Crea sito
Sull’invidia

Sull’invidia

di Irene Salidu

Tutto il progetto che è stato portato avanti nella mia classe è nato dalla visione del film animato Inside Out, nel quale emozioni e sentimenti avevano il controllo a turno dei vari personaggi. Se non l’aveste ancora visto, ve lo consiglio, perché è una bella visione.

Non tutta la gamma delle emozioni era rappresentata nel film, infatti i bambini hanno incominciato a porre domande. Quando qualcosa suscita la loro curiosità, è d’obbligo utilizzarla per raggiungere gli obiettivi didattici richiesti dai Programmi Ministeriali, oltre a quelli educativi, ma anche per conoscere la profondità dei loro pensieri riguardo il proprio “sentire”. L’invidia, per esempio, non è rappresentata da un personaggio specifico, ma un poco è ricordata dal personaggio che identifica la rabbia.

Quando ho chiesto loro di raccontarmi qualcosa sull’invidia, mi hanno raccontato veramente di tutto, ma non erano esperienze loro, bensì dei genitori, di amici o conoscenti. Da un’accurata discussione è emerso che il sentimento dell’invidia nei bambini si manifesta in base a parametri che sono molto importanti per loro, come ad esempio: il possesso di giochi o beni materiali, il numero di amici, le caratteristiche fisiche, l’attenzione che ricevono dagli adulti e la disparità nel voto. Quasi sempre non la riconoscono come tale in sé stessi, a meno che non sia fatto loro notare.
Questa volta, data la loro difficoltà nell’individuarla nei propri comportamenti, gli ho fornito sia la definizione data dai dizionari, sia la descrizione che avevo preparato.

“L’invidia è magra, ossuta, nervosa, con gli occhi piccoli e stretti, sempre attenti a coglier qualcosa che le manca. Non si accontenta, nulla di ciò che fa può renderla felice, né sa godere dei successi altrui.
Il suo principio è pensare a ciò che non ha, ciò che non sa, ciò che non è.
È pesante, pur nella sua magrezza, perché pesante è il fardello che si porta addosso, il fardello che le fa vedere negli altri ciò che non potrà essere mai.
È verde, l’invidia, come la bile che le scorre al posto del sangue, non vuole riconoscere i meriti altrui e per non rivelare la sua nullità, vorrebbe vivessero tutti nella cara e confortante mediocrità di chi non osa perché sa di non saper fare.
Chiacchiera, come una donnetta cattiva, senza denti, sorda. Senza denti, perché il suo pane è sempre troppo duro. Sorda, perché altri non ascolta, se non sé stessa.
Inventa, dove non c’è da parlare, inventa sempre ciò che vorrebbe fosse, mai vede ciò che realmente è; ascolta le sue voci interne, come se fossero verità assoluta e mai ha un dubbio sui suoi pensieri malvagi e inquinati.
Sa essere crudele, non si preoccupa delle lacrime che lascia dietro il suo cammino, della tristezza che i suoi occhi procurano a chi silenziosamente e umilmente scala senza clamore la sua montagna personale.
È falsa come Giuda; nera come una notte senza stelle; le rare volte in cui il suo volto si illumina in un sorriso, sono quelle nelle quali si prende il merito per ciò che altri hanno fatto ed è in queste rarissime occasioni che usa un pronome che per tutta la vita le è quasi ignoto: lei dice “noi.”

Giotto (1306 circa), 120x55cm, Cappella degli Scrovegni, Padova

In seguito a questa lettura i bambini si sono guardati in viso stupiti della personificazione espressa  sull’invidia, mentre il colore lo hanno riconosciuto come quello della bile, riportando le parole dei genitori “chi è invidioso mastica la propria bile”, poi hanno incominciato a raccontare quando uno di loro era invidioso del voto preso dall’altro, Luigi si vantava di avere tanti amici mentre Laura li contava sulle dita di una mano, di quella volta in cui Mario aveva vinto la coppa di Basket mentre Sergio si sentiva sminuito a causa della sconfitta della propria squadra.

Qualche volta, sono invidiosi della diversità di trattamento che noi adulti inconsapevolmente mettiamo in atto. Ricordo anni fa, un bambino con grosse carenze affettive che si avvicinava ogni tanto e chiedeva se potesse starmi vicino. Gli altri alunni lo chiamavano “momento coccole”,  lo avevano inventato loro. Con quella classe in particolare, abbiamo mantenuto quel momento fino alla quinta… qualcuno di loro che viene a trovarci, dopo 14 anni ancora lo ricorda. Dopo le vacanze di Natale ci fu un nuovo ingresso: un caso veramente difficile, un bambino di 8 anni con grosse problematiche, seguito dai servizi sociali e con gravi carenze nel linguaggio. Al suo arrivo era spaesato, sembrava avesse paura di occupare il banco assegnato. Da anni, nella mia aula, i banchi sono monoposto, sistemati a quattro a quattro e disposti a scacchiera. Visto il suo timore, gli ho proposto di sedersi nel banco separato vicino alla cattedra e lui ha accettato di buon grado. Dopo alcuni minuti, nei quali cercavo di conoscere e capire il bambino, un altro alunno si alzò in piedi e mi disse: «Maestra, da quando è arrivato lui non mi chiami più Giangi». Mi sono resa conto che Giangi invidiava la posizione del nuovo arrivato e le attenzioni che gli riservavo.
Basta poco ai bambini per sentirsi trascurati e per provare questo tipo di invidia.
Spesso sono anche invidiosi dei traguardi raggiunti dai compagni negli sport, chi primeggia si pavoneggia e attira su di sé le attenzioni degli altri. Sull’invidia dei bambini si può dire che tutto o quasi si potrebbe ricondurre al loro naturale egocentrismo, che andrà scemando man mano che cresceranno e impareranno che le diversità tra loro non impoveriscono nessuno, ma al contrario arricchiscono.

Chi avesse la curiosità di sapere come Dante colloca e punisce gli invidiosi, può trovarlo al seguente nel canto XIII del Purgatorio.
Leggiamo su Wikipedia:

“La pena degli invidiosi – vv. 43-84

All’invito di Virgilio, Dante osserva poco più avanti alcune anime, sedute presso la roccia, vestite di manti il cui colore si confonde con la pietra. Dopo poco, ode le invocazioni di quelle anime a Maria e ai santi. Giunto presso di loro, il poeta è turbato e addolorato da ciò che vede. Esse sono rivestite di panno grezzo, si appoggiano l’una alla spalla dell’altra, e tutte sono addossate alla roccia. Sembrano i ciechi che chiedono l’elemosina davanti alle chiese. E cieche sono le anime, dato che hanno le palpebre cucite da un fil di ferro; dalle orribili cuciture trapelano le lacrime. Dante non vuole offenderle nel guardarle senza essere visto, ma Virgilio lo incoraggia a parlare.”