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Incontro con Mario Saccomanno

Incontro con Mario Saccomanno

E’ appassionato di letteratura, musica e poesia e non per nulla è anche un cantautore. Mario Saccomanno, classe 1993 entra a far parte della famiglia Placebook Publishing & Writer Agency con “Tanto vero da fari utopico”, raccolta di poesie uscita un anno fa. Saccomanno è nato in provincia di Cosenza dove vive, dopo essersi laureato in Scienze filosofiche. Il suo desiderio sarebbe quello di frequentare un Master, ma visto il periodo dove le lezioni si effettuano on line e non in presenza, sta valutando cosa fare. E’ giovane ma ha già le idee ben chiare su ciò che vuole. Lo abbiamo intervistato per i lettori di Kukaos.

“Tanto vero da farsi utopico”, perché questo titolo?

L’idea di utilizzare questo titolo è maturata man mano che le sezioni di cui si compone l’opera hanno assunto contorni soddisfacenti fino a presentarsi nelle vesti attuali, quelle andate in stampa. Per questo motivo, la scelta rimanda inevitabilmente a quella sorta di viaggio descritto all’interno dell’opera a cui risulta opportuno far cenno brevemente per comprendere le ragioni che mi hanno spinto proprio a utilizzare Tanto vero da farsi utopico come titolo del libro.

Infatti, a una lunga Introduzione in versi, in cui cerco di presentarmi senza veli al lettore in modo da rendere meno faticoso l’approccio ai temi discussi, segue la sezione Richiami in cui molte poesie si contraddistinguono per le incessanti domande, per i dubbi che spingono a cercare continuamente risposte che possano essere in un certo senso soddisfacenti che, però, tardano ad arrivare nel mero osservare la realtà circostante. Richiami è anche un modo per sottolineare il giusto peso, il debito che io, così come ogni altro autore, nutro nei riguardi di quelle persone e quei poeti che mi hanno spinto a percorrere la strada in versi che ha portato alla pubblicazione di questo libro.

Data l’impossibilità di afferrare definitivamente le risposte cercate, come dicevo, è forte il bisogno di Spingersi oltre – che è proprio il titolo della sezione seguente – così da cogliere le sfumature che possono condurre a nutrire, infine, quelle Speranze (l’ultima sezione del libro) che diventano concrete, sebbene a tutti gli effetti ben lontane dalla possibilità d’essere colte per uno sguardo disattento e macchiato da quanto ritenuto indispensabile al vivere usuale.

È chiaro che quanto detto mira a introdurre nel complesso l’opera, ma ogni poesia risponde a determinate esigenze e può, ovviamente, essere letta anche isolandola dal contesto in cui si trova.

Nel volume è presente anche una sezione in cui sono raccolti vari Haiku che ho ritenuto opportuno inserire per avvalorare ancora di più i temi di cui ho parlato. Per finire, credo un altro rimando a cui bisogna far cenno per comprendere alcune caratteristiche del libro e, dunque, del titolo che ho scelto sia l’opera Au temps d’harmonie di Paul Signac utilizzata in copertina che preannuncia proprio alcune tematiche trattate.

Di conseguenza, il titolo risponde alle esigenze dell’intero volume e mira a sottolineare quella linea che spesso si presenta insormontabile tra utopia e realtà e che invece, indossando le lenti giuste, finisce per essere sottilissima.

Quanto sono importanti le parole?

Credo siano essenziali. Del resto, i versi che sono stati scelti per introdurre il lettore al libro sono proprio “Si scelgono con cura le parole, / sono i frutti visibili del nostro / possente albero interiore”. Credo che nel panorama odierno si abusi continuamente di parole e che, per questo motivo, ci sia il bisogno sempre più impellente di ponderare con cura ogni pensiero espresso tramite il linguaggio sia scritto, sia verbale.

Forse proprio in questo la poesia che, per ovvie ragioni, fa della cura dei termini da utilizzare il punto di forza attraverso cui esprimere il proprio sguardo sul mondo, possa più di qualsiasi altra arte rappresentare un punto imprescindibile per far sì che il linguaggio venga considerato come un aspetto cardine della vita degli uomini. Scegliere con cura le parole vuol dire evitare quelle che possono causare danni inutili e a volte anche irreparabili alle persone e abbracciare invece un linguaggio che sia un tramite verso la scoperta dell’altro.

Nei versi citati in precedenza è la propria interiorità che si manifesta agli altri, è la voce della coscienza che rimbomba in ogni essere che può essere trasmessa proprio attraverso il linguaggio, nel caso specifico quello scritto. Non solo: attraverso le parole è possibile dare forma a un numero enorme di sentimenti tra cui sofferenza, nostalgia, rabbia che sempre più vengono livellate da un linguaggio che si fa scarno e su cui domina quel nuovo Esperanto fatto di faccine, gif, meme e così via che, sebbene dia numerosi vantaggi, finisce spesso per far cadere nell’oblio numerose sfumature invece, a mio modo di vedere, fondamentali.

Per questo, le parole rappresentano un dono per legare gli uomini, non per dividerli, come spesso accade. Ecco perché, secondo me, ogni parola, fino alla più comune, può diventare, in ogni contesto di vista, poesia. Certo, la forma poetica scritta non è sicuramente l’unico modo per esprimere il proprio vocabolario interiore, e non saprei dire neanche se è il più importante, ma è sicuramente un mezzo fondamentale per me attraverso cui mi sento capace di poter esprimere al meglio sentimenti e pensieri che formano la mia quotidianità.

Sei un cantautore, viene prima la musica o la poesia?

Cantautore è un termine molto ampio e forse, proprio per questo, ognuno di noi ha ben in mente una sua idea di cosa voglia dire. Se si intende nell’accezione classica, cioè come qualcuno che compone una canzone e poi la canta senza affidarla a un interprete, sì, sono un cantautore.

Forse, abbracciando una determinata sfumatura del termine, che nel panorama italiano ha visto il fiorire di un filone molto importante nel corso del secolo scorso, si può trovare il punto di incontro tra la musica e la poesia che evita una gerarchizzazione arbitraria tra queste due arti e fa della musica, sostenuta proprio dalle parole e, di conseguenza, dalla poesia, il mezzo per presentarsi anche a una grossa fetta di pubblico.

Il tema è molto spinoso e l’ambito di cui parlo, a mio modo di vedere, è molto ristretto perché basta spostarsi di poco e non credo si possa facilmente parlare di poesia in musica perché la maggior parte delle canzoni che ascoltiamo quotidianamente e continuamente deve rispondere alle esigenze che vedono la musica esclusivamente come sottofondo musicale di altre attività, come motivetto da canticchiare o come semplice accessorio dell’immagine.

Di sicuro, per quanto mi riguarda mi piace anche scrivere e poi cantare le mie canzoni che presentano, inevitabilmente, punti in comune con le poesie. Anche per quanto detto poc’anzi, non saprei rispondere in merito alla precedenza da assegnare alla musica o alla poesia. Forse, entrambe, con le dovute caratteristiche, di cui ovviamente tengo conto, rappresentano per me una faccia della stessa medaglia. Del resto, è davvero impensabile per me scrivere una poesia senza badare alla musicalità che sottende inevitabilmente un verso ed è, allo stesso modo, inutile scrivere una canzone se non si ha un qualcosa da dire capace di suscitare un’emozione nell’ascoltatore anche dal punto di vista del contenuto del testo che si presenta.

Diciamo che, per non dilungarmi troppo, la natura anfibia che mostrano musica e poesia è tenuta insieme dallo stile e dal messaggio che si vuole trasmettere. In quello, forse, musica e poesia possono insieme trovare terreno fertile. Da parte mia, so bene quando voglio scrivere una canzone o una poesia e devo dire che, al momento, le poesie sono il modo attraverso cui sento la possibilità di esprimermi meglio. La musica può però colmare alcune carenze che non riesco a riempire completamente solo coi versi, carenze che hanno bisogno di un altro alfabeto, quello musicale appunto, per vedere nitidamente, o anche solo intravedere alcuni aspetti.

Come nasce la tua passione per la poesia?

Devo essere sincero: non riesco a trovare una data o un momento specifico a cui far risalire l’inizio del mio interesse verso la poesia. Forse sporgermi sul mondo dei versi è stata una logica conseguenza offerta dagli avvenimenti della mia vita o forse è un’esigenza intimamente connessa a quel bisogno che nutro da quanto ho memoria di modellare le cose con cui mi trovo a fare i conti fino a farne un qualcosa di apprezzabile, soprattutto per me stesso. Ho riempito numerosi fogli, diari e quaderni di poesie nel corso degli anni. Quelle che compongono Tanto vero da farsi utopico sono quelle che mi sono sembrate più giuste per formare un libro d’esordio.

Di sicuro, se non so rispondere bene in merito alla nascita, so il valore che ha assunto nel tempo. Nella poesia ho trovato a volte un rifugio, spesso la possibilità di raccontarmi e soprattutto l’occasione di vedere il mondo in molteplici modi differenti.

Perché leggere poesie oggi?

Per conoscere e conoscersi, semplicemente. Non credo che la poesia debba essere considerata un qualcosa di distante dalla realtà in cui chiunque si trova a vivere. La poesia, per come la intendo, aiuta a definire i contorni del proprio tempo, aiuta a conoscere i difetti di ognuno che spesso sono anche i propri e aiuta a sconfiggere molte paure. Lo fa ogni arte, ma la poesia è capace di compiere questo processo con regole proprie che non possono non affascinare.

Per questo, credo che oggi ancor di più si necessiti di poesia. La poesia dovrebbe sbocciare a ogni vicolo e magari dovrebbe sostituire molta pubblicità spazzatura che straborda ovunque.

A quali autori ti ispiri?

A moltissimi. Credo sia l’unico modo per formare uno stile di scrittura finalizzato a coinvolgere i lettori. Non credo si possa fare vera poesia senza dare il giusto risalto agli autori che hanno formato nei secoli quel ventaglio enorme di pensieri in versi. Giusto per segnalarne alcuni che disturbo giornalmente: Montale, Saba, Ungaretti, Neruda, Borges Padilla o Plath. Devo dire che le influenze sono tante e mutevoli. Di sicuro le letture accumulate si sommano agli avvenimenti vissuti nel corso della mia vita e alle mie aspettative, oltre che alle speranze che ripongo nel presente e, chiaramente, nel futuro.

Poi bisogna aggiungere, ritornando agli autori a cui mi piace rivolgermi con insistenza, che la lista è lunga e coinvolge non solo ed esclusivamente poeti, ma anche autori quali Thoreau, Tolstoj, Nietzsche e così via. Credo che inevitabilmente queste influenze siano riscontrabili nei miei versi. È vero anche che non mi piace cadere nel mero citazionismo. Penso che sia un aspetto che in Tanto vero da farsi utopico il lettore potrà facilmente riscontrare.

Quale messaggio vorresti arrivasse ai lettori?

Sono molti i temi che tocco coi miei versi. Ritornando proprio a Tanto vero da farsi utopico è un libro molto ampio in cui discuto di vari argomenti nelle sezioni di cui si compone. Forse, su tutti, il messaggio che vorrei venisse recepito dai lettori è quello della possibilità di poter vedere un’altra realtà proprio nella realtà che si sta vivendo. Se poi ci si sposta nel contesto attuale, contrassegnato inevitabilmente dalla pandemia, credo che sia ancora più forte questa esigenza.

Cosa vorresti fare “da grande”?

Risponderti con sicurezza sarebbe un azzardo perché quello che caratterizza la mia generazione è il bisogno di reinventarsi continuamente in mille modi. Nel farlo bisogna comunque rimanere se stessi, afferrando e tenendo stretta la propria individualità. Ecco perché, al di là del ruolo specifico – ho da poco completato il mio percorso di studi e mi piacerebbe insegnare le materie che ho studiato nel corso degli anni – vorrei riuscire a rimanere sempre me stesso, vorrei riuscire a salvaguardare quella parte di me che, come per chiunque, differisce. Sembra scontato, ma non lo è affatto.

Sogni nel cassetto?

È una domanda che si lega inscindibilmente alla precedente. I sogni che ho sono fin troppi e variegati. Devo dire però che, a guardar bene, ruotano tutti intorno alla scrittura. Per questo, sintetizzando, posso dire che il mio sogno più grande è quello di continuare a fare il falegname di parole e poter raccontare i miei sentimenti, i dubbi e le considerazioni sul presente. Sto lavorando a tanti altri testi poetici che cominciano ad avere una struttura ben definita e credo che formeranno un nuovo libro di poesie in futuro. Mi sto soffermando anche sulla scrittura in prosa. Ho voglia di raccontare ancora tanto e quando scrivo mi sento libero di esprimermi in un modo che mi soddisfa sempre più.

Su tutto, sogno di poter condividere ogni aspetto della mia vita con le persone che mi vogliono bene e che rendono possibile ogni cosa. Non è poco.