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Vergogna e senso di colpa – Seconda parte

di Marinella Giuni

(vai alla prima parte)

MEMORIE DAL SOTTOSUOLO di F. M. Dostoevskij
(Personalità basata sulla vergogna)

I personaggi di Dostoevskij incrociano la propria coscienza e con essa dialogano. Hanno, con questa, un’interazione continua: perché vergogna e senso di colpa sono emozioni di cui si ha consapevolezza.

Il narratore, in “Memorie dal sottosuolo” è un vanitoso senza limiti, molto esigente nei propri confronti. Per tale ragione guarda a sé stesso con malcontento finendo con l’attribuire, anche agli altri, lo stesso suo sguardo..
Odia anche tutti i colleghi, prova disprezzo ma al tempo stesso li teme. Se poi li giudica superiori a lui, li odia anche di più. Tuttavia, quando li incrocia, abbassa gli occhi.
La personalità che ne esce è basata sulla vergogna: il narratore evita i rapporti sociali perché teme l’altrui giudizio. Un giudizio che può essere solo di disprezzo, perché lui stesso si disprezza (in termini psicoanalitici si direbbe che l’ideale di Sé è troppo elevato).

In quest’opera il narratore ha avuto un momento in cui ha sentito il bisogno di un’amicizia. Ma aveva talmente soggiogato l’amico che alla fine lo respinse: vedeva la relazione come asimmetrica, non come scambio e dunque non poteva che essere disprezzato.

L’episodio saliente del racconto rimanda all’incontro tra il narratore e gli ex compagni di scuola, che stanno organizzando una cena, per un altro ex compagno, ma che continuano ad escluderlo dalla conversazione e dalla compagnia.
La situazione è umiliante e genera vergogna: il narratore reagisce auto-invitandosi, pensando così di guadagnare il rispetto degli ex compagni.

La decisione di partecipare gli crea comunque angoscia: non ha un abito adatto ma comunque ci va, con la fantasia che tutti si dedicheranno a lui e disdegneranno il festeggiato. Quando arriva non trova nessuno; la cena era stata spostata di un’ora e lui non era stato informato.

Regge per un’ora lo sguardo dei camerieri e all’arrivo dei compagni l’umiliazione viene ancor più acuita: due ex compagni, Simonov e Zverkov , se la ridono di gusto. Uno di loro gli domanda quanto guadagna, richiesta estremamente imbarazzante. Pensa di andarsene, in segno di spregio; invece rimane,ubriacandosi.

Il gruppo decide di finire la serata in una casa di tolleranza; il narratore non ha i soldi per andarci e si umilia ancora, chiedendoli in prestito a Zverkov. Non vuole perdere il contatto, vuole rimanere sulla scena per cercare un’occasione per risollevare la propria posizione.

Arrivato nella casa di tolleranza, non trova nessuno. I compagni si sono appartati, è rimasta solo la maitresse che lo affida a Liza. Lui non scambia nemmeno una parola con lei e comprende come ciò sia “ripugnante come un ragno”. Arriva poi a farle una predica, quasi paterna, ricamando sul tema dell’amore tra padre e figlia. Liza lo spiazza, dicendo che i suoi l’hanno venduta.

Il narratore continua nella sua paternale sulla famiglia: sa che sta recitando ma ciò non gli impedisce di esporsi coi suoi sentimenti autentici. Lo sa ed arrossisce.
“E se lei scoppierà a ridere, dove mi nasconderò?” pensa. Ma da Liza non ha nulla da temere, non è aggressiva.

Questo gli procura sollievo, addirittura gli fa provare tenerezza. Si vergogna per questo. Ma la storia non è finita; nei giorni successivi Liza si reca da lui proprio mentre sta litigando furiosamente col suo servitore. Lui si sente annientato e disonorato, per l’umiliazione. Vuole riprendere un ruolo e così le dice che tutto ciò che le ha detto non lo pensava davvero. Era stato umiliato (dai compagni) ed aveva bisogno di umiliare qualcuno.
Ma Liza se ne, non si piega all’offesa. Lui vorrebbe raggiungerla, forse per ingaggiare un nuovo duello? Per implorare perdono? Ma chissà: se davvero la raggiungesse dovrebbe umiliarsi ancora mostrando che è pentito. Proprio per questo ricomincerebbe quindi ad odiarla

Aldilà degli aspetti di personalità, occorre notare che la narrazione è fatta in prima persona. Lo stesso Io narrante confessa di provare vergogna: anche la scrittura diviene un modo per espiare rimandando così ad un senso di colpa, che punisce. Ma non è solo questo. La narrazione porta anche a considerare i difetti dell’uomo, in un’ottica che, forse, è ancora contemporanea.

“Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un’idea.”

Continua

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