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Gli esami online, i giovani e il loro futuro

Gli esami online, i giovani e il loro futuro

di Sonia Zuin,
(articolo completo già apparso parzialmente con il titolo “Al politecnico un esame cubista” di Sonia Zuin presente su “la Repubblica” nel blog di Concita De Gregorio, a cui vanno i nostri ringraziamenti (n.d.r.).
I disegni sono di Maria Mirarchi).

E così, una mattina di giugno, calda ma non afosa, è successo. Siamo stati in tanti ad aspettare questo momento, non solo gli studenti ma anche i docenti: il primo appello d’esame gestito interamente online. Il luogo: una sala riunioni del Politecnico di Milano invece di un’aula che normalmente accoglie due o trecento persone durante le lezioni, che si riducono a meno di cento quando si svolgono gli esami scritti. Ai capi opposti del grande tavolo ad anello, dove normalmente si tengono riunioni con trenta persone, solamente due docenti opportunamente distanziati per non essere costretti ad indossare la mascherina. Le aule d’esame vuote, silenziose, dove al massimo si può incrociare solo qualche addetto alle pulizie che, per altro, ha ben poco da pulire. Aule e spazi comuni ora completamente vuoti, quando invece in questo periodo brulicano di studenti che si prendono un caffè alla macchinetta facendo quattro chiacchiere per distrarsi e per allentare la tensione prima che inizi l’esame o che scorrono velocemente le pagine dei quaderni di appunti e delle dispense per cercare di ripassare, fino all’ultimo, le nozioni apprese magari un po’ frettolosamente a tarda notte. Gli immancabili studenti frettolosi arrivati con un treno che durante il tragitto ha accumulato un po’ di ritardo, come spesso accade quando, nelle ore di punta, ad ogni stazione sale sempre più gente sfidando la legge dell’incompenetrabilità dei corpi, ma non scende quasi nessuno perché tutti sono diretti in città. I passeggeri sono così stipati che quasi si trattiene il respiro fino alla prima stazione di interscambio come Porta Garibaldi o Bovisa, vicina ad un polo universitario, dove un fiume di persone si riversa diligentemente sulle banchine della stazione, perdendosi presto si disperde in mille rivoli.

Ma torniamo alla sala riunioni del Politecnico dove ci sono i due docenti davanti al loro computer portatile che stanno ripassando le procedure messe in atto per gestire l’appello di esame in un modo così inusuale. Ed ecco che l’avvio della piattaforma usata per gestire le due classi virtuali spalanca le porte di una realtà che fino a pochi mesi prima era del tutto sconosciuta ai più: il sistema di gestione della classe virtuale informa che in sala d’attesa ci sono già degli studenti che attendono di essere ammessi. Si seleziona uno a caso e gli si dà il benvenuto: “Buongiorno Sabrina…” “Good morning Amir”. Verifica dell’identità inquadrando con la telecamera lo studente o la studentessa, controllando la foto caricata sul loro profilo. Terminate le procedure di accesso si rammentano le regole fondamentali, tra cui il divieto di utilizzare le cuffie e l’obbligo di mantenere acceso il proprio microfono, la telecamera condividendo il proprio desktop.   Il compito ha inizio. Nel silenzio del lavoro di tutti lentamente avviene una sorta di miracolo, perché quella che si preannunciava essere una fredda e distaccata gestione d’esame, si rivela invece un’esperienza estremamente ricca dal punto di vista umano: tu, docente, non ti trovi più a passeggiare avanti e indietro in aula in attesa del termine dell’esame – quante volte lo hai fatto – controllando che gli studenti non copino e rispondendo alle loro richieste di chiarimento, ma poi inevitabilmente facendo anche vagare i propri pensieri al di fuori dell’aula, inseguendo un lavoro urgente da mandare avanti o anche una serata da organizzare con gli amici. No. Tu sei lì davanti allo schermo del tuo computer che ti ripropone in primo piano i volti dei tuoi studenti con un dettaglio che mai ti si era presentato così: li vedi concentrati, pensierosi, impegnati in quella che per loro è una prova importante. Capisci poco alla volta che la nuova gestione dell’esame sta quasi violando la loro privacy perché ha azzerato le distanze. Non importa se tra te e gli studenti ci possono essere centinaia di chilometri di distanza fisica, perché è quella umana che si è inverosimilmente ridotta. In aula gli studenti erano vicini a te, a pochi metri di distanza, ma erano allo stesso tempo lontani; tu eri una sorta di presenza che percorreva i corridoi avanti e indietro in un contesto che riproponeva al massimo grado la differenza di ruolo tra il docente e gli studenti; tra chi sta da una parte della cattedra e chi sta dall’altra. Non importa se durante le lezioni avevi scelto di ridurre il più possibile questa distanza per permettere l’esistenza di un contatto umano tra chi ascolta e chi parla, non solo perché è piacevole farlo, ma anche perché è un fondamentale requisito per migliorare la qualità della didattica favorendo la partecipazione degli studenti. Ora sei lì davanti al computer e puoi anche vedere contemporaneamente il volto dello studente e il suo desktop: Il grande Pablo Picasso ne sarebbe affascinato perché quella che vedi è una sorta di rappresentazione cubista della realtà, dove ti si presenta contemporaneamente lo studente che sta elaborando un pensiero e la materializzazione del pensiero stesso attraverso le equazioni che si formano sul suo schermo come per miracolo, perché la tastiera del suo computer non la vedi. È affascinante seguire le lettere e i simboli che appaiono uno dopo l’altro o che vengono prontamente cancellati e corretti. È affascinante perché è come se avessi un parziale accesso ai pensieri dei tuoi studenti e ti sorprendi nel trovarti quasi a fare il tifo per loro: “No, non quel simbolo… è l’altro che devi scrivere… Sì, dai, l’hai cancellato, forse hai capito che stavi sbagliando…”

Ma dopo un po’ ti accorgi che non c’è solamente questo, c’è molto di più perché la telecamera non inquadra solo il viso, ma anche uno scorcio di quello che presumibilmente è il loro ambiente di studio: una libreria, una chitarra appesa ad una parete, una camera grande e ben arredata o quella che sembra essere la stanza di un pensionato per studenti. Una mansarda con le travi di legno a vista o un ambiente più modesto; un cane nell’altra stanza che abbia e che non vuole saperne di smetterla. Così li immagini nei giorni prima dell’esame, in quello stesso ambiente, su quella stessa scrivania, mentre studiano e si esercitano in previsione dell’esame che si sta svolgendo, e capisci che quello che vedi è una bella immagine della società dei giovani, a volte improvvidamente criticati e derisi dagli adulti o dagli anziani, che invece di essere in giro a bighellonare per le strade, si stanno impegnando per costruirsi un futuro migliore di quello che hanno malamente ereditato da noi adulti. Giovani che si impegnano e che ci mettono la faccia, la propria, a dispetto di tutte le incertezze sul futuro che la nostra malandata società ha loro donato e che potrebbero comprensibilmente farli optare per un atteggiamento più fatalista e opportunista. Il virus che ha scatenato la pandemia è stato il granello di sabbia che ha inceppato un meccanismo enorme che non si voleva arrestare, ma che sempre più dava evidenti segnali di cedimento sotto molteplici aspetti. La dedizione di questi ragazzi che hanno trovato la forza di studiare e di impegnarsi in questo terribile momento sociale è la migliore garanzia che, se tutti lo vogliamo, sapremo rimontare l’enorme meccanismo in un modo diverso da prima. Se vogliamo farlo, dovremo sicuramente ascoltare quello che i nostri ragazzi hanno da dirci.