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I bambini di Svevia -          Una storia dolorosa e poco conosciuta -                               di Federica Sanguigni

I bambini di Svevia – Una storia dolorosa e poco conosciuta – di Federica Sanguigni

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Da san Giuseppe a san Martino. Era più o meno questo l’arco temporale nel quale si svolgevano le vicende dei bambini che lasciavano le proprie famiglie e le proprie case per andare a lavorare nelle ricche regioni della Svevia. All’origine del triste fenomeno vi era la grande povertà che contraddistingueva l’Alto Adige, la Svizzera e l’Austria occidentale, soprattutto le zone di montagna. Molti bambini, che già lavoravano nelle campagne, nei periodi di maggior difficoltà economica venivano dirottati verso il lavoro stagionale nelle zone più floride della Svevia.

Ed era proprio a marzo che iniziava il difficile e doloroso cammino di questi bambini, di età compresa tra i 5 e i 14 anni. Il viaggio, in condizioni climatiche avverse e di molti chilometri, era faticoso ma anche pericoloso in quanto bisognava inerpicarsi per i sentieri di montagna e dormire in accampamenti di fortuna. Ad accompagnare i giovanissimi bambini e ragazzi era spesso un prete, per garantire che tutto si svolgesse in modo corretto.

(Mi viene da chiedere cosa ci possa essere di corretto in un vero e proprio commercio di fanciulli i quali, spesso, diventavano come degli schiavi perché raramente l’accoglienza e le condizioni di vita durante la permanenza erano buone.)

E come in un vero commercio, i bambini venivano esposti in piazza durante il mercato del bestiame per essere scelti dai compratori. Solitamente, i maschi venivano poi indirizzati ai lavori agricoli o di cura del bestiame mentre le femmine erano costrette a occuparsi dei lavori domestici. La retribuzione consisteva in qualche indumento e pochi soldi.

Alla fine del periodo di lavoro, i bambini potevano far ritorno alle famiglie di origine. Ma purtroppo, non tutti avevano questa fortuna. Date le durissime condizioni di vita e situazioni che rasentavano la schiavitù, molti bambini, a volte sottoposti a violenze di ogni tipo, subivano infortuni o addirittura morivano. Solo pochissimi venivano accolti da buone famiglie e alcuni decidevano di restare in Germania per trovare, in seguito, occupazioni più redditizie. 

Vengo a conoscenza di questo tristissimo e raccapricciante fenomeno attraverso la lettura del romanzo di Romina Casagrande, “I bambini di Svevia”, edito da Garzanti nel 2020.

Lavorando come insegnante nella valle altoatesina, l’autrice del libro scopre questa amara pagina di storia che attraversa un arco temporale di circa tre secoli, dal Settecento fino alla metà del Novecento. Racconta la Casagrande: “Nel momento in cui ho capito chi erano i bambini di Svevia e ho dato loro identità, nomi e vissuti grazie a diari, testimonianze e fonti archivistiche, ho provato un senso di disagio per non aver conosciuto prima la loro storia.”

E così l’autrice compie ella stessa il viaggio affrontato, a loro tempo, dai bambini di Svevia. Un percorso tra le montagne arduo e pericoloso, difficile da sostenere a livello fisico ma anche psicologico, considerato che si trattava di bambini piccoli costretti a lasciare le famiglie e i luoghi di origine.

Nel romanzo l’autrice narra la storia di Edna, un’anziana signora che, da piccola, è stata una di quei bambini sfortunati. Ormai sola, con l’unica compagnia del pappagallo Emil, vive la sua vita aspettando un segno. Ha una parola da mantenere perché tutto quello che è successo non potrà mai essere dimenticato. Il suo filo rosso è retto, dall’altra parte, da Jacob, anch’egli un bambino di Svevia. La loro amicizia, nata nelle terribili condizioni di vita che li ha uniti durante la permanenza nella fattoria dove lavoravano, è rimasta forte e profonda nel cuore di entrambi.

“I bambini di Svevia” ha le sfumature di una favola dolce-amara. Edna ne è la protagonista forte e battagliera che affronta di nuovo quel terribile cammino per ricongiungersi con il suo amico.

Ma il viaggio di Edna non è solo fatto di passi e scarponi, di notti sotto le stelle e di meravigliose persone incontrate lungo il percorso e che “trasformano” la vita e la vicenda della protagonista. Il viaggio di Edna è un vero e proprio viaggio della memoria. Uno scavare nell’animo che porta alla luce ricordi, dolore, violenza. E tutto l’affetto, il grandissimo e speciale amore che ha condito la sua amicizia con Jacob. Tra salti nel passato e vita nel presente, l’autrice del libro ci racconta una storia che, oltre a togliere il velo su una vicenda sconosciuta ai più, arriva nel profondo dell’animo del lettore, invitandolo a una riflessione attenta del proprio vissuto e dei rapporti con il prossimo.

“Le parole, a volte, sono tutto ciò che abbiamo. E se non riusciamo a usarle, quando servono, la loro assenza si trasforma in silenzi che possono scavare dentro, come una cancrena che si porta via la parte migliore di noi. Sono quasi sempre le parole più semplici quelle più difficili da dire. Perché ci costringono a essere sinceri e non permettono nascondigli. Ci fanno uscire lì, in un campo scoperto dove giochiamo nudi e vulnerabili.”

Edna ha bisogno di quel viaggio a ritroso nel tempo. Ha necessità di incontrare Jacob. Di mantenere quella promessa che li aveva uniti nel momento più difficile della loro vita. Edna ha bisogno di pagare il suo debito e, soprattutto, deve perdonare se stessa. E può farlo solo tornando in quei luoghi che hanno segnato per sempre la sua persona. Contro tutto e contro tutti coloro che non capiscono il motivo del suo folle viaggio e che vorrebbero solo ricondurla sulla strada della “normalità”.

Ma “nessun viaggio seguiva tracciati sicuri, nemmeno se era occorsa una vita intera per programmarlo. Le cose andavano come dovevano, a volte prendendo forme bizzarre e incomprensibili. Ma alla fine era l’unica strada giusta, quella percorsa dai tuoi scarponi.”

Ad arricchire la storia di sensibilità e alti valori, ci sono anche i paesaggi che fanno da sfondo a tutta la vicenda. La natura non è certo un personaggio secondario in questo libro e aiuta a comprendere che la bellezza che essa ci dona è un prezioso e inestimabile tesoro. La natura avversa che ha reso difficile il cammino dei bambini di Svevia diventa madre protettrice nei suoi doni, nei suoi insegnamenti, pronta a offrire un riparo rassicurante come un tenero abbraccio. Quell’abbraccio che a tanti, troppi bambini è mancato e che ancora manca nelle attuali e moderne storie di soprusi e ingiustizie nei loro confronti.

Leggere questo libro è affondare con le mani in qualcosa che certamente genera tristezza e anche rabbia, come sempre accade quando protagonisti di sofferenze ingiuste sono i bambini. Il dolore dell’infanzia è un dolore che scava dentro e che mette radici profonde, fino a compromettere, a volte, un’età adulta serena. Eppure, in una situazione di estrema sofferenza e paura, due bambini hanno stretto un patto di amicizia forte e saldo come poche volte succede tra i grandi. Una promessa fatta da bambini è un vero impegno che si deve rispettare, anche a costo di enormi sacrifici e di difficoltà da affrontare. È l’unica possibilità per far pace con se stessi e guardare ancora avanti.

Capiamo di aver superato un dolore soltanto quando ritroviamo la voglia di sorridere, di prendere meno sul serio i piccoli problemi da cui ci lasciamo travolgere. Sono convinta ci sia molto coraggio dietro a ogni sorriso nato da una profonda sofferenza. (Romina Casagrande)