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E’ un film davvero particolare “Apples” premiato al National Board, che indaga sulla memoria e sull’uso illimitato delle immagini. Uscito nel 2020, spiazza lo spettatore seppur lo incanta per il formato scelto dal regista greco Christos Nikou e che ricorda quello delle foto Polaroid e non solo.

Basato su un testo di una decina di anni fa, il film racconta di Aris che come tanti altri, a seguito di una pandemia è rimasto senza memoria, almeno apparentemente. L’amnesia colpisce tutti in modo improvviso e irreversibile. Aris sceglie di far parte di un programma sperimentale che dovrebbe ricostruire la vita e i ricordi degli interessati, precisamente di coloro che non sono stati reclamati da parenti o amici quando si trovavano in ospedale. Il soggetto trae ispirazione da una fase negativa della vita del regista greco che non ha ben vissuto la morte del padre e vuole indagare sulla memoria selettiva delle persone, ma anche sull’uso delle immagini che facciamo quotidianamente. I soggetti che fanno parte del programma vengono infatti invitati a fare una serie di esperienze che saranno documentate da altrettante foto polaroid che finiranno in un album di ricordi.

Lo stesso formato del film in quattro terzi diventa tramite della riflessione del regista sul tempo presente: perché se la pandemia narrata può attrarre lo spettatore che la sta vivendo in prima persona al contempo vorrebbe richiamare l’attenzione sull’uso spropositato delle immagini che si fa sui social. Tutti abbiamo l’impressione che per molti sia più importante fotografare e postare foto sui social delle esperienze fatte piuttosto che viverle.

In realtà verso la fine del film il dubbio che il protagonista abbia finto l’amnesia è forte in quanto abbandona il programma e torna alla sua vecchia vita, riprendendo possesso della sua casa e soprattutto riprendendo possesso dei ricordi che lo hanno ferito, come la morte della moglie. Come se il dolore imprimesse in noi la volontà di cancellare vissuti che ci fanno male ma al contempo fosse più accettabile di un artificio che dovrebbe salvarci e farci guarire, ma che rimane finzione e quindi troppo distante dalla vita.