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Incontro con Roberto Inglese

Incontro con Roberto Inglese

Si intitola “All’osteria degli invisibili” la silloge poetica di Roberto Inglese, classe 1962, nato e cresciuto a Padova dove tutt’ora vive con la moglie e la figlia e lavora in qualità di responsabile delle pubbliche relazioni per un’azienda che opera in campo sanitario. Inglese entra così a far parte della famiglia di Placebook Publishing & Writer Agency con i suoi versi a volte asciutti che parlano di esistenza e fragilità umana, ma non solo. E’ facile ritrovarsi nel sentire di Inglese, nei momenti di luce come in quelli di buio che ognuno di noi attraversa durante la sua vita. Lo abbiamo intervistato per i lettori di Kukaos.

Chi è Roberto Inglese?

Ci addentriamo subito in un sentiero tortuoso. Preferisco non raccontarti la mia biografia, rischierei di annoiare qualcuno, piuttosto mi soffermo sul mio carattere, disperato e introverso, che comunque è un indicatore prezioso per capire la mia poesia. Roberto Inglese è una persona difficile da catalogare, una persona a cui piace presentarsi per quel che è, timida, diversamente riservata, piena di limiti e difetti “troppe le mie virtù, non ne ricordo una”!. Una persona altruista ed egoista allo stesso tempo, generosa e pretenziosa nei rapporti, previa accurata selezione. Una persona che si accende e si spegne con la stessa facilità, che vive di emozioni, umori che passano dall’euforia alla malinconia in pochi minuti. Una personalità contradditoria, sicuramente incompatibile per molti versi col “modus vivendi” di questa società. Insomma Roberto Inglese è una persona semplicemente complicata, e come scrivo nella mia poesia “Torcia”, ‘i tentativi di spiegare il mio cervello sono inutili’.

Questa è la tua prima esperienza editoriale, ce la racconti?

Premetto che non conoscevo il mondo dell’editoria, solo oggi l’ho avvicinato con entusiasmo e sospetto, carpendone sfumature in chiaroscuro. Nello specifico la Placebook Publishing di Fabio Pedrazzi e Claudia Filippini, mi è stata segnalata e suggerita dall’amica nonché talentuosa scrittrice Simona Liotta, l’artefice di tutto. Tornando alla tua domanda, non posso che esprimere soddisfazione e gratificazione. Mi spiego, tutto si è svolto velocemente, proprio come piace a me, senza troppi fronzoli né cerimonie, ho trovato persone disponibili e preparate semplici ed essenziali, ci siamo piaciuti dal primo sguardo ed è scattata la scintilla. L’importante è tenerla sempre accesa.

Com’è nato questo libro?

Per rispondere a questa domanda devo andare molto indietro nel tempo. Da sempre mi piace definirmi un trafficante di sogni. Ho cassetti stipati di sogni e poesie. Da tempo desideravo unirli, fonderli, trasferirli su un libro. Sogni e poesie insieme. E’ da secoli che rincorro la felicità, effimera, sgusciante, inaffidabile “felicità che vai, poco vieni, mai che resti”. Ecco, questo libro è qualcosa di tangibile, qualcosa che c’è, qualcosa che resta.

A quali autori ti ispiri?

Come avrai capito mi piace la schiettezza, pochi giri di parole. A questa domanda ti rispondo così: nessuno in particolare. Ti assicuro, non è presunzione, superbia o snobismo, ci mancherebbe, sono l’ultimo degli ultimi (poi adoro essere ultimo). Semplicemente ho il mio stile. Massacrato da molti critici del web attenti alle regole, alla metrica, alla musicalità e via dicendo. Osannato da altri. Come dicevo in precedenza, in virtù del mio carattere spigoloso vado avanti per la mia strada (è bello sbagliare soli). Ho letto qualcosa sui poeti maledetti, Paul Verlain, Rembaud, Baudelaire, delle loro perversioni, le loro evasioni artificiali, il loro dolore. Ho amato molto Eugenio Montale, il suo descrivere “il male di vivere”, la sofferenza, le illusioni, il suo pessimismo solare. Fino ad arrivare alla seconda metà del 900 con la poesia della “Beat generation”, provocatoria, anticonformista, libera da regole e clichè. La poesia di strada quella che piace a me.

Hai dichiarato che per te la poesia è stata un’ancora di salvezza. A tuo giudizio lo può essere anche per il mondo?

E lo confermo. Per me la poesia è stata un’ancora di salvezza, un paracadute. Ho volato molto alto, mi sono tolto un sacco di soddisfazioni perdendo di vista i veri valori della vita, ho toccato tutto con mano e ti assicuro che cadere da lassù fa molto male, qualcosa che non auguro a nessuno. C’è chi per molto meno non ha avuto la forza di reagire di rialzarsi. Io con l’aiuto della famiglia (impareggiabile) e della poesia posso dire di essere riuscito nell’impresa. Ho imparato che nella vita l’importante è vincere non stravincere. Adesso mi fermo qui altrimenti mi commuovo. Vorrei infine rispondere alla tua domanda con questa mia poesia:

“Dicono che la poesia sia dei perdenti. Certo non salva il mondo ma è una via d’accesso per la pace e l’incanto. Tra l’indifferenza dei gatti colleziono lacrime e sconfitte ma non ne voglio parlare, meglio scrivere così le posso cancellare.

Ma quando vinco riesco ad allineare le nuvole, parlare ai morti, mettere in armonia cielo e terra e mentre sorrido mi spiego l’amore.”

Ha senso oggi continuare a fare poesia?

Se guardo a questa società stento nel riconoscermi. Inutile stare qua a fare prediche, i veri valori si sono dissolti, l’apparenza ha sostituito la sostanza , le corse ai compromessi di vario genere e natura per bruciare tappe e giungere al successo. Mi dispiace, non tanto per me o per quelli della mia/ nostra generazione, ma per i giovani, il loro futuro vuoto, privo di principi e valori.

Ecco, allora ti rispondo che oggi più che mai non ha solo senso fare poesia, ma è indispensabile come l’aria che respiriamo.

Quanto è importante il vissuto personale per un poeta?

Credo sia importante nella giusta misura. La mia poesia ripercorre e rispecchia le mie esperienze i miei stati d’animo, anche se spesso sconfina in versi estranei al mio vissuto. Ritengo quindi che un vissuto importante sia di aiuto per attingere ispirazione, senza ovviamente disdegnare la fantasia, la libera espressione.

E la memoria?

Anche qui se me lo permetti ti rispondo con una poesia: “Mi piace voltarmi indietro. Sono incline alla nostalgia e ho rispetto della memoria. Le cose usate trattengono i ricordi. Gli occhi sono la parte più intelligente del corpo, sanno leggere e custodiscono memorie. Occorre tenerli sempre aperti che a chiuderli ci vuole niente”

Cos’è per te la vita?

Si sono consumati fiumi d’inchiostro sul concetto della vita. Non voglio banalizzare il tema ma rischierei seriamente di annoiare qualcuno con frasi e concetti triti e ritriti.Se permetti preferisco risponderti ancora una volta con una mia vecchia poesia;

“Gli immigrati africani alloggiano in ricoveri di fortuna.

Dietro i loro occhi lune storte e cocaina.

 Son cominciati i saldi, solo qualche rene per fare le crociere, giorni in mezzo al mare tra vomito e dispersi, coi bagagli in fondo al cuore.

Ho visto cadaveri piangere, altri morire.

Ho visto mani con coltelli alla gola, mani screpolate senza inverni senza date.

Tutti avremmo il diritto di possedere belle mani, lisce curate perché le mani accarezzano le persone.

 Tutti avremmo il diritto ad uno spicchio di mare. C’è tutta una letteratura tra l’uomo e il mare, le onde che si adagiano sulla battigia, un concetto molto vicino al ritrovarsi.

Tutti avremmo il diritto a cuscini e lenzuola profumate

Un po’ di vino fresco

di penombra

di silenzio

di aria pulita.” 

E la morte?

Quando entra in campo la morte mi si apre un mondo. La grande consolatrice come la definiva il maestro Francesco Guccini. In effetti per me è proprio così, la vedo come una figura consolatoria che rassicura, che pone fine ai dissapori, alle ingiustizie alle continue guerre quotidiane. Più della morte mi spaventa il dolore, ho una soglia bassissima del dolore. Nelle mie poesie scrivo molto di morte, dell’aldilà, delle tenebre, di morti che mi parlano, morti vivi in verticale, morti che si specchiano, morti a cui non serve chiedere aiuto, tutti cadaveri meravigliosi. Sono argomenti che da sempre mi affascinano, mi seducono e mi lascio conquistare. Sono eventi a cui non ci possiamo sottrarre, per forza di cose presto o tardi li incontreremo e quando accadrà dovremo essere pronti. Sono ateo ma spero mi salvi la fede.

Si nota spesso un pizzico di ironia nei tuoi versi, qual è la sua funzione?

Mi piace sempre dire l’ironia è un’arma che disarma. E’ indispensabile. Ritengo che nella vita dobbiamo imparare a ridere di noi stessi, prendersi in giro, giocare con i limiti le proprie debolezze. Le punte di ironia nelle mie poesie servono proprio a sdrammatizzare, scrollarsi di dosso i macigni. I problemi che sembrano insuperabili occorre schernirli, deriderli con rispetto. Non bisogna prendere la vita troppo sul serio tanto alla fine non ne usciremo vivi (sorrido).

La tua è una poesia essenziale, è importante per te la sintesi?

Anche questa è una domanda interessante a cui rispondo volentieri. Le mie poesie così come la mia vita sono contraddistinte dall’essenzialità, dalla concretezza. Non amo i voli pindarici, le cerimonie, le formalità, sono per la sostanza senza tanti giri di parole senza teatralità. Se desidero esprimere un concetto in poesia, tendo ad arrivare al bersaglio con pochi versi, ermetici, blindati. Il breve lascia spazio all’immaginazione.