Crea sito

Incontro con Enzo Barbone

“In punta di piuma”, è questo il titolo della silloge di Enzo Barbone uscita di recente per la Placebook Publishing &Writer Agency nella collana Ippocampi. Barbone, classe 1975, è barese e fin da giovane ha coltivano la sua passione per la scrittura. Di recente ha ripreso penna e carta per dedicarsi alla poesia. Lo abbiamo intervistato per i lettori di Kukaos.

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti alla poesia?

L’incontro con la poesia è stato alquanto fortuito, nato dalla necessità di trovare un modo per superare la terribile barriera della timidezza, che ha fatto parte di me in tutto il periodo adolescenziale, dove interfacciarsi con i primi sentimenti era di per se complicato…allora una frase o una lettera, racchiudevano il modo per comunicare senza aver di fronte qualcuno e dover reggere l’emozione. Un modo per evadere dalle proprie insicurezze e per raccontarsi nelle parole…man mano si sono trasformate da sole in versi, dove all’inizio mi divertivo a scrivere rigorosamente in rima, contaminato dall’immagine dei menestrelli medievali…poeti che raccontavano le gesta di dame e cavalieri, di avventure, di guerre ma che in fondo trasmettevano emozioni…da qui nasce il mio inizio da pseudo poeta, alla ricerca della rima emozionale…

Tutto è nato da una poesia, la mia prima poesia in rima dal titolo “Il menestrello” che faceva cosi:

“C’era una volta un menestrello

assai strano e poco bello,

scriveva sempre e con amore

le strane bizze del suo cuore…” 

Da qui avvicinarsi alla poesia (non quella vera dei veri poeti purtroppo…ahimé la scuola un tasto dolente…), è stata solo un lungo percorso…ho imparato a giocare con le rime ed ogni volta era una sfida con me stesso…si può sempre fare meglio e via a cercare più contenuti, più musicalità, più storia…una rima, un’emozione, un solo tempo…il mio. Ecco la mia vicinanza alla poesia…necessità di comunicare, di superare le barriere della timidezza, di sentirsi “figo” anche non essendolo, di tirar fuori una parte di me…

Ad un certo punto ho smesso di scrivere. La frenesia della vita ha preso il sopravvento su ogni cosa e man mano, il tempo era sempre meno…quando cresci, cambiano le priorità e da qui a rinchiudere la poesia in un cassetto è stato un passo breve…si scrive per esigenza, per necessità, per raccontare o trasmettere emozioni, per dare agli altri qualcosa di te…la poesia non è di chi la scrive, ma di chi la legge e racconterà sempre qualcosa in base allo stato d’animo in cui ci si trova…per molto tempo non ho avuto più necessità di scrivere, comunicare ma poi un giorno…un giorno ti trovi nelle condizioni in cui vuoi urlare, ma sai che non puoi far troppo rumore ed allora per caso ricominci a scrivere e cambiano le aspettative…ti vuoi metter alla prova e capire se ciò che scrivi, arriva alle persone…e ti riavvicini ad una forma d’arte e cerchi una strada, la strada che porta a condividerti con il lettore, perché ogni poesia è l’autobiografia delle proprie emozioni.

Ci dici qualcosa di questa silloge, com’è nata?

La silloge è nata per gioco dalla voglia di mettersi alla prova e confrontarsi con i giudizi…ogni artista è narcisisticamente coinvolto nella propria voglia di piacere, quindi il cercare opinioni è la strada da dover affrontare…all’inizio non avevo assolutamente pensato, che sarei mai stato capace di mettere insieme qualcosa che potesse essere portato in lettura o al giudizio di qualcuno…

Di questo l’artefice è stata mia moglie Rossella DB, che più volte aveva inviato miei poesie a piccoli concorsi, fino a quando non mi convinse a provarci con Placebook…inviai un mio lavoro a Fabio Pedrazzi, per sapere cosa ne pensasse ma per lungo periodo non ebbi risposta…nel frattempo continuavo a scrivere ed a ricercare sempre di più la mia strada, la mia poesia…Fabio mi ricontattò e mi mise in contatto con Alberto Barina…la prima impressione fu positiva, ma c’era tanto da lavorare il giudizio…la mia era più una poesia dove raccontavo meticolosamente l’emozione, quasi spiegandola cercando di descriverla in ogni parola, una poesia per certi versi retrò ma per altri assolutamente no…Lunghe chiacchierate con Alberto e poi la via…dovevo ricominciare da zero, perché tutto quello che avevo scritto non mi piaceva più…ho ricominciato a scrivere, trovando nell’ermetismo la mia via, il modo più vicino per raccontarmi e per raccontare di ciò che mi circondava…tutto è diventato ispirazione…poesie prese, riviste, cambiate, cancellate…una foto, un evento, programmi televisivi, cronaca…tutto può avere un motivo per diventare una poesia…

Questa silloge è nata dall’esigenza di condividere, senza avere la pretesa di piacere…ma con la certezza di essere vera in ogni singola lettera…non una poesia fatta su misura, ma una poesia vestita dai sincronismi della vita quotidiana, in cui io sono il mezzo e la poesia non lo strumento, ma l’essenza delle emozioni.  

Perché hai scelto questo titolo?

Il titolo nasce dall’esigenza di non far rumore. Parte dall’esigenza di riconoscere i propri limiti non ritenendomi un poeta, ma una persona qualunque, che da voce alle proprie emozioni scrivendo…io credo che in ognuno di noi ci sia un poeta, ma che troppo spesso, abbiamo timore di confrontarci con qualcosa che soprattutto nel mondo odierno, è terribilmente complicato da condividere e da far capire.

Nella silloge scrivo “senza far rumore, impugno una piuma, chinando il capo e chiedendo scusa ai poeti”…io non ho la presunzione di sedermi alla loro tavola ed è per questo che non potevo scegliere un titolo diverso…concepisco la piuma come un qualcosa di delicato e silenzioso, un po’come quando si va in punta di piedi…si cerca di andare avanti senza attirare l’attenzione su di se, per non essere scoperti…anche se la speranza è sempre che un piccolo rumore, desti l’interesse di chi ci è attorno. “In punta di piuma”…ci sono ma non voglio che si accorgano di me.

Ci sono poeti che ti hanno ispirato durante la scrittura?

Mi duole dirlo, ma non ci sono stati poeti che hanno ispirato il mio scrivere, semplicemente perché io odiavo la poesia…l’incontro con la poesia nasce sui banchi di scuola ed io non sopportavo il modus operandi con cui veniva proposta…ancora oggi vedo una poesia che non viene vissuta in maniera corretta, dove difficilmente crea interesse…potrei indicare tante poesie che ho dovuto imparare a memoria, fare la parafrasi e spiegarne il significato…ma oggi mi chiedo sempre, perché non mi è mai stato raccontato il poeta? Perché ci si limita ad affrontare solo il poema e non il poetante…perché passare la poesia in maniera “antiquata” ed associarla mediamente nell’immaginario comune odierno, solo ad emozioni che riguardano l’amore…questo il grave errore…credere che la poesia sia solo amore, sdolcinare emozioni che oggi si fa fatica ad accettare, perché quasi non c’è più tempo per viverla…la mia poesia è fatta di durezza e delicatezza, dove parlo dei miei nonni o di un omicidio, della pochezza dell’uomo a fronte della materialità o della vittoria del cervello maschile sul corpo femminile…il mio rammarico è di non aver avuto qualcuno che mi prendesse per mano per guidarmi in un percorso complicato, ma di grande fascino…il rammarico di aver buttato i miei anni scolastici, non rubando dai poeti che erano li sul mio banco di scuola. Voglio ricordare con piacere un mio professore d’italiano del primo superiore, il dott. Liuzzi che scriveva per la “Gazzetta del Mezzogiorno”…con lui una lezione d’italiano o una poesia diventava teatro a cielo aperto…tutto veniva trasformato in metafore, dove la storia diventava fumetto e Napoleone Bonaparte un supereroe della Marvel, alla stregua del primo Berlusconi travestito dal Paperon de Paperoni…anche questa è poesia…

A che tipo di lettore di rivolgi?

Secondo me non c’è un lettore a cui si rivolge, un lettore ti sceglie e chi scrive non ha l’ambizione di scegliere da chi essere letto, ma spera di essere letto da più persone possibili…non per un mero ritorno economico (quanti possono dire che vivono dai guadagni del proprio libro?), ma per dare una parte di se a chi gli ha dato fiducia…ecco mi rivolgo a quel lettore che vuole darmi fiducia, sperando di non tradirla e di riuscire a lasciare in lui un piccolo momento di riflessione…la poesia serve anche a questo…una silloge ha di per se qualcosa di romantico, sia nelle gioie ma anche nel dolore…quanti modi di far poesia ci sono…ma tutte hanno un unico denominatore…le emozioni…

Che messaggio vorresti trasmettere attraverso le tue poesie?

Nella poesia non credo possa esserci un messaggio univoco e che rappresenti per intero una silloge…con le mie poesie cerco di trasmettere un mio pensiero, una mia emozione, cercando di trovare il modo di entrare in simbiosi con il lettore…cosa che non sempre è possibile…leggo molte poesie grazie ai social ed a tutti gli amici che man mano condividono i loro lavori, ma spesso mi trovo di fronte a poesie che sento lontane dalle mie corde…ma non perché non trasmettono un messaggio, ma perché io non sono pronto a riceverlo e questo succederà anche a chi legge le mie di poesie…non voglio essere presuntuoso nel dire che ho un messaggio da trasmettere, ma voglio solo condividere una parte di ciò che vive dentro di me, che non potrà mai essere per tutti.

Com’è stata questa esperienza editoriale?

Direi senza ombra di dubbio non un’esperienza ma un percorso di vita.  Fabio Pedrazzi e Claudia Filippini sono i “guard rail” che proteggono la strada che ognuno deve percorrere per mettersi alla prova in un percorso editoriale…ti accompagnano durante tutto il percorso, segnalandoti se una curva merita maggiore attenzione o se è il momento di spingere perché la strada è bella dritta. Non mi sono mai sentito solo, anche se ci divide la distanza…nei momenti cruciali non mi hanno mai fatto mancare una parola di conforto o confronto…in tutto questo, come non parlare di Alberto Barina…con estrema fiducia e chiarezza ha guidato il mio mettermi in discussione, capendo che nel mio modo di scrivere c’erano territori nascosti ancora inespressi…ecco la mia poesia oggi, spinta nell’essere asciugata, concretizzata nella secchezza della parola ma non nel significato, dove una metafora sostituiva una poesia intera e dove non potevo far altro che riconoscermi nell’ermeticità di un verso…un percorso dove man mano ho scoperto che l’essenza del mio scrivere non poteva essere lontana da me…

Hai già avuto qualche riscontro presso i lettori?

Ho pubblicato a fine novembre e pubblico spesso le mie poesie sui social per condividere parte delle miei emozioni…il riscontro dei lettori, è un qualcosa di ambito e necessario per sapere che si sta lasciando una traccia di se…citare complimenti e recensioni (anche se al momento avare sulla mia silloge) sarebbe bello ed interessante…a volte mi soffermo di più al leggere cosa trasmette una poesia, perché due lettori possono dare due interpretazioni diverse che sono diverse anche da ciò di cui ho scritto…questo è il bello…è come quando si ascolta una canzone…se sono giù di morale difficilmente sarà allegra anche se lo è…

Quindi ciò che cerco non è un riscontro, ma un confronto rispetto a quanto ho scritto…se poi piace, sicuramente riempirà positivamente il mio tempo.

Ha ancora senso oggi scrivere poesie a tuo giudizio?

Ha senso avere la certezza che la poesia è bistrattata e non ricercata da tutti…oggi si legge poco parlando di romanzi, per la poesia è ancora più complicato…ma questo non significa che non ha senso scrivere. Bisogna avere la consapevolezza che la poesia è di tutti, ma non per tutti purtroppo…io in primis a volte, ho difficoltà a soffermarmi nel leggerne e come potrei non capire la difficoltà, che il lettore ha nell’entrare in un mondo, dove bisogna avere tanta voglia di confrontarsi con ciò che si legge, rischiando di sentirsi inadeguato…non all’altezza. Ecco questa credo che sia una delle problematiche principali che rinchiuderei in una semplice domanda: E se non la capisco?…

Progetti futuri?

Direi che più che progetti ho una sorta di Mission Impossible….scrivere un romanzo…anche qui, ho iniziato per gioco scrivendo un pezzo su invito del nostro caro amico Eugenio Caccamo, che adesso ci guarda da lassù…mi disse che dovevo crederci e che potevo riuscirci, che scrivevo bene…affettuosamente lo chiamavo nonno e lui sarà parte del mio romanzo…ho un personaggio che vedo adatto a lui…un panettiere, che da sempre associo a persone buone…come il pane.

Da qui ho iniziato il mio romanzo “Le 11 torri “…l’ambizione è quella di scrivere qualcosa di originale, con uno stile mio, che spazi dal fantasy ai cenni storici …scrivere qualcosa che sappia di vero…non so definire in che genere vorrei collocarmi, so solo che ho delle idee e che sto cercando di metterle insieme, non avendo la fretta di vivere la corsa alla pubblicazione…un libro deve avere un motivo per essere letto, ma soprattutto deve avere coscienza…la coscienza che non può essere scritto se non si ha qualcosa da trasmettere…

Volevo fare un paio di ringraziamenti…innanzi tutto a mia moglie che mi ha spinto nel credere in me stesso e nella mia poesia, cosi come nel confidare nella mia capacità di riuscire a scrivere un romanzo.

Ringrazio Placebook, che mi ha dato la possibilità di confrontarmi con semplicità e facilità con scrittori emergenti, che cercano ancora il loro spazio ma che hanno grandissime capacità di scrittura, ma che soprattutto sanno trasmettere e dare un messaggio nei loro romanzi…ne cito tre scusandomi con gli altri, Bryan Torrigiani, Michele Bussoni e Lucia Doria…tutti e tre, per motivi diversi, sono motivo d’ispirazione.

Concludo ringraziando coloro che danno modo a noi piccoli scrittori emergenti, di avere un piccolo spazio per condividere e che ci dedicano tempo e professionalità…grazie a Kukaos Magazine ed a tutti i loro collaboratori, alle radio ed alle riviste. Ci siamo anche perché loro ci sono.