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Incontro con Davide Rossato

Incontro con Davide Rossato

“La danza della gelatina”, si intitola così la silloge poetica di Davide Rossato, nato in provincia di Venezia nel 1983 che entra così a pieno diritto nella famiglia della Placebook Publishing & Writer Agency. Rossato ha studiato cinema ma lavora con la musica, è infatti un insegnante di chitarra che suona con la “Orion” una tribute band dei Metallica. Gli interessi del giovane musicista sono molti: dall’alpinismo, all’astrofisica, dal cinema alla letteratura, perché “da sempre interessato ai misteri del Cosmo e alle manifestazioni artistiche dell’essere umano”. Lo abbiamo intervistato per i lettori di Kukaos.

Parlaci di te, chi è Davide Rossato?

Sono un insegnante di musica e ho cominciato ad esibirmi dal vivo con la mia band, gli ORION, fin dalla primavera del 2000. Abbiamo collezionato da allora oltre 1000 concerti in Italia e all’estero. La musica però non assorbe tutto il mio tempo e tutte le mie energie. Coltivo passioni diversificate: ho studiato cinema all’università Ca’ Foscari di Venezia, adoro stare all’aria aperta, tra gli alberi, praticare sport solitari, fare lunghe passeggiate ed escursioni, andare in montagna e vivere avventure; leggo molto, ma spesso preferisco studiare l’opera di un preciso autore piuttosto che limitarmi ad alcune singole letture, sono poi, fin dalla tenera età, un appassionato di astrofisica. Tutte le forme d’arte in generale mi affascinano moltissimo e sono sempre aperto a nuove esperienze culturali. L’esplorazione è di sicuro una condizione mentale e fisica che mi attrae fin da quando ho memoria, tuttavia sono un essere umano cosciente dei propri limiti nel contesto dello spazio-tempo in cui viviamo.

Come hai scelto il titolo della tua silloge?

Inizialmente avevo scelto come titolo “Non basterà la poesia”, ovvero il titolo della mia ultima poesia scritta nel 2002. Valutando poi un titolo più efficace mi sono reso conto che “La Danza della Gelatina” esaudiva questa richiesta.

“La Danza della gelatina” è anche il titolo di alcune poesie divise in atti, cosa li lega tra loro e perché questa scelta?

Si tratta di un lungo componimento autobiografico. Ciò che lega i diversi atti è questa sorta di vagabondaggio all’interno di un’elegante villa veneta, durante una sontuosa celebrazione. Il protagonista si lascia trasportare da pensieri e memorie passate. Ho selezionato sei “atti” da destinare a questa silloge, sono quelli che preferisco e che ben rappresentano questo mio pretenzioso lavoro.

L’ultimo atto è però in prosa…

Sì, esatto. L’ultimo atto sgretola gli schemi precedenti e si dissolve in un flusso di coscienza senza punteggiatura. Tra virgolette riporto il testo di una persona speciale che allora era a me legata. Ho integrato i suoi pensieri ai miei senza filtri, inserendo le sue parole tra le mie, fondendole insieme. I significati sono molteplici, in quel momento stavo per concludere il mio percorso poetico e sentivo di non aver più quella predisposizione, ecco perché l’ultimo atto tradisce i precedenti e sfoga nella prosa. Come in una premonizione la poesia viene messa da parte: un cambiamento si stava per verificare.

Nella prefazione dici che nel 2002 la tua vita si è sganciata dalla poesia ma le è rimasta legata, ci spieghi in che senso?

Dalla fine del 2002 non ho più scritto, fino ad oggi, nessun’altra poesia. Non ho più sentito la necessità e la voglia di provare a scrivere. Ho scritto articoli, due tesi di laurea, una sul cinema e una su cinema e letteratura più altre piccole cose, ma mai più una singola poesia. Tuttavia il legame dentro di me è indissolubile. Sono un musicista e nella musica i testi delle canzoni sono spesso simili alle poesie, quindi per forza di cose io ne sono sempre attratto ed ispirato. Ma non solo: nella natura, nelle persone e nel mistero della realtà sempre cerco di cogliere quel brivido cosmico che inesorabilmente mi cattura e che nella poesia trova uno dei suoi ambienti più fertili.

E quindi non scriverai più liriche?

Per il momento no. Ho scritto da poco però un racconto breve, si intitola “Gli Intrusi”. Ho altri tre racconti in forma di bozza. Spero di avere prossimamente la voglia e le capacità per portarli a termine. Ci sto lavorando…

Come era il tuo vissuto negli anni in cui hai scritto quelle poesie?

Ero curioso di scoprire l’amore e mettevo tanta passione in tutto quello che facevo. Studiavo, suonavo, scrivevo, mi appassionavo a tante cose e vivevo intensamente ogni singola giornata. Sono stato molto fortunato. La mia famiglia mi ha fornito tutto quello che desideravo e mi ha supportato e consigliato bene in ogni scelta. Ho incontrato poi tante persone positive che hanno integrato favorevolmente il mio percorso. Porto con me tanti bei ricordi, anche grazie alle poesie contenute in questa raccolta.

Sei un musicista, quanto conta per te la melopea in un componimento poetico?

Confesso che non so cosa sia esattamente, ma la Treccani può certamente aiutarmi: (1) L’arte del contrappunto (2 a) Canto composto su parole, liturgiche o d’altro genere (2 b) Melodia lenta e piana simile a quella del canto liturgico. Alla luce di queste definizioni direi si, certamente, conta moltissimo. Quando rileggo una mia poesia sempre nella mia testa sento un andamento melodico ben definito, immutabile, anche a vent’anni dalla stesura. A volte ciò mi sorprende. Anni fa riuscivo anche a recitarle in pubblico, ora invece non mi sentirei per niente a mio agio.

“Shell of Meat”, perché hai scritto questa poesia in inglese?

Dietro “Shell of Meat” c’è una storia curiosa e unica che ho ben raccontato nella nota contenuta in questa mia prima pubblicazione. Non so esattamente come mai queste parole si siano generate dentro di me, svegliandomi addirittura nelle ore centrali della notte e obbligandomi a scriverle. In quei giorni stavo scoprendo una band musicale incredibile, i Tool, e sono certo che le liriche delle loro canzoni abbiano giocato un ruolo fondamentale nell’ispirazione e nella produzione inglese dei versi.

Com’è stata questa esperienza editoriale?

È stata una piacevole sorpresa. Alberto Barina mi ha spiegato la sua idea e senza pensarci due volte ho detto “Si, facciamolo!”. È stata un’immersione nel passato, un gioco di reminiscenze e suggestioni. Rileggendomi, a distanza di 20 anni, ho risentito sapori, profumi, ho rivisto scenari, colori, ho pianto, ho sorriso e ho compreso così il valore dell’invito di Alberto. Con lui abbiamo condiviso un’esperienza di poesia-musica-teatro intensa e genuina, pur essendo all’epoca giovanissimi ed inesperti. Sono felice che quei momenti abbiano ritrovato oggi una collocazione precisa per me ottenendo inoltre un risultato concreto.

La poesia e più in generale la letteratura faranno parte del tuo futuro?

Così è sempre stato e non vorrei cambiare mai questa mia attitudine. Vorrei scrivere ancora e mi sto impegnando per produrre qualcosa che catturi completamente la mia attenzione. Suppongo che dovrò metterci dentro me stesso per riuscirci.

Hai qualche sogno nel cassetto?

No, sono un uomo che si accontenta di piccole cose, vedo il meraviglioso in un paesaggio dolomitico, mi rigenero sentendo il tepore del sole sul viso, mi emoziono se riesco a mettermi in relazione con una creatura animale; tutte queste cose sono sufficienti per me ora, e lo erano anche prima di questa tragica situazione mondiale. Trovo tanto conforto nell’immergermi nella natura, lontano dalla confusione e dal rumore. Cerco poi di non pensare troppo al domani, vorrei solo essere felice ogni giorno e rendere felici le persone che mi stanno accanto.