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Il pane nel pozzo

Il pane nel pozzo

Dopo “Cronologie di un’anima” Raffaella Porotto esce, sempre per Placebook Publishing & Writer Agency, con il suo “Il pane nel pozzo”, testo teatrale. Ce ne ha parlato lei stessa in una breve intervista che proponiamo ai lettori di Kukaos.

Perché hai scelto questo titolo?

Ho abbinato istintivamente diversi elementi. La luna, cui facciamo riferimento chiedendo a volte “Ma cosa vuoi, la luna?!”  sottintendendo la portata smisurata del desiderio che l’altro pare esprimere. Questa Luna, che è quanto vorremmo ma ci si dice essere troppo, compare in una delle mie poesie in Cronologie di un’Anima, pubblicata da PlaceBook Publishing circa un mese fa. Ancora la luna, che nel detto popolare  ‘Far vedere la luna nel pozzo’ simboleggia il fare credere cose assurde, impossibili. Il pozzo, che ingoia,  impaurisce ma in qualche modo custodisce e conserva. Il pane, che ha una sua storia di terra, di seme, di raccolto e lavorazione, che nutre ma di cui ci si può nutrire fino all’eccesso. Fino a farne spreco.

E l’immagine del pane nel pozzo mi è sembrata riassumere le tre storie di donne del testo.

Vuoi raccontarci qualcosa della storia che hai scritto?

In parte è autobiografica. Non credo sia possibile scrivere se non di se stessi, a volte anche se in aperta contrapposizione a quello che si è e si pensa. Ma sempre partendo da se stessi. Si scrive a volte per dare un volto e la parola ai piccoli o grandi demoni con cui facciamo i conti. Così in ognuna delle tre donne in scena c’è un mio pezzetto di vita, sia come agente che come testimone, e a volte testimone dolente.  Sono quindi nella nipote adulta, curiosa e perentoria, apparentemente disincantata, un po’ ex sessantottina, figlia insicura e spersa ma sono anche nella nonna che perde la memoria e si aggrappa tenace e inconsapevole alle cose e all’agire che le sono noti. Così come sono nella sconosciuta di cui si guardano – vedere non è abbastanza, dice uno dei personaggi – le parole lasciate in un diario e di cui si sa il dichiarato disturbo alimentare. Soprattutto, però, credo di essere nel sentimento femmineo che le accomuna.

Quanto è importante la memoria?

Se mi potessi vedere ora mi vedresti sorridere. Quanto è importante la memoria per chi, come me, fatica a ricordare il latino e il greco del Liceo, i nomi di compagni di corso o dei propri studenti, di attori e registi, i titoli di film o rappresentazioni teatrali o libri e non è mai certa di citare quelli giusti tra gli autori letti? Sarebbe importantissima, per sentirmi credibile e meno imbarazzata in una qualunque conversazione anche tra amici

Ma questa è una memoria personale e piccola, di cui sarei comunque lieta di avere una scorta considerevole.

La Memoria del genere, in questo caso femminile, del tempo trascorso, quella da cui trarre insegnamento e saggezza, è invece determinante ed ha una importanza incommensurabile. Così come saperci fare i conti, soppesando, valutando, decantando. Come quando da una vendemmia sai trarre un buon vino.

La definiresti una storia corale?

Sì. Come in uno spartito musicale uno strumento si inserisce a riprendere la nota del precedente e prosegue con un proprio fraseggio in Il Pane nel Pozzo i tre personaggi non sono mai ognuno per sé e nessuno dei tre prevale sull’altro. Si uniscono e si completano; molto spesso uno qualsiasi di loro parte da una parola del precedente personaggio per continuare con un pensiero proprio, che poi a sua volta è reinterpretato e proseguito dal personaggio successivo. Dialogano tra loro anche se su piani diversi, anche senza capirsi appieno, e lo fanno in modo mai stridente.

Perché hai scelto le donne come protagoniste del tuo libro?

La prima stesura de Il Pane nel Pozzo è stata un monologo. Era un momento particolarmente difficile di delusione, paure e ripensamenti e come ti ho già detto credo si scriva per oggettivare quello che si prova. Non poteva essere altro che un monologo al femminile, quindi. Poi la difficoltà di recitare da sola tre diversi  ‘sentire’, la possibilità di utilizzare due altre attrici disponibili dalla scuola di recitazione, la voglia di rimettere mano al testo (credo non si finirebbe mai di ritoccare le cose che si sono scritte) hanno prodotto la versione finale.

Cosa vuol dire per te essere donna?

Una dei personaggi dice “ … lo ha scritto una donna. Come me. Come te. Cioè non proprio uguale a me o a te ma… corpi che si assomigliano, sentimenti che nascono da un corpo di donna. E si assomigliano, anche loro. Mi piace questa cosa della somiglianza…  … … una forma, una idea sola. Se ci credi è una bellezza. Al collettivo la chiamavamo sorellanza. Che nome ha la stessa cosa per gli uomini? Ah, sì. Fratellanza. Ma non è la stessa cosa.”.

Per me essere donna è sostanzialmente essere solidale con le altre donne. Con i loro sentimenti, con la loro fragilità e con la loro forza. Riconoscerci simili, con una storia che non assomiglia affatto alla storia degli uomini. Non per questo vedo i due generi in contrapposizione ma in un completamento che richiede la saggezza del tempo, della riflessione e, ricordi?, della memoria.

Perché hai scelto Milano come sfondo della storia?

Perché Milano – come del resto Torino per noi del Nord-Ovest – è stata, ancora è, la grande città che attrae mano d’opera, la fucina delle manifestazioni studentesche ed operaie, il pozzo che ingoia sogni ed esistenze.

Avrebbe potuto essere Torino, che conosco molto meglio, avendoci studiato. Ma ad interessarmi non era una mappa dei movimenti dei personaggi, per altro quasi nulli nel microcosmo della stanza in cui si muovono, ma l’estraneità del grande sfondo su cui sono formiche assolutamente anonime.

Quale messaggio vorresti fosse recepito?

Non so se parlerei di messaggio da cui aspettarmi che sia accolto. Mi piacerebbe che chi legge il testo ne godesse, ne traesse il piacere della lettura, si commuovesse, ci si ritrovasse, lo completasse con il suo sentire. Purtroppo leggere un testo di teatro non è come assistere alla rappresentazione ma come sempre un qualunque atto creativo non è un’isola a se stante. Ha bisogno di diventare un arcipelago, seppure piccolo, per avere ragione d’essere. Mi piacerebbe che la possibile, anche se spesso utopica, serenità della sorellanza tra donne fosse percepita dalle donne come dagli uomini che dovessero leggere il testo.