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Incontro con Lorella De Bon

L’uomo, la sua esistenza e la sua memoria, i ricordi e i legami familiari. Sono questi gli ingredienti della poesia di Lorella De Bon che è entrata a far parte della grande famiglia Placebook publishing & Writer Agency con la sua recente silloge “Identità minerali” pubblicata nella collana Ippocampi. De Bon, classe 1968, è nata a Belluno e si è laureata in Storia alla Ca’ Foscari di Venezia. Lavora come operatrice olistica e questa non è la sua prima pubblicazione. L’abbiamo intervistata per i lettori di Kukaos.

Identità minerali, perché hai scelto questo titolo?

In realtà, il titolo è stato scelto da Alberto Barina, il direttore della collana di poesia “Gli ippocampi” della PlaceBook Publishing. Io non avevo le idee molto chiare in merito, così mi sono affidata a lui. E ho fatto bene, perché Alberto ha colto uno degli aspetti della mia raccolta, o meglio della mia poesia: la ricerca della propria identità grazie ai ricordi, ai legami familiari, agli affetti più cari che non sono più fisicamente accanto a noi.

Questa non è la tua prima esperienza editoriale… raccontaci di te scrittrice.

Essere definita “scrittrice” mi mette sempre in imbarazzo. Però scrivo, questo è un dato di fatto. Ho pubblicato molto in volumi collettivi, sia in versi che in prosa. All’inizio, lavorare in gruppo mi faceva sentire al sicuro. Poi, ho cominciato a camminare da sola, grazie all’aiuto e alla stima di due amici: Patrizio Pacioni, scrittore, e Clirim Muca, editore e anche lui poeta e scrittore. Ho pubblicato la mia prima raccolta poetica proprio con Alba Libri di Clirim (Il sospetto di vivere), cui è seguita la seconda (La geometria del volo). Purtroppo, la sua casa editrice ha chiuso, così sono stata accolta da Gerardo Mastrullo de La Vita Felice, che ha dato alle stampe il mio primo romanzo (Dall’abisso) e la mia terza raccolta di versi (La stiamo perdendo?). Da poco è uscita, con la Plaebook Publishing la quarta, “Identità minerali”.

Tra prosa e poesia cosa scegli e perché?

Non sono io a scegliere, è la poesia che ha scelto me. Mi spiego meglio: scrivere versi non è una decisione né un impegno. Essi nascono spontaneamente, io devo solo raccoglierli e trascriverli. Per me la poesia è un gesto naturale. Certo, il verso va poi curato, modellato, ritmato, reso presentabile nel miglior modo possibile, non è sufficiente gettare parole sulla carta andando a capo ogni tanto. La poesia non è solo ispirazione, ma anche studio ed esercizio, come tutte le arti. Ma la poesia è soprattutto libertà, è un modo di essere più profondo, incorruttibile e incontaminabile, come dice Alda Merini, e il poeta la sentinella vigile di quella verità che la gente non ha tempo né voglia di cercare. La poesia prima che un sostantivo è un verbo, è un’azione: è il gesto dell’esprimere, del premere fuori dal buio le emozioni.

A quali autori ti ispiri?

Leggendo molto, sono molti gli autori che riescono a trasmettermi buone vibrazioni. Ciò che scrivo viene indubbiamente influenzato dalle letture del momento. Mi lascio toccare dai versi, resto in ascolto e scrivo in risonanza. Ci sono poeti che riescono a farsi strada più facilmente dentro di me, come Alda Merini, Mario Benedetti, Pierluigi Cappello, Giuseppe Ungaretti. Ma sono talmente tanti i poeti di ieri e di oggi che, per fortuna, le sorprese positive non mancano mai. L’importante è cercarle.

E a quali lettori ti rivolgi?

A tutti, indifferentemente, anche se la platea dei lettori è alquanto ristretta. Ma qui tocchiamo un tasto dolente. La poesia oggi non è un genere molto frequentato perché non contempla tutto ciò che la nostra società invece esalta: la velocità, il consumo sfrenato, la superficialità, ecc… Inoltre, viene considerata difficile e noiosa, quasi una lingua straniera praticata da pochi eletti, per lo più snob. Colpa anche dei poeti se siamo arrivati a questo punto. Paradossalmente, la schiera di chi scrive in versi è vasta e per farsi largo nella moltitudine pare che ogni mezzo sia lecito, compresa la pubblicazione a pagamento (non sempre garanzia di qualità) e forme di marketing discutibili e assillanti. Quindi, il potenziale lettore, oltre ad avere tutta una serie di pregiudizi riguardo alla poesia, complice anche la scuola, si trova ad assistere a uno spettacolo non proprio decoroso, che confonde le idee e allontana definitivamente dall’arte lirica. Uno spettacolo fatto di “opere orrende che vendono benissimo e libri stupendi che si vendono a malapena”, rubando le parole a Rosa Montero.

Cosa vorresti arrivasse di te ai lettori?

Nulla di me. Vorrei essere una cassa di risonanza, una grotta che rimanda indietro l’eco della voce del lettore. Il poeta è solo uno strumento per conoscere sé stessi e il mondo. E’ la parola poetica a doversi fare largo tra tutte le parole inutili che affollano la vita quotidiana, con la nostra complicità di consumatori spesso compulsivi.

Spesso nelle tue liriche si parla di ricordi, quanto è importante a tuo giudizio la memoria?

E’ fondamentale, è maestra di vita, è un faro per orientarsi e progettare il futuro. E’ talmente importante che, come scrive Nina Cassian in una sua poesia, vorrei che i miei ricordi partissero dalla creazione del mondo. Non parlo solo della memoria individuale, ma soprattutto di quella collettiva. Lo sa bene chi la manipola a proprio vantaggio, chi la distorce andando contro la verità. In tale contesto, il poeta – pur consapevole dell’inutilità della propria missione, come sostiene Pierluigi Cappello – ha un ruolo fondamentale: testimoniare l’esistenza umana nel suo compiersi, a vantaggio delle generazioni presenti, ma soprattutto future. Il poeta come un “buon padre di famiglia”, insomma.

Cosa consiglieresti ad un giovane che si avvicina alla scrittura?

Di accostarsi alla poesia – e alla scrittura in generale – con umiltĂ , sinceritĂ  e rispetto. Ciò significa che per scrivere e fregiarsi di termini ormai abusati quali “scrittore” e “poeta” è necessario leggere e studiare, confrontarsi con gli autori del passato e del presente. E mettere da parte l’ego e le rivalitĂ , che portano soltanto ad alimentare una competizione inutile e controproducente. Arrivare primi a un concorso e sbandierarlo sui social è un fuoco fatuo.

Sogni nel cassetto?

Riuscire a vivere parte dell’anno in Grecia e continuare ad avere la Poesia accanto a me. Chiedo troppo?

E progetti futuri?

Pubblicare una raccolta poetica scritta con la mia cara amica Roberta Vasselli. Portare a termine il mio secondo romanzo. E scrivere un libro che racconti gli anni di emigrazione di mio papĂ  in Africa.