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Il vin brulé e la sberla della Luisa

Il vin brulé e la sberla della Luisa

Di Marina Formenti

Quando penso al vin brulé, sento quell’odore per le strade di Colmar in inverno, passeggiando per il centro storico nel mercato di Natale, servito in quei bicchierini tipici. Anche se ci fosse stato il sole, non sarebbe riuscito a scaldare come il vin brulé.
Il mio pensiero ritorna al ricordo di quando lo assaggiai la prima volta. Assaggiai… me lo fecero bere di prepotenza, prima della mia prima recita teatrale con la compagnia dell’oratorio. La scusa era farmi ritornare la voce che si era abbassata a furia di provare urlando, senza microfono e al freddo le sere precedenti. Tutti i teatri sono freddi! Perché all’oratorio non c’erano i microfoni per gli improvvisati attori! Li aveva solo il parroco in Chiesa per la S. Messa!
Insistettero un po’, per darmi quella brezza dell’alcol, anche per togliermi tutte le inibizioni e le paure del pubblico. Perché al momento di entrare in scena: secondo atto, nella parte di un’anziana signorina zitella, un po’ brutta, il resto alla vostra immaginazione… il terrore mi assalì.
La parte mi fu assegnata da Luisa: detta Luisota (da me per vendetta), una ragazzona più anziana di me, io avevo 13 anni. Luisa è la mia vicina di casa da sempre. E da sempre ha dimostrato una fortissima antipatia nei miei confronti, praticamente dalla mia nascita, essendo cresciuta nello stesso stabile, in quel cortile che fu teatro di giochi e di storie di tutti gli abitanti. La Luisa era grande. Più che altro grassa, aveva il corpo da donna matura. Se mi sfiorava , mentre giocavamo in gruppo, mi buttava letteralmente a terra, di proposito. Forse perché non le piacevano i miei vestitini con i fiocchi, cuciti da mia madre o forse per i miei occhi azzurri. Ogni tanto riuscivo a svicolare grazie alla Dolores, sua coetanea e sua grande amica che invece mi adorava, quasi fossi la sua bambola vivente. Uso l’articolo davanti al nome proprio perché a Milano e comuni limitrofi usiamo così. Quindi, la volta della recita in oratorio non riuscii a sfuggire dalle grinfie della Luisa e al momento di entrare in scena, truccata da vecchietta, con un quintale di cipria sulla faccia, mi costrinse a bere il vin brulé appioppandomi una sberla così potente che mi sembra di sentire ancora la manona sulla guancia divenuta bollente. Ricordo sul suo viso, l’espressione soddisfatta di chi ha finalmente realizzato un sogno. Mentre la mia era un’espressione di ragazzina incredula, di come a volte, le sberle siano così ingiuste ma di grande insegnamento.
Ed ora la ricetta.

Ingredienti:

  • 1 litro di vino rosso, fermo e corposo
  • 150g di zucchero
  • 12 chiodi di garofano
  • 1 stecca di cannella
  • 1 limone

Procedimento:

Versate il vino rosso in una pentola e mettetelo a scaldare sul fuoco senza portarlo ad ebollizione.
Aggiungete i chiodi di garofano, la cannella e la scorza di limone tagliata sottile. Sempre tenendo il fuoco basso unite poco alla volta lo zucchero, mescolando per farlo sciogliere bene. Una volta aggiunto tutto lo zucchero, portate ad ebollizione e tenete in temperatura per circa 10 minuti. Poi  passare al colino e servire il vino fumante.

Buona bevuta!