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Incontro con Alessia Lombardi e Irene Carlevale

Sono giovani e appena entrate a far parte della famiglia Placebook Publishing & Writer Agency con la loro silloge “L’affetto instabile”. Alessia Lombardi e Irene Carlevale hanno deciso di unire i loro versi in un unico libro. Alessia Lombardi, classe 1996, è laureata in filologia e letteratura italiana e ha al suo attivo già diversi riconoscimenti. Si occupa di critica musicale e live-reporter per il blog “Lo Zibaldone” ed il mensile on line “Vita Ciociara”. E’ anche una cantautrice che usa lo pseudonimo Crow J.Irene Carlevale, classe 1982, è una scrittrice, fotografa performer e regista che ha al suo attivo diverse pubblicazioni e allestimenti. Ha conseguito la laura di primo livello in Filosofia e quella di secondo livello in Pittura presso l’Accademia delle Belle arti di Frosinone. Dal 2017 porta avanti il progetto di arte pubblica “La Zattera, un progetto per la vita” con lo scopo di valorizzare zone acquatiche, come laghi, fiumi e mari.  Le abbiamo intervistate per i lettori di Kukaos.

Alessia Lombardi

Come è iniziato il vostro amore per la poesia?

Irene: Il mio amore per la poesia è nato alle elementari: avevo una maestra che ci teneva molto e, come era solito allora, imparavamo le poesie a memoria. Per me, è stato amore a prima vista. La poesia che mi affascinò molto era La livella di Totò. La recitavo così spesso che anche mia sorella la imparò a memoria. Naturalmente non tutta, solo la parte finale. Poi, ricordo quando, a nove anni, scrissi la mia prima prosa lirica: fino ad allora avevo tenuto un diario, ma quel giorno scrissi qualcosa di molto diverso: usai le metafore, avevo in una certa maniera intuito cosa fossero. Ero sul letto e con la penna rossa cominciai a scrivere qualcosa che era molto differente dalla scrittura diaristica. Da allora, non ho più smesso di scrivere. Da adolescente, imparavo le parole col dizionario e mi esercitavo a scrivere una poesia che le contenesse. Scrivere una poesia, per me, è mantenere un contatto con la realtà; alle volte, mi capitava di non sapere cosa fare, cosa essere; scrivere mi permetteva di trovare un accordo, molto intimo, con quello che provavo. Non è solo emotività, c’è dell’altro: la struttura che si crea è materiale, non più un sentire confuso. La poesia è la manifestazione fisica, mentale, emotiva di una sostanzialità: è la possibilità stessa della vita. È un legame tra due mondi, quello reale e quello metafisico. Ancora oggi, per me, è una necessità. Non so se è amore, so che scrivere una poesia fa parte del mio vivere: è un’esigenza non solo estetica, ma anche esistenziale.

Alessia: Ho iniziato a scrivere poesie circa quindici anni fa. Avevo nove anni. Incantata da una lettura in classe de Il sabato del villaggio, mi innamorai perdutamente della lirica leopardiana, e ne seguii le orme. Volevo ricreare quella poesia alta, sublime; credevo fosse l’unica degna, perché contrapposta ad un presente che vedevo banale, vuoto. Ma non era quella la strada: era necessario che costruissi me stessa, la mia voce, per lasciare veramente un segno. Essere se stessi è il primo passo verso l’immortalità. E non parlo di gloria, ma di traccia costruttiva nella storia dell’umanità, che sia globale o locale, non ha importanza.

Com’è nato “L’affetto instabile”?

Irene: Io e Alessia condividiamo due cose: la nostra provenienza (veniamo da un piccolo paese in provincia di Frosinone, San Giovanni Incarico, un paese ricco di storia e bellezze naturali) e l’amore per la poesia. Non ci conoscevamo, ma io seguivo la sua attività poetica su Facebook. Così, ho deciso di intervistarla per un mio progetto (La Zattera), e ci siamo conosciute. Da lì, notando la preparazione di Alessia, nonostante la sua giovane età, le ho proposto una silloge poetica a quattro mani. Ci abbiamo lavorato per un po’, io avevo dei testi, lei anche, e abbiamo cominciato a montare; poi è arrivata la versione finale, e l’invio ad alcune case editrici. PlaceBook Publishing ci ha risposto, imprevedibilmente presto, e abbiamo accettato subito, poiché conosciamo l’attività della casa editrice, e ne apprezziamo il lavoro.

Quali criteri hanno spinto a scegliere questo titolo?

Irene: Il titolo lo ha scelto Alessia, mi sono fidata del suo intuito, e della sua capacità di racchiudere in un titolo il senso complessivo del lavoro.

Alessia: Si è discusso a lungo, durante la cosiddetta “fase 2” della pandemia da Coronavirus, degli “affetti stabili”: possono ricongiungersi soltanto gli affetti stabili, l’assunto era questo. La pretesa di quantificare, di stabilire a priori dei criteri in una sfera così suscettibile, quasi mi infastidì. Volevo scrivere qualcosa, ma non riuscivo. Poi arrivò Irene con il suo progetto – come me paladina dell’affetto assente, sofferto, instabile. Quale titolo migliore, allora?

Irene Carlevale

Perché la scelta di un libro a 4 mani?

Irene: Perché credo che la condivisione, di progetti, di un sentire, sia una cosa meravigliosa. Spesso gli artisti sono chiusi nel loro mondo, e non è un male, non sto criticando: ma c’è una parte del mio lavoro che amo condividere con chi, come me, ha delle esigenze simili, estetiche e non. Con Alessia è stato tutto molto semplice, è arrivato tutto in maniera molto naturale. Non abbiamo faticato. La “corrispondenza” c’era già all’inizio, poi è arrivato il lavoro. Mi piace lavorare anche a quattro mani, trovo sia un modo molto utile per liberarsi da un certo egocentrismo che potrebbe colpire se non lo si facesse.

Quanto vi è costato mettervi a nudo di fronte ai lettori?

Irene: Quando scrivo, non mi preoccupo molto di chi leggerà. Nel senso, non c’è la presenza del lettore mentre scrivo. Sicuramente dedico, ma questa è una questione diversa. Mettersi a nudo è una responsabilità. Significa prendere quel materiale, che è passato al vaglio naturalmente (non tutto quello che scrivo lo condivido), e donarlo al mondo. Per me mettermi a nudo è donare ciò che di più umano mi appartiene e, in questo senso, non mi costa perché considero il fatto che ciò che scrivo non appartiene solo a me, ma è appunto qualcosa di umano, qualcosa che esiste negli esseri umani. Non mi costa molto, no. Sono attenta a ciò che scelgo di condividere, e se lo sento allora non mi costa nulla. È un’esperienza di apertura.

Alessia: Non ho mai temuto il confronto con il pubblico. Ho iniziato a lavorare con le persone a dodici anni – con la musica prima, con il teatro dopo; ho imparato presto a calibrare l’intensità dei discorsi che voglio fare, delle emozioni che voglio donare, in un certo senso. Eppure resto estrema: do tutto o non do nulla. Se decido di raccontare il mio passato, nelle mie poesie, troverai tutto. Anche il lato peggiore.

E quanto è importante l’amore per voi?

Irene: L’amore è l’energia più potente che esista. L’amore è un motore di trasformazione grandioso, non c’è niente di simile al mondo. Per me, amare significa trovare una coincidenza: non si ama se ci si annulla, si ama se fare le cose per l’altro significa farle per se stessi: questo è vero amore. Io ci tengo molto, e le mie poesie sono mosse soprattutto dall’amore, dal sentire un altro essere umano dentro di me, che scuote, illumina, brilla. Non è sempre facile “sentire”, ma quello che resta alla fine è un “provare” che non inganna, ma rivela la grandezza delle cose.

Alessia: L’unica forma di conoscenza è l’amore. Ogni disciplina, e ogni forma vivente, viene da lì. Personalmente, riesco a scrivere quasi solo d’amore. Non posso immaginare una poesia che contempli altro, che contempli l’opposto; perché l’atto stesso di scrivere è amoroso, in tutti i sensi: è amore per le cose, è fare l’amore con la nostra corrispondenza assente, è amare un ipotetico lettore.

Alessia Lombardi

Questa è stata la vostra prima esperienza editoriale?

Irene: Per me no, ho pubblicato due romanzi in passato, Il carro con edizioni Montag, e Irene al quadrato, con edizioni Smasher. Poi qualche poesie e prosa lirica su L’Osservatorio Letterario di Ferrara, alcuni saggi, come per esempio le mie tesi di laurea in filosofia e pittura, autopubblicate con KDP Amazon, e qualche poesia qua e là (la rivista Poesia, Perrone Editore).

Alessia: Ho pubblicato da adolescente una piccola raccolta di versi, Immagini riflesse, con Aletti Editore. Una raccolta “scaldamuscoli”, la definisco; più che altro un’emulazione dei poeti ottocenteschi a cui devo la mia prima formazione, una sorta di tributo. C’era poco di autentico, in quei testi, non può neanche definirsi un’esperienza editoriale, secondo me.

Simboli, metafore e musicalità, cosa ha la precedenza nei vostri versi?

Irene: A me piace creare delle immagini, molto semplici; di certo lavoro con i simboli. Alcune cose per me, hanno appunto un significato simbolico, che non significa non avere un riscontro nella realtà, tutt’altro. Io credo di essere molto pratica quando scrivo, nel senso che creo delle immagini molto reali, mi viene dalla mia esperienza di aver vissuto completamente immersa nella natura. La musicalità viene dalla struttura della poesia e dalla scelta delle parole; mi piace pensare che le mie poesie siano silenziose, anche se poi leggerle ha il suo valore, non lo metto in dubbio. Ma nascono dal silenzio, questa è una cosa difficile da spiegare, perché poesia è ritmo, musica. Però, questi versi, sono muti, è come se rompessero un mito.

Alessia: La matrice è l’immagine. Viva e concreta. Arriva in qualche maniera ed io impazzisco, letteralmente; devo scrivere subito, prima che passi. È questione di un attimo, un attimo che non ritorna. I simboli, le metafore vengono dopo, in fase di rielaborazione, di limatura. E così la musicalità: nonostante lavori con il verso libero, con rime non canoniche, non rinuncio al potere della declamazione, al fascino aedico della parola.

Ci spiegate quella che avete definito “semantica visiva”?

Irene: Questa è una domanda per Alessia, perché credo che si adatti al modo in cui Alessia strutturi i versi e concepisca il linguaggio.

Alessia: Nelle poesie che ho raccolto per questa silloge, la parola unitamente allo spazio della pagina comunica, orienta il lettore, affinché il mio vissuto sia il suo, in uno scambio alla pari. Di qui il mio uso di versi isolati, versi che sono vere e proprie parole-chiave, dislocate. La potenza dell’immagine si concentra in quel piccolo gruppo di parole, è tutta lì, a portata di mano… arriva all’improvviso, nella lettura, quasi un’epifania, e può rivelare a chi legge una verità su di sé che forse ignorava.

Una domanda per Alessia: nei tuoi versi ci son molti ricordi, che significato ha per te la memoria?

Alessia: Ogni volta che ricevo questa domanda ho in mente la scena di un film, 20.000 days on Earth, in cui Nick Cave parla con l’analista Darian Leader del suo rapporto con la memoria. Quello che dice è illuminante, e rispecchia in pieno la mia concezione mnestica della poesia – anche se nel suo caso si tratta di canzoni, ma la differenza è sottilissima; anzi, direi nulla: “La mia più grande paura credo che sia perdere la memoria, a volte mi preoccupa pensare di non poter continuare a fare quel che faccio e non raggiungere una situazione che mi soddisfi; perché la memoria è quello che siamo, e credo che la propria anima e il motivo stesso di essere in vita siano legati alla memoria. Credo che per molto tempo io abbia costruito una sorta di mondo con le ballate che ho scritto, e questo mondo si basa su quei preziosi ricordi originali che definiscono la nostra vita e che ci ritroviamo a inseguire per sempre: i primi ricordi dell’infanzia, quei momenti in cui meccanismi del cuore cambiano davvero, come per esempio quando si scoprono certe opere d’arte – potrebbe essere un’esperienza traumatica, e potrebbe essere un attimo, il frammento di un momento. Per me il processo di scrittura di una canzone è la reinarrazione e la mitizzazione di queste; perdere la facoltà di ricordare è un enorme trauma nell’ambito di quel mondo”.

Irene Carlevale

Una domanda per Irene: tu sembri preferire la logopea, cioè i concetti, ci spieghi questa scelta?

Irene: Probabilmente questo modo di fare poesia rispecchia la mia forma mentis: sebbene non possa dire di essere sempre affezionata alla razionalità (anzi, alcuni miei lavori in passato se la prendevano, complice la lettura di Nietzsche, con il logocentrismo occidentale, iniziato con Socrate), oggi ho un modo di scrivere quasi sillogistico. Mi spiego meglio: quando scrivo, spesso cerco la conclusione, è come immergermi nell’acqua del mare, andare al largo e poi tornare. Ecco, io cerco il ritorno, un punto di pace, un momento in cui quel flusso arriva ad una conclusione. Forse, per questo danno l’idea di essere concetti, perché cerco il senso, la definizione, la fine del flusso. Mi piace questa domanda perché mi permette di spiegare un fatto assai insolito che mi capita oggi quando scrivo poesie: alle volte, è più simile ad un fare prosa, un certo tipo di prosa; è come se stessi ragionando, ma è un ragionamento più essenziale, minimale. Le immagini che creo, spesso, vengono dai fatti naturali: mi piace osservare le cose che accadono nel mondo naturale e animale, e probabilmente questo mio modo di essere si rispecchia nel fare poesia. I fatti naturali, quando li si capisce a fondo, sono razionali, anche se spesso c’è un momento in cui sembrano perdere il controllo. In poesia, si chiamano concetti, cioè delle astrazioni molto, ma molto legate alla realtà più ancestrale.

Progetti futuri?

Irene: Ho un’altra raccolta di poesie pronta e un romanzo che sta cercando un editore. Continuare a scrivere, tanto. Seguire gli altri progetti che ho (fotografici, espositivi). Spero di riuscire a girare un cortometraggio entro l’anno. Continuo a portare avanti il mio progetto La Zattera (sulla pagina Facebook dedicata, spiego di cosa si tratta). E naturalmente, continuare la collaborazione con Alessia, per altre iniziative. La nostra zona ne ha tanto bisogno, sperando che la situazione che ci sta bloccando, piano piano, rientri. Ho molta fiducia nella scienza, e spero che presto si possano riprendere le iniziative culturali.Alessia: I progetti in cantiere sono moltissimi, forse troppi… ma se il mio cervello si ferma è perduto! Tra gli imminenti c’è sicuramente L’eterna estate, una silloge a cui sto lavorando da circa tre anni, che sviluppa il concetto di amore in correlazione al tempo, all’invecchiamento; per quanto riguarda la prosa, sto approntando un saggio critico su Giacomo Leopardi ed una Storia sociale e antropologica del sound partenopeo. Sul versante musica, mi auguro di riprendere presto le registrazioni del mio concept album, Love and Death in E minor: mi mancano da morire i miei colleghi musicisti, i nostri scambi, le nostre intese… è un momento assai duro, ma non bisogna smettere di lottare. E, ovviamente, con Irene c’è moltissimo da fare, a livello culturale, per il nostro paese…