Crea sito
Vite in cammino

Vite in cammino

di Marinella Giuni

Si comincia a filosofare già da bambini, col porsi delle domande magari ascoltando una fiaba. Dove porta quella strada? Cosa c’è nel bosco, oltre la nebbia?

L’analogia tra camminare e vivere è chiara sin da subito. Spesso però sono proprio le domande, che dapprima fanno riflettere, ad ingannarci. Perché l’essere arrivati alla meta diventa un luogo felice.
Siamo arrivati e dunque possiamo meditare. Il non più camminare segna il punto del nostro arrivo, del nostro arrivo ad un luogo felice.
Forse è anche da qui che hanno preso il via certe correnti filosofiche che propongono di giungere ad una ricerca di equilibrio. E l’equilibrio, per definizione, è  una condizione di staticità, è uno stato di quiete: i passi invece, il cammino, sono più faticosi perché la strada diventa più faticosa soprattutto col passare degli anni.
Ma il miraggio di paradisi dorati, di valli serene dove non ci siano più cime da scalare a molti non piace! Piace più l’idea di trovare riposo una volta arrivati alla meta, come i pellegrini che dopo un Cammino sostano alla Basilica a venerare le reliquie del Santo: tuttavia la fissità, l’immobilismo non sono connaturati alle nostre peculiari esigenze di moto.

Fermarsi troppo a lungo alla meta a filosofare, dimentichi anche dei nostri sensi, invece di proseguire con un nuovo cammino potrebbe farci perdere il volo di un passero, dimenticare l’odore della terra che sino a poche ore prima abbiamo calcato.
Camminare un poco ogni giorno ci permette di godere di più del nostro tempo e delle possibilità del nostro corpo anche se sappiamo che questo non è tutto.
Il nostro movimento quotidiano sarebbe ben poca cosa se non si concludesse con l’agognata sosta e la mente ancora attiva intenta a leggere, a fare domande, a fare filosofia.
Ma poiché, pur senza piume, siamo animali migratori dobbiamo riprendere la nostra attività.
Camminare risveglia la sensibilità ed ogni giorno che passa ne scopriamo l’intrinseco benessere. L’amore per il cammino nasce quando, da attività dovuta, svogliata e casuale, diventa irrinunciabile creando una sorta di dipendenza, perché i paradisi statici di cui si accennava prima non ci potranno certo attrarre!
Il percorso ideale è proprio questo: finire e ricominciare, analizzando ciò che si è appena compiuto.
Chi cammina, oltre che filosofo, è anche uno scrittore un po’ particolare!

Il cammino porta inevitabilmente oralità, l’oralità si fa racconto e il racconto del cammino può anche divenire un libro.

Il primo di questi tre articoli si chiama “Fatto coi piedi”, forse anche perché colui che cammina sa raccontare; è bello pensare che il nostro cammino può diventare qualcosa da scrivere, per poterlo poi fissare nero su bianco e poi nuovamente leggerlo perché ritorni nella tradizione orale.
E’ come se le parole volessero camminare, uscendo dalla staticità della carta stampata e chiedendo a gran voce di essere declamate, raccontate.
Così il cammino porta a raccontare e a scrivere ciò che narriamo, creando il prepotente,desiderio di rievocare  le immagini vissute in modo che le pagine non rimangano più solo delle custodi silenziose, ma trovino voce.
Così si conclude questo viaggio ideale, la partenza, quando decidiamo di lasciare dietro di noi per un periodo più o meno lungo casa e abitudini, la meta dove ci fermiamo a filosofare e l’inevitabile ripartenza.

Scriveva Goethe in Elegie Romane, giunto alla campagna romana tutt’altro che riposato dal lungo viaggio!

“Torbido il cielo e grave sul capo pesavami, e muto
Di colore e di forma stendeasi intorno il mondo.
E io su me spiando de l’animo ognora scontento
La fosca via, cadevo muto sui miei pensieri.
Or lo splendore irradia del liquido aere la fronte…
Chiara di stelle splende la notte vibrante di suoni:
più che nordico sole fulge per me la luna”