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Incontro con Michele Caputo

Incontro con Michele Caputo

Emocromo notturno”, è questo il titolo della silloge di Michele Caputo edita da Placebook Publishing & Writer Agency. Caputo, classe 1991, è nato ad Avellino e si è laureato in Filosofia. Vive in provincia di Torino dove insegna filosofia, in un liceo artistico. Questa è la sua prima raccolta di liriche, ma in passato Caputo ha scritto un romanzo intitolato “L’untore e l’aroma”. Lo abbiamo intervistato per i lettori di Kukaos.

Parlaci di te, chi è Michele Caputo?

Potrei rispondere a questa tua domanda in vari modi, ne menziono quattro: 1) fare un elenco di titoli 2) parlare di diverse esperienze 3) dando semplicemente i miei connotati anagrafici 4) identificandomi con un luogo (irpino, bergamasco o torinese adottivo, italiano, europeo o cittadino del mondo).

Il modo più semplice nel rispondere seguendo i punti sopra – e ci ho provato – mi lascia un “sapore” di incompiuto, di fuori traccia, per quanto siano i più consueti. Ebbene, riflettendoci, fornire una risposta per me soddisfacente a questa tua domanda, così all’apparenza banale, risulta in realtà complesso e difficoltoso – forse lo è di più anche rispetto alle risposte che darò alle tue prossime domande – qui avverto il profondo senso ontologico. Pertanto, preferisco non ripetere in un’intervista la mia biografia da quarta di copertina (chi ritiene utili tali dati può reperirli lì) né perdermi in capziosità e sottigliezze; però non mi limito, ma mi piacerebbe lasciare aperto lo scenario su una vita in essere, il mio mondo, ciò che ho pensato, penso e penserò, per presentarmi quando mi si chiede “chi sono”. Il quesito amletico non serve rispolverarlo, ma invero credo che io sia in tutti i giorni quel che voglio essere, con ciò diventare e restare, assieme a quello che gli altri credono che io sia, sono stato e sarò, le loro volontà. Col presentarmi mi rappresento, perciò – colgo – se mi fossi presentato secondo convenzioni, tra pochi attimi non mi riconoscerei più in quanto detto, e via con qualche ritocco qua e là. Capita a tutti, poi. Allora, solo per non cristallizzarmi in un attimo e in un solo pensiero, spolvero una frase da un libro per bambini, e cito: “non so mai di preciso cosa potrei diventare da un momento all’altro” (il Brucaliffo ad Alice).

Com’è nata la tua passione per la poesia?

A questo “delitto” non può essere trovato un vero “movente”, almeno io non ricordo nessun evento in particolare che mi abbia avvicinato alla poesia. Scrivere, giocare con le parole, fare il “poeta” è stato appunto un “gioco”, sin da bambino, forse dalle elementari. Ci sarà di sicuro un bisogno di espressione alla base, che non serve analizzare, che io ho saputo sin da allora come soddisfare. Dal mio canto, definisco così questa passione, rivedendola a tanti anni fa, proprio perché non la ritenevo un’attività “seriosa”, di cui farsi vanto. Ciò non significa che nel gioco non si debba essere “seri”, lo direbbe anche Alberto Sordi parlando dei suoi scherzi nella veste de “Il marchese del Grillo”. Ho vissuto e vivo così anche le mie altre passioni. Ho da far notare, però, che a volte alcuni sminuiscono la poesia, e spesso un po’ tutta la cultura e la scienza, affermando che essa non serve.

In questa sentenza, che potrebbe sconfortare chi fa poesia e viene ingiuriato in tal modo, io invece ci leggo un grande complimento: un biasimo che cela un elogio. Chi sentenzia così, dichiara in realtà, e apertamente, il mio non servire, ma ne consegue, logicamente, la mia non sudditanza, la mia libertà, come quella di tanti altri pensatori e poeti. Sì, la poesia è anche un linguaggio, una comunicazione, ma questi sono fini accessori, perché, in quanto attività, non si realizza in questi ultimi per risultare tale. Mi spiego: una poesia resta poesia anche se rimane nelle mani del poeta, non si depotenzia affatto, non ha da compiere altra azione che “nascere”. Pertanto, può non perseguire alcuno scopo, almeno tra quelli ritenuti tali da chi sentenzia, e si erge libera da ogni influenza, “stress”, per dirlo alla moderna, come potrebbe avvenire per condizionamento di un risultato lontano. La poesia può non ubbidire a tale logica o ad altra legge che non sia la sua ma, trovando il fine in se stessa, non serve a…, non è serva di niente e di nessuno. Da qui credo scaturisca la gioia del poetare, se vissuto soprattutto in questa prospettiva: hai già nell’attività il fine che si realizza nell’immediatezza dell’azione, e raggiungere un obiettivo ti dà gioia, o meglio, vera soddisfazione. La poesia è perciò un piacere a portata di mano; il far breccia della poesia come linguaggio avviene solo in chi vive questa particolare libertà: la poesia letta appartiene al lettore come propria.

Mi scuso per la divagazione, ma ho ritenuto importante chiarire questo punto del mio pensiero. Per tornare al mio primo approccio con la poesia, posso aggiungere che senz’altro ho coltivato questa mia propensione, ho migliorato, o meglio, maturato lo stile personale – assai acerbo in età adolescenziale – scrivendo incessantemente, ma anche leggendo. Ma non è stata una lettura matta e ricercata (non sono uno di quelli che consigliano di leggere moltissimo, ma di saper leggere). Posso definire la mia lettura spontanea, che ha accompagnato i miei percorsi di studio, e a volte anche con lunghe pause di ozio, di dolce far nulla. Quindi non ho mai avuto il fine di raccogliere materiale “per…” o un mettere in competizione quello o quell’altro autore da cui ricavare insegnamento. Credo piuttosto che abbia saputo ascoltare al liceo e all’università quel che si studiava a lezione, trovando tesori, ispirazione di versi; anche lì, ma anche fuori da questo contesto, mi sono lasciato incuriosire da aspetti della vita, tematiche culturali, ma anche popolari, ovvero che accompagnano la vita di tutti i giorni. Da tutto questo si moltiplicavano ricerche spontanee per desiderio di approfondire, contraddire e/o capire meglio. Quindi, non solo tramite i versi su carta, ma trovando la poesia, l’ispirazione, un po’ ovunque. In età adolescenziale la poesia è stato il primo modo per esprimere a pieno i miei sentimenti e i “segni” lasciatimi addosso dalle “esperienze”, che sono dati sensibili, e pertanto si “sentono” e sono perciò convertibili in poesia. Scusami il connubio improvviso tra sentire e poesia, ma ritengo sia alla base. Tornando a noi, la poesia è stato un mio personale ritrovato, una modalità e un linguaggio per riuscire a trasmettere, ovviamente a chi vuole ascoltare e che lo ritenga importante, ciò che ho provato e provo. Per essere più leggeri: “dal bigliettino alla maestra, al primo vero amore, allo stato su Facebook”. La poesia mi ha accompagnato davvero, più di oggi, tutti i giorni, e, per un certo periodo, quasi come attività quotidiana, come se si trattasse della più originale forma di comunicazione del mio io, a prescindere dal fatto di una pubblicazione di miei componimenti. C’è stato in questo campo anche chi mi ha spinto a mettere in luce alcune delle mie poesie e condividerle con altri, che come me coltivavano il germoglio di questa passione. Ricordo e ringrazio ancora la mia insegnante di lettere al liceo: ho partecipato, con soddisfazione, a vari concorsi di poesia in quel periodo della mia vita. Insomma, credo che la poesia sia una condicio della mia vita; dunque, essa si sposa con tutto di me: con gli studi fatti, con il mio lavoro, con l’amore per la filosofia (sono laureato in filosofia); si sposa con le ricerche testuali più meticolose in questo campo, nell’attività didattica, con il rapporto con i miei cari, con le persone in genere, con i luoghi e i tempi che vivo. Credo, quindi, che sia più nel mio sguardo, ovvero che abbia scelto di avere uno sguardo poetico.

Tu hai scritto anche un romanzo, “L’untore e l’aroma”, preferisci esprimerti in prosa o in poesia?

La scrittura in prosa, intendendola come la voglia di inventare e raccontare storie, è un altro elemento che vivo con sentimento poetico. Non vedo alcun contrasto fra la prosa e la poesia, anzi. Non v’è perciò preferenza, perché avendo già ammesso di ritenere la poesia nel mio sguardo, non ha da scegliere fra le due, perché tutto ciò che amo fare lo vivo a pieno nell’unità e complessità del mio essere. La poesia, e associo ad essa anche la prosa poetica, già proposta dallo sfacciato Baudelaire e “mal digerita” – ahimè – portando invece il mio discorso più sul pratico, qualora io scelga di condividerla come “messaggio” verso gli altri, risulta essere un mezzo di comunicazione più immediato e semplice (e non intendo poco curato) rispetto alla prosa. Posso condividere una lirica su un blog, sui social, non solo a livello testuale su un supporto cartaceo o elettronico ben “confezionato”. Per quanto riguarda un romanzo, detto questo, si capisce come ciò sia assai più complesso. In questo senso, ora ho chiarito cosa intendevo per “semplicità”. Un testo narrativo prende più “spazio e tempo”: banalmente ci vuole più lavoro e dedizione. Ricordo i primi esperimenti di racconti e romanzi in quinta elementare (sono andati perduti in incaute formattazioni del mio personal computer), la mia fantasia che si sprigionava, e allo stesso tempo ricordo con affetto, gratitudine, dolce malinconia, la dedizione e la passione educativa della mia maestra di italiano della scuola elementare che ha saputo trasmettermi, riconoscendo la mia predisposizione, l’amore per i testi. Di tanto in tanto, riesco a ritagliarmi un po’ di tempo per scrivere in prosa. Ho ancora in qualche cartella del pc testi in word di centinaia di pagine che mi prometto di rivedere, progetti sbagliati, altri a cui manca un finale che non inserirò mai, perché ho perso interesse per la storia, non la sento più mia. Ci sta anche questo, e non lo reputo affatto una resa. Ho parecchio da migliorare, e credo che lo stile di un autore, o meglio il saper dire, la cognizione di riuscire a farsi capire, e amare quel che si dice, non stia nelle molte pubblicazioni, ma prenda forma piuttosto con la rinuncia, lo sbaglio e il silenzio; e quei pezzetti di narrazione, di personaggi ed eventi sbagliati, rimanendo miei, non muoiono né scompaiano nell’oblio, ma diverranno le ossa di quelli che verranno, sia tra le righe di un nuovo romanzo o anche nel fulmineo dipanarsi di un verso poetico.

A quali autori ti rifai?

Credo che già alla tua precedente domanda riguardo al nascere di questa mia passione per la poesia, abbia fornito una risposta parziale. Su questo punto potrei parlarti dei miei autori preferiti, farti una lista edotta, ma non è detto che pur avendone letto gran parte delle opere con interesse, o ne abbia anche provato ad emulare lo stile o tant’altro, essi risultino come traccia nelle mie poesie. Secondo me in questo risiede l’unicità e l’immortalità della poesia: non è possibile rifarsi a nessuno. Spiego cosa intendo per questa unicità. Di certo ciò che si legge ti dà una formazione, arricchisce il proprio modo di pensare e fa evolvere il carattere, ma tutto questo arricchisce anche un vissuto personale, e un modo di “leggere” le cose e il mondo, che è e rimane diverso rispetto al vissuto di un altro poeta o di un autore del passato. Il prodotto di tanti fattori produce un risultato nuovo e irripetibile. Ed è qui che entra in gioco l’immortalità. Nel poeta di oggi, come è stato anche per il poeta di ieri, non è soltanto l’autore a rifarsi a qualcuno, ma sono appunto gli “altri”, gli autori defunti da secoli o ancora in attività – è indifferente – a rifarsi (vivi) nella scrittura dell’autore in cui hanno lasciato traccia, un segno. Su questo punto posso apparire poco Kantiano, ma, ovviamente, si inserisce già una dopo l’altra la sensibilità, la ragione e la volontà operatrici e capaci di modificare il proprio oggetto. Con uno sguardo attento, nel prodotto si può ritrovare una parte dei fattori, così, come detto, dichiarare “rifatti vivi” questo o quell’autore in questa o quella influenza letteraria. L’enunciato dell’Espositio in Pentateucum, in Exodum, 35, PI 164, 376D di Bruno di Segni riecheggia nella prima terzina del primo canto dell’Inferno della Divina Commedia. È l’unicità del teologo vissuto tra l’XI e il XII secolo a continuare a vivere anche nel XIII secolo sulla penna del Sommo Poeta, che citando più o meno consciamente l’autore del quale avrà di certo letto le opere, non perde nulla in quanto a originalità, non verrà accusato di plagio, anzi arricchisce la sua opera di maggiori significati. Tramite Dante, studiato a scuola tutt’oggi, Bruno di Segni vive. Si può prendere allora in prestito anche in questo senso la celebre metafora di Bernardo di Chartres, che, in epoca medievale, riferendosi al rapporto tra gli uomini di cultura moderni rispetto ai grandi uomini del passato, ci ha considerati “nani sulle spalle di giganti”. Ma c’è anche da dire che la posizione in alto è quella del capo, della mente, che fa muovere tutto ciò che sta sotto. Il fatto che i “giganti” si muovano ancora, vivano e camminino fra noi e in noi, ci facciano da base e ci condizionino, passa anche dalle nostre scelte, dal nostro vivere, dal nostro tramandare i segni e la grande cultura, le arti visive, la musica, le lettere che ci hanno trasmesso. In tutto questo, senza nessun accenno a morali, io mi sento frutto e segno dello spirito della mia epoca, con fonte nel passato e foce in altri transiti epocali. Per spostare la questione in termini forse più tangibili, nella mia poesia sento vibrare l’Iliade e l’Odissea, i tragici greci, Dante e Petrarca, le favole di Esopo e i poemetti di Coleridge, le ninne di mia madre, i versi dei poeti maledetti, Luis Guillaume e René Char, le saghe in tv, D’Annunzio e Quasimodo, ma anche Beethoven e Bach, Socrate e Platone, Simon e Garfunkel, posso elencarti altro ancora. Questi e altri potrò anche citarli e omaggiarli con consapevolezza tra un verso e l’altro, tra una riga e un’altra, e lì sarà più semplice. Ma rileggendomi sarà difficile trovarli tutti in tutto, piuttosto il prodotto, non la somma, e non scomponibile, di troppi fattori, che nel mare delle mie parole non riconosco più.

Ci sono molte immagini paesaggistiche nelle tue liriche, credi che la natura ci parli?

Se la natura non ci parlasse, non credo potrebbe esistere la poesia. Ad esempio, Herman Hesse, che riprende la visione di Goethe («sono al mondo per stupirmi») ci dice: «perché lungo il cammino dello stupore sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell’unità, dove una cosa, una creatura, dice a ogni altra: “Tat twam asi” (“Questo sei tu”)». Io sposo a pieno questa stessa visione, in “Poeta”, la mia lirica introduttiva alla mia silloge “Emocromo notturno”, ho scritto anche: «lui tutto va cercando di spezzare / per ricondurre all’originale unione». E su questo punto non credo ci sia nulla da dire, è proprio dell’essere umano stupirsi, voler andare a fondo, lontano, riconoscersi in quello che fa, con ciò che si relaziona o combatte, con luoghi e persone, con i campi e i ruscelli, le stelle lontane o i ragnetti danzanti. Qui si potrebbero aprire discorsi lunghissimi e prolissi, parlare anche in termini psicologici e antropologici, ma non serve più di tanto, perché, insomma, è un dato di fatto, lo dichiaro e lo perseguo con spontaneità.

Quali analogie ci sono tra i paesaggi esteriori e quelli dell’anima?

Credo che conserviamo tutto in noi stessi come un germe d’immagine, e con tutto intendo i sentimenti, le esperienze, e anche i luoghi dove queste sono avvenute o luoghi che per qualche strana ragione rifanno affiorare il ricordo in modo spontaneo. Ai nostri occhi, questi “germi immagine” si rivestono di sentimenti, di interiorità, della forza con la quale certi eventi ci hanno scosso o altri ci hanno rasserenati. La poesia passa a riprodurli altresì come “immagine germe”, dove appunto la parola ben scelta, le poche parole, col suono, la musicalità, provano a far riaffiorare il “sentimento” all’origine, dalla divisione all’unità. Il calore del sole d’estate sulla pelle, e il rossore che penetra le palpebre ad occhi chiusi sulla spiaggia assolata, è un fenomeno differente ma, nell’esperienza vissuta e nel germe dell’immagine primordiale, questi effetti corrispondono alle medesime sensazioni, che provocavano calma e sicurezza, dello stare nel grembo materno. L’analogia funziona proprio perché noi torniamo in noi stessi davanti al mare in bufera, ritroviamo quel noi adirato, sconvolto o ferito quel dì. Con la metafora e la similitudine vi è ancora lo stupirsi dinnanzi alla natura che ci fa rivivere la stessa sensazione di un allora, e questo può accadere anche al contrario.

E tra quelli del poeta e quelli del mondo?

Appunto è il poeta, e lo siamo un po’ tutti, che medita quanto ho detto finora: a passare, a sua scelta, da esteriorità a interiorità, dal diviso all’unito e il contrario, o anche ripenetra col ricordo, con l’invenzione e l’immaginazione, assembrando qualcosa di nuovo. In questo suo piegarsi su uno scrittorio, lui lo fa apposta, è lì e ovunque, sulla distesa di un bel paesaggio infinito, vario e sconfinato, dove cogliere, con ogni cosa, sempre e solo se stesso. Si potrebbe dire che il poeta si fa carico di dare testimonianza, di raccogliere, con un certo metodo, come dicevo, in un’immagine germe il tutto vissuto, da uno sguardo repentino e prima trascurato, alle esperienze personali più notevoli, alle riflessioni su tante questioni, di carattere anche politico spesso, tutto ciò che con il proprio sé riguarda l’umano e il mondo, in ogni suo aspetto. Rileggere l’immagine germe, riproietta nel lettore-poeta parte di questo e produce altro vissuto, altri paesaggi, altra natura, altra poesia.

La tua non può certo definirsi poesia semplice, ecco a chi ti rivolgi con le tue liriche?

Sarebbe inappropriato dire a me stesso, perché da un certo punto di vista può essere anche esatto, ma l’atto di pubblicare una silloge significa lanciare un messaggio, quindi lo si fa anche “per gli altri”, vedere ed essere visti con gli occhi degli altri. Non v’è un pubblico stabilito, ma in queste mie poesie mi rivolgo, riprendendo un po’ quanto ho risposto alle tue precedenti domande, a chi ama la libertà della poesia, a chi non segue una logica di ubbidienza in quel che si legge o scrive. La complessità della mia poesia spero che tenda a svanire quando le parole incontreranno, come per la natura di Herman Hesse, qualcuno che si riconosce e mi riconosce, con me si stupisce, mi fa ritrovare e si ritrova, nell’unità, dicendomi: “Questo sei tu”.

Perché i lettori di Kukaos dovrebbero leggere il tuo libro?

Non credo vi sia ragione alcuna, contraddirei quanto detto finora. Semplicemente, se si ha voglia di fare qualcosa che non serve, prendersi qualche minuto, di tanto in tanto, di piena libertà.

Progetti futuri?

Non ne parlo mai, non faccio previsioni. Leggo, viaggio, ascolto, raccolgo… e poi si vedrà.