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Utagawa Hiroshige (1797-1858)

Utagawa Hiroshige (1797-1858)

di Rossella De Benedictis

Osservando il lato artistico del mondo, spesso ci facciamo sorprendere dal suo fascino naturale e dalla sua estasiata bellezza che trasporta la mente in uno stato di quiete e meditazione.
L’arte giapponese e, nel suo specifico Hiroshige, ne esalta la bellezza con toni delicati e convincenti nella magnificenza della grande creazione che passa dalle “Mani“ di Dio, all’anima pura dell’artista. L’unicità di Hiroshige, che siano stampe, incisioni, illustrazioni o dipinti, sta nel rappresentare una visione dove il tutto è in equilibrio con l’uomo.  Lo spettatore, attraverso le tonalità delicate e i tratti semplici e decisi delle opere dell’artista, è portato ad immergersi  in una cultura poco conosciuta che esalta la spiritualità dell’uomo.

Hiroshige:  «Dietro di me, a Edo, lascio il mio pennello. In cammino per un nuovo viaggio, ammirerò tutte le celebri vedute del Paradiso d’occidente».

In punto di morte, il sesto giorno del nono mese del 1858, Hiroshige compose questi versi nei quali è racchiusa in estrema sintesi, tutta la poetica della sua vita artistica. Al tema del paesaggio infatti, Hiroshige dedicò gran parte della sua carriera pubblicando numerose composizioni di successo che decretarono una fama imperitura, sia in Giappone, dove le stampe delle sue vedute furono vendute in migliaia di esemplari fin dalla loro prima edizione, sia in Europa, dove la sua vasta opera e il suo stile raffinato richiamarono l’attenzione di molti tra i protagonisti delle avanguardie artistiche dell’ottocento. Può essere ancora utile come punto di partenza nell’analisi dell’arte di Hiroshige, la definizione data da Mary MecNeil Fenollosa, moglie del piĂą noto Ernest Fenellosa  (1853-1902) alla sua monografia del 1901: “Artista della foschia, della neve, della pioggia”,   nonostante non renda merito alla grande versatilitĂ  dell’artista.

Kanbara. Neve di sera, dalla serie tra le cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō (1832-1834)
Mishima. Nebbia mattutina, dalla serie tra le cinquantatré stazione di posta del Tòkaidò (1832-1834)
Shòno. Scroscio improvviso, della serie tra le cinquantatré stazione di posta (1832-1834)

Queste foto rappresentano paesaggi in cui “fisicamente“ sono presenti, svolgendo un ruolo preponderante per l’intera ambientazione dell’opera, la neve,  la pioggia e la foschia. Hiroshige fu maestro nella resa di questo genere di vedute in cui gli agenti atmosferici pervadono lo scenario, riuscendo come nessun altro tra i protagonisti dell’Ukiyo-e a costruire immagini in cui si impone la mutevolezza delle stagioni in natura. Inoltre, la definizione della McNeil Fenellosa riesce a introdurre anche altri aspetti generali dell’arte di Hiroshige: soprattutto il grande sentimento poetico che è la nota pregnante.

L’intera produzione di questo maestro giapponese descrive la sua inimitabile capacità nel tratteggiare l’atmosfera di un luogo, fermare quell’attimo irripetibile, nel quale la natura manifesta tutta la sua essenza come immagini avvolte dal tempo, che sembrano fermarsi alla creazione di Dio. L’artista ci ha fatto dono nella sua semplicità e ricchezza, della beatitudine di luci e di colori che queste opere trasmettono.

Luna piena su Takanawa, della serie vedute famose della Capitale ( 1831-1832 )

Le opere di Hiroshige erano destinate a un pubblico di estrazione sociale molto eterogenea: le sue stampe erano vendute nella maggior parte dei casi a prezzi molto contenuti, divenendo così dei souvenir, il successo di Hiroshige è anche dovuto alla diffusione di una “cultura da viaggio“.

Hiroshige si distingue per il suo essere profondamente “giapponese“ pieno di uno spirito e di certi ideali estetici che si possono con facilità ricondurre alla più pura tradizione del paese del Sol Levante. In quest’ottica si spiega, per esempio, la sua abilità nel rappresentare l’estrema variabilità dei ritmi naturali. L’artista riesce a penetrare, grazie al proprio punto di vista privilegiato, la realtà del mondo fenomenico, divenendone parte imprescindibile. Un tutt’uno indivisibile nel quale montagne, sole, luna, cielo, nuvole, piante, mari, rocce, fiori ecc. condividono lo stesso spazio, un tempo comune, una medesima prospettiva. Insieme all’artista, anche l’uomo e le sue costruzioni, fanno parte della natura così concepita, poiché sono costituiti dalla stessa sostanza, condividendone le origini e le trasformazioni. Per questo i personaggi che abitano le creazioni paesaggistiche di Hiroshige non assumono una posizione rilevante all’interno della composizione, tanto meno costituiscono un mero elemento decorativo, semplicemente essi si integrano perfettamente nello scenario. Hiroshige interpreta così in maniera splendida gli insegnamenti tradizionali dello “Shintoismo“ la dottrina religiosa autoctona del Giappone, secondo la quale l’uomo, gli elementi della natura e perfino le divinità sono manifestazioni di un unico principio che dividendosi si trasfonde nel tutto e nell’uno con analoga intensità. Questo approccio filosofico alla vita costituisce da sempre il background culturale di ogni giapponese, al quale molti artisti hanno fatto riferimento per la realizzazione di alcuni tra i maggiori capolavori dell’arte classica nipponica.

Hiroshige, nonostante nella prefazione dei volumi dedicati alle <<cento vedute del monteFuji >>, affermasse che la sua arte fosse basata sull’osservazione diretta, non ha mai raggiunto fisicamente alcuni dei luoghi raffigurati lontani da Edo, città dove il maestro nacque e fu attivo.

Rifacendosi ai canoni dell’arte classica cinese, secondo i quali il pittore non dovrebbe mirare a ottenere le verosimiglianze bensì trascendere il reale per appropriarsi dell’ideale, Hiroshige creò composizioni paesaggistiche di grandissime suggestioni in cui si combinano alla perfezione vero e verosimile.

Questo appare evidente in alcune delle sue composizioni di paesaggi realizzate con le tecniche dell’inchiostro e dei colori applicati su carta o su seta.
Le rade leggere stesure di inchiostro che campiscono lo spazio in contrappunto con il vuoto della superficie non dipinta del supporto, i colori tenui, la suggestione atmosferica, sono elementi appartenenti senz’altro alla tradizione pittorica cinese di epoca Song, (960-1279) che influenzano l’estetica pittorica di Hiroshige.  


Paesaggio intorno al monte KanĹŤ nella provincia di Kazusa ( 1848-1854 ), rotolo da appendere, dipinto a inchiostro e colori su seta.

Hiroshishe da prova della sua abilità come pittore “atmosferico”, utilizzando il supporto neutro come fosse parte integrante della composizione creando un effetto di suggestione, ma senza ostentazione.

Osservando il paesaggio ci si può catapultare nella sua essenza, percependone al tatto la foschia che lascia all’immaginazione la continuitĂ  naturale delle rocce e dei suoi alberi. Catturando quell’attimo Hiroshige attraverso le sfumature  da l’idea che il tempo si sia fermato quasi in uno stato di meditazione, in un tempo che non è il tempo, ma solo l’attimo raccolto dalle setole di un bi/fude nella mano dell’artista.

Gufo su un ramo di pino sopra una falce di luna (1832).

La poesia di Hachijintei che compare nel fondo recita:
<< Dalla barca della luna / il gufo è catturato: / vorrei che sognando / sentisse l’arpa del vento tra i pini>>.

Un’opera illustrata in tutta la sua eleganza e inimitabile bellezza, incanta nell’osservare la cura dei dettagli: cromie, spazio, luna, rami e gufo. Tali elementi sono un tutt’uno e in perfetta armonia, creando un’opera alla quale si ispirerebbe ogni poeta.

Tōnosawa, dalla serie illustrazione delle sette sorgenti d’acqua calda di Hakone (1847-1850)

Nella fase finale della carriera, Hiroshige realizzò un certo numero di composizioni nelle quali, come in questo caso, il paesaggio si animava della presenza di beltà femminili. La serie di cui questa stampa fa parte è dedicata alle sorgenti termali di Hakone, decima stazione lungo Tōkaidō.

Sorprendente, come in quest’opera la cura del dettaglio e la cromia dei toni esaltano quell’attimo del quotidiano; in quel tempo fermo in una cultura a noi lontana, in un paesaggio sognante e ben definito nei suoi tratti peculiari. Si percepisce la differenza fra i materiali illustrati, legno, rocce, tessuti dei kimoni decorati con gran maestria, la fusuma (tipiche porte giapponesi ) della machiya (tipica casa giapponese) lavorata con legno e carta riso detta washi, utilizzata nelle loro costruzioni. L’acqua scorre mettendo in evidenza le rocce attraverso le sue piccole onde di corrente facendo percepire perfettamente il suo corso, evidenziando tonalità dal bianco contrastate a toni decisamente più scuri.

Grazie a Hiroshige, abbiamo percorso e visitato Edo, camminando sulle rive del fiume Sakawa con i geta ai piedi, con i kimoni di straordinaria bellezza, vivi e con i capelli raccolti, invisibili nella foschia, tra la neve e la pioggia dei suoi paesaggi.

 Abbiamo ammirato il monte Fuji attraverso l’onda del mare a Satta in un viaggio, un sogno vissuto attraverso occhi e anima e trasferito dalla sua mano sulla seta e la carta, rendendo magico il suo Paese.

A voi lettori lascio proseguire il viaggio nella visione delle opere del grande maestro che ci racconta del suo tempo non ancora totalmente dissolto né inquinato, del suo Paese e della sua splendida e pura cultura dove anche il sorseggiare del thè è un idilliaco rito.