Incontro con Rossella Carboni

Scrive per mestiere e lo fa con passione anche quando si tratta di prove letterarie, come il suo ultimo “Tre quarti di me” pubblicato nella collana Gli Aedi di recente. Rossella Carboni entra così a far parte di diritto della famiglia della Placebook Publishing & Writer Agency con questo suo primo romanzo. Nata a Parma nel 1979, si è laurata in filosofia e lavora in qualità di copywriter per un’agenzia di pubblicità dal 2009. L’abbiamo incontrata e intervistata per i lettori di Kukaos.

Parlaci di te, chi è Rossella Carboni?

Magari lo sapessi! Anzi no, per dirla tutta sarebbe una noia mortale. Credo di essere molto di più di quello che conosco di me, che è quello che sono stata fino ad oggi: una bambina assurda, un’adolescente triste, una che faceva corsi di teatro, una che sa imitare Cristina D’Avena, una cantante, una studentessa di filosofia, una copywriter, una moglie, una donna divorziata, una compagna innamorata, una che ha scritto un libro. Quello che sono stata e che sono oggi non mi esaurisce, non mi definisce, contrariamente a quel che pensavo prima. E più capisco cose di me, più trovo parti mancanti e mi apro a nuove possibilità, e più mi rendo conto che, in una vita, non possiamo mai esaurire tutto il nostro potenziale. La differenza, rispetto a tre anni fa, è che ora non disperdo più energia in cose che non mi appartengono. Forse non so chi è Rossella Carboni, ma metto sempre più a fuoco cosa non è.

“Tre quarti di me” perché hai scelto questo titolo?

Per lo stesso motivo per cui non so chi è Rossella Carboni. Tre quarti di me indica il grado di consapevolezza e di conoscenza di noi stessi a cui, secondo la mia personale opinione, tutti dovremmo aspirare. Tre quarti non è un intero, quindi manca sempre di qualcosa. Mentre un intero è autoreferenziale e sembra esaurire il proprio senso in se stesso, tre quarti di noi ci permettono di continuare cercare, pur rimanendo ben radicati a terra. Perché una vita senza ricerca diventa sterile e soffocante. Una vita senza ricerca è qualcosa di molto più simile alla morte. Quante persone si trovano in questo stato? Quante persone hanno già smesso di vivere perché inchiodate in un sistema autoreferenziale? Accade quando pensiamo di sapere giù tutto, quando i nostri sistemi di riferimento non cambiano mai, quando non perdiamo mai la bussola… e conosciamo le cose solo attraverso il filtro di ciò che conosciamo già.

Ci parli del tuo libro?

In Tre quarti di me utilizzo la forma del romanzo per mostrare come la sincronicità e la vita siano in grado di accompagnare le nostre scelte e il nostro percorso di consapevolezza. Non è un libro autobiografico, perché fatti, cose e persone (a parte una) non sono reali, tuttavia si ispira al mio cammino di crescita personale, toccandone gli elementi chiave, ripercorrendone gli snodi fondamentali e descrivendo tutti quegli ostacoli che chiunque sia disposto a “perdere la bussola” per navigare verso se stesso si trova prima o poi a dover affrontare. Una frase che mi è stata detta da chi l’ha letto, da due persone che non si conoscevano e che non potevano averne commentato insieme la lettura, è stata questa: “In questo libro c’è qualcosa di universale.” Una sincronicità? Non credo. Ma il commento mi ha fatto molto piacere, perché vorrei che chi lo leggerà possa trovarci dentro una sorta di guida. Un po’ come la mappa dei Goonies che indica il tesoro di Willy l’orbo.

Tu scrivi per lavoro, che differenza c’è tra il farlo come copywriter e come narratrice?

C’è tutta la differenza che passa tra Cenerentola e le sorellastre quando indossano la scarpetta di cristallo. La scarpetta del copywriter è stretta. Devi lavorare per valorizzare qualcosa che non è tuo, un prodotto o un’idea che non parte da te. Fai sicuramente del tuo meglio, ci metti te stesso e magari ti affezioni, ma il piede soffre inevitabilmente, perché la scarpa non è quasi mai della tua misura. Può capitare, ma è raro. La scarpetta della narratrice invece ti calza perfettamente. Scrivere qualcosa di tuo ti fa sentire nei tuoi panni, sempre.

Che rapporto hai con la Natura?

Da una che abita in centro storico ti aspetteresti pessimo. Invece no. Se c’è qualcosa che ho amato del lockdown è stato il silenzio, l’aria pulita che si respirava in città, il rumore dell’acqua del torrente, il vento che muove le foglie e la meravigliosa presenza degli uccelli che sempre più numerosi hanno ripopolato il greto del Parma. In tutte le lunghe camminate che ho fatto in quel periodo, e che faccio ancora, cerco proprio quel contatto con la natura che avevo da bambina, quello che negli anni ho perso, ma che ho ritrovato durante questo periodo di cambiamento radicale.

A tuo parere i paesaggi naturali corrispondono a quelli dell’anima?

Assolutamente sì. C’è qualcosa in natura che ci chiama alla nostra origine. Oggi il rumore delle auto mi da sempre più fastidio. L’inquinamento, i rifiuti, il degrado sono cose che si depositano come una coperta pesante su tutti noi, una coperta che non ci lascia più vedere il sole. Metto tra queste cose anche lo smisurato utilizzo degli smartphone. Non siamo più capaci di vivere i momenti magici, né di condividerli, per quanto la parola condivisione oggi sia molto in voga. La nostra società è molto lontana dall’anima.

Nell’era dei Social ha ancora senso parlare di sicronicità?

Conosco le dinamiche del digital marketing. Oggi è diventato quasi normale (e purtroppo non ci stupisce più) parlare del Dash con qualcuno al telefono e ritrovarsi la pubblicità su Facebook dopo cinque minuti. Sincroncità? No. Pubblicità. Ma per quanto mi riguarda, le sincronicità che mi sono capitate non avevano quasi mai a che fare coi Social. E a meno che la natura stessa della realtà non si sia messa d’accordo con le grandi multinazionali… potrei dire senza alcun dubbio che queste coincidenze siano state, come direbbe Jung, numinose, Al 100%.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Onestamente leggo un po’ di tutto, non mi sono mai fissata su generi o autori in particolare: dai libri di fisica scritti dai grandi divulgatori di questi anni, come Brian Greene, Jim Al Khalili, Carlo Rovelli, a letture più introspettive, da Jung e Hillman, da Eckhart Tolle ad esperti di Cabala ebraica, dai libri di Paulo Coelho a quelli di Erri De Luca, la cui scrittura mi ammalia sempre. E naturalmente, in tutto questo, non può mancare “Il libro delle giornate di merda” scritto dal mio amico Roberto d’Ambrosio e da suo fratello Raffaele.

Ci consigli qualche libro che hai letto di recente?

I pesci non esistono, di Lulu Miller. L’ho trovato geniale.

Progetti letterari futuri?

Sì, nell’aria c’è qualcosa. Ma anche non c’è. Forse è solo un quarto… un quarto di me.