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Incontro con Giorgia Deidda

Incontro con Giorgia Deidda

Giorgia Deidda è una giovanissima poetessa entrata a pieno diritto nella famiglia di Placebook publishing & Writer Agency con la sua silloge “Sillabario senza condono”. Giorgia ha 26 anni, vive a Orta Nova in provincia di Foggia e studia lingue all’università di Bari. Tra i suoi hobbies c’è il disegno, ma fin da piccola ha scritto versi coltivando il suo amore per la poesia e formandosi leggendo le liriche di Anne Sexton, Sylvia Plath e Amelia Rosselli e prediligendo la poetica biografico-confessionale. Suo padre è sardo e sua madre è spagnola e da loro ha ereditato alcuni tratti delle culture dei paesi di origine dei genitori. L’abbiamo intervistata per i lettori di Kukaos.

Come nasce la tua passione per la poesia?

Ero a scuola, alle superiori. Mi colpì Eugenio Montale; era una poetica che non avevo mai assaggiato prima, piena di aggettivazioni e arabeschi. Mi piaceva immaginare questi vetri colorati e la miseria umana. Poi è arrivata Sylvia Plath; un amore a prima vista per la poesia confessionale.

E com’è nata la scelta di questo titolo?

Ho pensato alla libertà, alla parola libera, senza macchia alcuna. Una sorta di espiazione in cui io compongo liberandomi del peso delle mie colpe.

La tua è, a mio giudizio, poesia carnale che mutua immagini e concetti dalla natura e li utilizza per parlare di esistenza e vita, ti ci ritrovi?

Assolutamente sì; io sono tutt’uno con la spiritualità naturale e utilizzo questa carnalità per descrivere immagini quasi boschive con la realtà del dolore di tutti i giorni.

Però tu usi queste immagini come fossero specchio dell’anima…

Esattamente. Io mi intrufolo tra le immagini riflettendo me stessa come se ci fosse uno specchio davanti a me; guardo, osservo la mia immagine, poi mi viene in mente una figura, un paesaggio, dove riflettere la mia personalità, la mia anima, appunto.

C’è una vena malinconica nei tuoi versi, un male di vivere montaliano, da dove nasce questo sentire?

Sì; io soffro di disturbo di personalità e continuo ad avere un male di vivere che non mi fa procedere. È un inferno; rimanere immobile senza possibilità di scelta. E allora utilizzo la poesia come catarsi, come liberazione dai mali.

Tua madre è spagnola, tuo padre è sardo e tu vivi in Puglia, che rapporto hai con la terra e con le tue radici?

Sento di appartenere alla mia terra, la Puglia. Sento però appartenenza anche alle altre località, come se mancasse un pezzo di me e fosse riverso altrove; io picassiana: un braccio di qua, un occhio di là.

Hai dedicato questo libro al tuo fidanzato, cos’è per te l’amore?

Purtroppo è venuto a mancare il 6 settembre. Per me l’amore vero è eterno, e quello con Gabriele, benché iniziato da poco, era un amore vero, era complicità, era condividere le stesse passioni (lui era ed è un poeta), era abbracciarsi da lontano, sentirlo tutti i giorni, emozionarsi.

Quanto è importante l’amore per un poeta a tuo giudizio?

Molto importante; mi consente di avere l’ispirazione giusta per comporre versi, per avere conversazioni piacevoli, per confrontarsi e migliorarsi.

Ti ispiri a poetesse di un certo calibro,  quali Plath e Sexston, quanto la tua scrittura è influenzata dal genere femminile?

Più che genere femminile è quasi capitato che fossero tutte donne; mi ispiro anche a uomini. Però la sensibilità femminile è qualcosa di sottile, qualcosa per cui leggo e mi dico: ”questo è proprio ciò che volevo dire!”

Che messaggio vorresti arrivasse ai tuoi lettori?

Un messaggio di pace, di catarsi, di superamento del dolore. Se potessi, li abbraccerei tutti. C’è una canzone del mio artista preferito, Nick Cave, che recita ‘into my arms’; ecco, vorrei trasmettere pace, rassicurazione.

Progetti futuri?

Sto lavorando ad un romanzo adesso. Spero vada tutto bene.