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I colori come simbolo

Fin da piccolo ha mostrato interesse per l’arte e la cultura. Marco Raddino si presenta ai lettori di Kukaos in questa breve intervista. E’ un docente di liceo e un pittore che ha seguito un preciso percorso: da adolescente si occupava di ritratti e fumetti per poi passare alla pittura ad olio. E non ha ancora smesso di studiare, per passione si occupa infatti di filosofia e poesia. Pennelli, olio e trementina sono i suoi strumenti di ricerca. I suoi lavori sono visibili sul suo sito: www.marcoraddino.com.

Marco Raddino nel suo studio

Ci racconti qualcosa di lei, chi è Marco Raddino?
Sono nato a Catania nel 1976, ma dal 2011 vivo e lavoro in Svizzera, prima a Lugano e adesso a Lucerna. Mi occupo professionalmente di pittura ormai da molti anni: nel mio percorso, sono passato dal realismo all’iconografia bizantina, fino ad approdare a un certo espressionismo onirico. Inoltre, insegno materie umanistiche nei licei e nelle scuole medie, coltivando al contempo la poesia e gli studi filosofici.

Che significato hanno per lei i colori?
Nei miei quadri, utilizzo generalmente i colori in modo non realistico, bensì simbolico: prediligo ricorrere a una gamma di colori ridotta, che rimanda ai quattro elementi della tradizione iniziatica (ad esempio, lavoro spesso con colori naturali, come le terre).

E le forme?
Più che a forme, quando dipingo penso al movimento: credo che le forme efficaci non siano altro che la traccia visibile del passaggio di un’energia vitale originaria, perlopiù invisibile. Nei miei dipinti, sia in quelli espressionistici che in quelli più realistici, le forme hanno quindi un valore preminentemente dinamico.

Uno dei dipinti di Marco Raddino

Perché predilige tecniche di tipo espressionistico?
Amo l’espressionismo perché privilegia una visione autentica del reale: nel rappresentare tensioni irrisolte (e dunque drammatiche!), l’espressionismo non ci dà un quadro banalmente conciliante della realtà, ma ci mostra il mondo nella tragica vitalità delle sue insanabili contraddizioni.
Infatti, l’arte per me non deve mai essere imitazione superficiale dell’esistente (cioè mìmesis), bensì angosciante scavo nelle profondità dell’essere: ciò che verrà fuori da tale processo non potrà che essere creazione di qualcosa di nuovo (ovvero pòiesis).

Ci sono artisti ai quali si ispira?
Ne potrei citare molti, ma al di sopra di tutti sicuramente l’espressionista Graham Sutherland, il primitivo Karel Appel e il visionario El Greco: tre artisti molto diversi fra loro, anche temporalmente, ma a parer mio accomunati da un’ispirazione autentica e sofferta, nonché da un’energia esplosiva.

Lei ha al suo attivo diverse mostre, come sta vivendo questo periodo di pandemia che impedisce allestimenti e soprattutto vernissage?
Diciamo che, come sta accadendo ai professionisti di ogni campo, mi sto rivolgendo con interesse sempre crescente al digitale: ad esempio, curo maggiormente i miei canali social e partecipo a varie mostre online, presso gallerie svizzere ed europee. Inoltre, attualmente sto collaborando con un brillante doppiatore italiano per un’illustrazione pittorica di un audiolibro di Edgar Allan Poe: un progetto per me nuovo e intrigante, nato quasi per caso!

Cosa pensa delle esibizioni on line?
Per le esibizioni online, sicuramente la parte organizzativa è più semplice: si tratta solo di selezionare i dipinti più pertinenti alla tematica della mostra, scegliere una musica adeguata e comporre sapientemente il tutto.
Le mostre tradizionali, invece, presentano chiaramente in più le difficoltà legate al trasporto e alla disposizione delle opere, ma offrono di certo un contatto diretto con il pubblico, ovvero la possibilità di guardare in faccia i visitatori e di parlare con loro.

Progetti futuri?
Iniziare un nuovo ciclo di dipinti espressionistici (quello che ho appena concluso sviluppava le forme dei volatili e i loro significati) e, con ogni probabilità, proseguire con l’illustrazione degli audiolibri.