspetti ambientali, ai processi di identificazione, alla scoperta e al confronto con l’altro differenziante che – tutti insieme –  contribuiscono a strutturare il nucleo dell’identità di genere cioè il convincimento, stabile nel tempo ed evidente nel comportamento, dell’appartenenza al genere sessuale maschile o femminile.

Correlata alla nozione di identità di genere vi è quella di  ruolo di genere cioè l’insieme dei comportamenti all’interno delle relazioni con gli altri e delle attitudini che, in un determinato contesto sia storico che culturale, sono riconosciuti come maschili e femminili.
Il ruolo esprime dunque adattamento alle norme condivise,  ad esempio circa l’apparenza, le maniere, l’abbigliamento e per contro evidenzia gli atteggiamenti ritenuti invece inappropriati per un dato genere.

La differenza di genere nello sport, vale a dire lo sport “da femmine o da maschi” ha risentito per lungo tempo di una forte influenza culturale e storica che legava il dominio maschile nello sport a fattori estetici, quali la muscolosità nel fisico maschile e l’assenza della stessa nel corpo femminile, come caratteristica desiderata.
Ci sono state situazioni in cui lo sport è andato decisamente oltre; è il caso di Heidi Krieger. E’ stata un’atleta della Repubblica Democratica Tedesca sottoposta al cosiddetto “doping di Stato” negli anni ‘80 e costretta dall’età di 16 anni ad assumere dosi massicce di ormoni maschili ed anabolizzanti. Vent’anni dopo aver abbandonato lo sport si è sottoposta all’intervento definitivo di cambio di sesso: gli steroidi hanno talmente cambiato il suo aspetto e la sua vita al punto di portarla ad una decisione sofferta e definitiva!

Heidi Krieger (prima e dopo)

L’intero articolo ed il racconto “Oltre il muro di Berlino, la storia di Heidi e Ute” (contenuto anche in “Racconti seri se_veri” Pedrazzi Editore) sono a questo link.