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Che ci fai su quelle strisce?

di Pier Celeste Marchetti

C’era una volta un mondo in cui le strade erano di tutti. Tutti vi circolavano liberamente. Erano considerate uno spazio pubblico aperto. Pedoni, carretti tirati a mano, carrozze trainate da cavalli o semplicemente cavalli con cavallerizzo, biciclette di legno spinte con i piedi.  Insomma un pacifico disordine ordinato.

Poi arrivarono le auto. Mezzo comodo, ma invadente, perché pericoloso. Allora, in concomitanza con le auto, apparvero anche le strisce pedonali, dette zebre perché bianche e nere. La Juventus fu inventata certamente da un pedone estimatore delle strisce zebrate.

Uno si chiede: “Chi le ha inventate era un Santo?” e si risponde “Già, non può essere diversamente, poiché si è preoccupato dell’incolumità dei suoi fedeli.”

Niente di più errato. L’inventore delle zebre era certamente un sadico criminale. “Infatti,” si chiede ancora quell’uno di prima, “che soddisfazione c’è per un automobilista di mettere sotto un pedone che attraversa una strada sconsideratamente, senza guardare né a sinistra né a destra, in una curva a gomito in un momento di traffico intenso, su un tratto dove la velocità consentita alle auto è di centotrenta chilometri, magari di notte – ed è per sottolineare che è buio e che quel pedone è vestito di nero, alla faccia delle più elementari misure di sicurezza – con la nebbia che sta calando durante un intenso acquazzone?” “Nessuna.” E’ la risposta che si dà sempre lo stesso uno. “Quel malcapitato, deficiente al cubo, attraversa dove non dovrebbe. Si vede che, questa mattina, il suo medico di base l’ha invitato ad andare a farsi ammazzare. Ed io aiuto il medico a liberarsi di un paziente a dir poco incosciente, che fra l’altro, con il suo attraversamento rischia di provocare incidenti automobilistici quanto meno catastrofici, danneggiando come minimo la mia carrozzeria, con la testa dura che ha, quasi avesse stretto degli accordi economicamente vantaggiosi con un  carrozziere.”

Quindi, la massima soddisfazione per un automobilista è quella di stirare a tappeto coloro che osano attraversare le vie sulle strisce pedonali, guardando prudentemente prima a sinistra e poi a destra, convinti di essere nel loro diritto, come stabilisce il codice della strada.

“Che ci fa quel cretino” si chiede sempre quell’uno “sulle strisce pedonali, sua una via perfettamente diritta, mentre io sto arrivando a duecentoventi chilometri orari dove c’è il limite di cinquanta, con il sole che spacca le pietre e con una visibilità a cento chilometri di distanza? Ora gli insegno io l’educazione. Lo deve ben sapere, quell’elemento pericolosissimo per gli automobilisti, che ubi maior minor cessat. Ed è indiscutibile che io, con la mia Ferrari 488 spider, di un visibilissimo rosso fiammante metallizzato, sono il maior. Quindi, che lui vada al cesso!”

Eh, sì. Il proprietario della Ferrari sa citare in Latino, ma non sa il Latino, così traduce cessat con cesso. Ma l’effetto resta comunque lo stesso. Il povero malcapitato pedone si ritrova disteso sull’asfalto, stirato meglio di come si stirano le camicie in lavanderia.

E arriva il giorno che, nella città del caciucco, tale P. Luigi esce di casa, per farsi un giro, come suole il dì di festa, a anche nei giorni feriali, perché lui non lavora più. Ma ha ancora un buon fisico, nonostante sia di taglia minuta, e la sua camminata quotidiana la vuole fare. L’esercizio fisico, come insegnano i medici, fa bene alla salute. I medici sarebbe meglio che si limitassero a fare i medici e non i preparatori atletici. Però, dicevano i Latini “mens sana in corpore sano” e P. Luigi che ha studiato a suo tempo il Latino ed ancora lo conosce molto bene, tiene molto alla salute della sua mente, quindi allena la salute del corpo.

Ecco che esce, quindi, in Borgo San Jacopo. Deve attraversare la via. Ligio al codice della strada, anziché attraversare dove gli capita e forse farebbe bene a farlo, dato che in quel momento non c’è nemmeno l’ombra di un’auto a vista d’occhio, decide di utilizzare il passaggio pedonale poco più avanti, dove la sicurezza sembra garantita anche dalla presenza di un semaforo. Sembra garantita. Un semaforo dovrebbe invitare, in teoria, gli automobilisti a rallentare, anche se è verde. In teoria. Il rosso potrebbe scattare improvvisamente da un momento all’altro oppure accade che quelli che arrivano da destra o da sinistra potrebbero anche non rispettare il rosso, se se lo trovano davanti. A che serve il rosso se non per partire a spron battuto? Così fanno i tori, che in realtà vedono grigio, quando si scagliano contro il torero nell’arena a las cinco de la tarde, con il sole che batte cocente sulle testa di migliaia di spettatori esaltati dalla vista del sangue, con l’aiuto di qualche litro di vin tinto in corpo, incitanti con urla fragorose e feroci il torero a matar il toro. “E peccato”, pensano mentalmente tutti gli astanti, “che non siamo più al tempo dell’antica Roma. Qualche gladiatore che si faccia infilzare da un suo collega sarebbe molto più spettacolare!”

Quindi, sconsideratamente, P. Luigi inizia ad attraversare sulle zebre, con il semaforo che offre una garanzia di sicurezza in più.

Il quel mentre, manco a farlo apposta, arriva un automobilista, uno di quelli che vede rosso come il toro, ma vuole emulare le gesta di Luis Miguel Dominguín, il torero dei toreri.

“Che ci fa quel vecchietto sulle strisce? Chi gli ha detto di attraversarmi la strada mentre arrivo io? Adesso gliela insegno io l’educazione. Se non ha ancora imparato a vivere, gli faccio vedere io come si fa a morire. Guardalo! Ad occhio e croce domani compie ottant’anni. Mo’ lo metto sotto, così non gli do nemmeno la soddisfazione di mangiarsi la torta. La medaglia al valor civile mi devono dare! Uno in meno che pesa sulle casse dell’INPS!”

E gli va addosso senza un minimo di esitazione
Ma ha fatto male i suoi conti, il pirata della strada.

P. Luigi è un livornese, quindi è un duro, come lo sono tutti i livornesi. Duro anche a morire, con grande disperazione delle casse dell’INPS. Alcune contusioni, che con il tempo rimarginano, essendo il tempo, come dice la saggezza popolare, la miglior medicina. E nemmeno un microscopico indizio di commozione cerebrale. P. Luigi, in vita sua, ha esercitato costantemente ed intensamente la sua mente, quindi ce l’ha robusta, alla faccia del pirata.

Quindi, che ci faceva P. Luigi sulle strisce? Voleva semplicemente dare l’opportunità a un suo amico di raccontare la sua storia, quel dì che uscì per farsi prendere sotto da un’automobilista che credeva di toreare in un’arena. Ma questa volta ha vinto il toro!