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La matematica non è un’opinione

Dopo la silloge “Cronologie di un’anima” e la piece teatrale “Il pane nel pozzo” torna Raffaella Porotto, classe 1952, con un nuovo libro teatrale intitolato “La matematica non è un’opinione” edito dalla Placebook Publishing &Writer Agency.

Porotto vive a Novi Ligure dove è nata. Laureata in Lingue e Letterature Straniere come docente di lingua inglese si è occupata anche di progetti europei di mobilità e tirocini all’estero per i propri studenti, collaborando contemporaneamente con l’Istituto di Cooperazione allo Sviluppo alessandrino con attività di traduzione e raccolta memorie. Ha tre figli ormai adulti, ama gli animali ed i viaggi. Abbiamo parlato con lei della sua ultima pubblicazione.

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Quando scrivi di teatro, come in questo caso, a quali autori ti ispiri?

Come sempre ogni mia formazione è disordinata. Per quanto riguarda il teatro ho seguito e seguo attori e spettacoli (ora su youtube…) a seconda che i testi o la struttura registica mi siano congeniali e sappia che gli interpreti sono bravi.Ho compiuto e compio letture disordinate di script teatrali che fanno parte di una formazione ‘a caso’, a seconda del piacere e delle assonanze del periodo.In Università il Teatro Elisabettiano ha  avuto la meglio sul Teatro della Rabbia e dell’Assurdo, poi Ionesco, Ibsen e Brecht, Pirandello e Dario Fo così come altri hanno fatto parte di una formazione più adulta e, come dire, politica, ma come in ogni ambito  artistico non credo che tutto il dicibile o fattibile sia stato già detto o fatto, quasi bloccando la fiducia di potere aggiungere altro. Di conseguenza se dei grandi drammaturghi del passato apprezzo lo stile preciso e saggio, la grande competenza e cultura unite alla capacità di esprimere un sentire universale, agli autori/attori più recenti, non ultimi Deniz özdögan o Aleph Viola, mi avvicina l’urgenza di raccontarsi.Queste pièce hanno sempre tratti autobiografici e utilizzano tecniche scenografiche che, anche dove le risorse del teatro dal vivo non lo permetterebbero appieno, sanno utilizzare le nuove tecnologie come tramite. Soprattutto in questo periodo – o meglio nel periodo in cui i teatri erano aperti – in cui le risorse investite in prodotti dell’arte o più ampiamente della cultura sono irrisorie se non risibili. Ma questo è un discorso più ampio di depauperazione voluta e perseguita della Cultura.

Ci racconti com’è nata la tua esperienza teatrale?

Da piccola sognavo di diventare attrice. Forse non l’ho sognato a sufficienza se non lo sono diventata professionalmente ma amatorialmente; ed inoltre tardi, seppure con soddisfazione. Avevo già la mia prima figlia quando, nel 1984, dopo un corso annuale tenuto a Novi Ligure dall’attore Valerio Binasco, oggi famoso, mi sono iscritta alla Scuola di Recitazione ‘I Pochi’di Alessandria, nata nel 1956 e retta da Ennio Dollfus, (per esteso von Volkerrsberg dei Conti di Oberstein), nato a Palermo nel 1920, poi trasferitosi a Cuneo e quindi nel dopoguerra ad Alessandria, dopo la sua esperienza partigiana. Ennio è stato un grande maestro ed il suo apprezzamento professionale per i miei risultati mi ha convinta a continuare a fare quanto mi era possibile, con un impegno contemporaneo a quello da dedicare ad una famiglia che si allargava e al mio lavoro di docente. Tre amici della Scuola di Recitazione ed io nel 1988 abbiamo fondato a Novi Ligure il ‘Laboratorio di Promozione e Produzione Teatrale’ e, nella sua pur breve durata – ognuno dei quattro fondatori ha poi seguito strade personali ed artistiche diverse e di diversa fortuna -, ho prodotto alcuni testi di cui ho curato la messa in scena e nei quali avevo una parte recitativa. Tra di essi  “Viaggio a Johannesburg”, tratto dall’omonimo racconto di Beverley Naidoo, rappresentato per conto dell’Istituto Storico della Resistenza di Alessandria. Ho poi curato le esperienze teatrali degli Istituti in cui ho insegnato come docente di Lingua Inglese; ad esempio per  l’Istituto Professionale Fermi di Alessandria,  “Sogni e Memorie”,  in occasione del Festival del Teatro Studentesco di Bra e “La Casa di Asterione” nell’ambito del Progetto Regionale TESPI. Negli anni ho seguito numerosi corsi e stage residenziali attoriali e propedeutici alla scrittura di testi teatrali con attori e registi dei Teatri Stabili di Genova e Torino e con Tapa Sudana del Tribuana Theater, ed ho fatto parte di diverse compagnie teatrali.

Questa è una storia tragica o comica?

Penso che tutto, quindi anche le storie che raccontiamo, sia comico  – non ridanciano – e tragico in modo ambivalente. Dipende da come lo si guarda, interpreta ed accetta. Il vissuta narrato dal personaggio in “La Matematica non è UNA Opinione” appartiene alla storia di una disabile psichica, quindi non è facile, ma lei lo vive e lo porge con inconsapevole ironia ed autoironia, suscitando spesso il riso tra gli spettatori. Ci sono momenti tragici ma, appunto, interpretati con leggerezza: ad esempio alla protagonista è stato detto che ha ‘un limite’, ma lei commenta nel suo grammelot stentato – che ha costituito una riscrittura del testo partendo dalla interpretazione in scena, con un lavoro da certosini sia per me che per Fabio Pedrazzi ! -: “Eh, ‘lora! Mi pare che se dici che uno ci ha UN limite, dai! Ci sarà ben da ‘na parte sola, ‘sto benedeto limite! Ma da l’altra?   Che se da quel’altra parte ‘sto limite non c’è vai avanti da quela parte lì! E bon!”.

E’ autobiografica?

Questa volta, diversamente da molti elementi presenti nel lavoro precedente, “Il Pane nel Pozzo”, no. Lo avessi fatto avrei dovuto scrivere della mia cronica disabilità digitale! Anche se la memoria di alcuni elementi dei paesaggi evocati e dei personaggi di cui la protagonista racconta fa parte della mia vita, come ovvio. Inoltre mi ripeto sicuramente se dico che penso si scriva un unico lungo testo, in modi e tempi diversi, che racconta di noi.

Che rapporto hai con la matematica?

 Disastroso. Uno dei momenti più preoccupanti per me al Liceo fu quando la nuova Prof. di Matematica alle prime udienze trimestrali (allora c’erano i trimestri) riferì a mia madre: “Sua figlia ha il pallino della Matematica”. E io mi chiesi da dove e come ma soprattutto Perché! lo avesse dedotto, temendo interrogazioni accurate su una preparazione per me faticosissima e ‘appiccicata’ e pochissime idee chiare.  Ed infatti la protagonista di “La Matematica non è UNA Opinione” – beh, quindi in fondo è un po’ autobiografica! – dice: “Che, in efetti, lo diceva la maestra Luciana ‘per le cose pratiche ci ha il palino’. Madona! Che non ci ho dormito quela volta! Ma dov’è che ce l’avevo ‘sto benedeto palino della maestra Luciana? Che l’ho cercato, eh! Bene bene! Da per tuto. Ma mica che l’ho trovato.”

E con la disabilità?

Non ho un rapporto che mi sia facile descrivere perché non ne vado fiera.. Confesso che il primo approccio è di relazionarmi alla disabilità con un senso di colpa e di imbarazzo: io sono integra fisicamente e, nel caso sia di fronte a una turbe psichica, psichicamente, e il mio interlocutore non lo è. Quasi mi stupisco se in seconda battuta la relazione ha poi modo di risultare alla pari, con un apporto di ricchezza emotiva e di diversa razionalità che sono ovvie pur nella diversità. Riconosco in questo approccio istintivo un mio limite: quello della presunzione del così detto ‘sano’, che ha di sé e del mondo una percezione univoca, dove lui è dalla parte ‘giusta’, in un pericoloso sbilanciamento di valori. È soprattutto la disabilità psichica a disorientarmi e persino spaventarmi un po’;  è un mondo parallelo dove la realtà è vista in modo diverso dal mio e non mi sono chiare le reazioni che posso suscitare. Forse con questa disabilità ho inteso fare amicizia in “La Matematica”.

La protagonista parla con le piante, quanto è importante la Natura nella vita dell’Uomo?

Quanto è importante l’uomo nella vita della Natura? Forse sarebbe bene spostare il punto di vista e l’idea della centralità dell’uomo. Sarebbe così drammaticamente evidente come lo strapotere di un solo elemento in un tutto abbia determinato e continui a determinare lo sfruttamento, l’indebolimento, la rovina e la probabile definitiva estinzione del tutto. Persino il concetto di naturalità è stato rielaborato in una idea di miglioramento e progresso tecnico e tecnologico che ci ha portati dove siamo, con una quasi totale predisposizione a considerare ogni essere vivente attorno a noi come al nostro servizio. Per estremizzare potrei dire che preferisco animali, piante e minerali ad un genere umano che vanta la capacità di produrre Arte ma dimentica, o trova difficile esercitare, quella di essere empatico.

I teatri sono attualmente chiusi, che genere di perdita è per il pubblico?

Anche le biblioteche sono state chiuse a lungo, e così i musei, i luoghi con le opportunità di aggregazione culturale… Le possibilità di incontrarsi per condividere cultura ed emozione sono state annullate ed è una deprivazione che non è colmata dalle dirette in streaming di spettacoli in forma ridotta o funzionale appunto alla diretta, che né costituisce una possibilità di sopravvivenza per compagnie ed attori né consente al pubblico la partecipazione in presenza, che è risposta personale e collettiva ad uno stimolo. Il teatro è il luogo dove si respira condivisione di emozioni, dove il sedere accanto a chi si commuove o, al contrario, manifesta nervosismo o noia, ci porta a confrontarci con le nostre risposte a quanto ascoltiamo e vediamo. Perdere questo contatto tra chi è in platea e chi è sul palco, significa perdere per lungo tempo la capacità e la gioia di comunicare e condividere. Contemporaneamente, però, la televisione ha, ‘in sicurezza’, continuato a diffondere spazzatura nel suo percorso di lenta e progressiva deculturizzazione,  dove non è più essenziale una raccolta quanto più ampia di informazioni, una comprensione delle stesse e una partecipazione critica a fatti o situazioni, ma prevale la tendenza ad accodarsi alle opinioni dei più, meglio se portatori di qualunquismo e di un pensiero di respiro angusto. Ed infatti sulle reti pubbliche abbiamo gli Opinionisti, dove una volta avevamo un Gadda.

Secondo te, in queste condizioni, ha comunque senso scrivere una piece?

Certamente. Ha sempre senso usare parole, che sono il nostro modo di comunicare più esplicito, ed esprimere il bisogno di comunicazione e condivisione nel modo che ci sia più congeniale: scrivere poesie, racconti brevi, romanzi, testi teatrali, saggi…                              

Al di là della pubblicazione di quanto scritto o, per quanto riguarda il teatro, della possibile messa in scena della piece. Verranno tempi migliori? Si spera. Nel caso non sia così, ora e qui ha senso quello che si sceglie di fare pensando abbia un senso per noi. Il rischio può essere perdere di vista che quello che facciamo o scriviamo non ci rende ‘scrittori’ o ‘artisti’, che non lo diventiamo per il semplice atto di Scrivere se non lo abbiniamo ad un processo di preparazione culturale, di lento apprendistato, soprattutto di Umiltà con cui riconoscerci sempre, appunto, in fase di apprendistato e di formazione continua. E neppure così è detto che quello che produciamo abbia una dignità o validità oltre quella personale. Ma, come detto prima, ha senso che abbia un senso per noi. Senza alcuna pretesa o aspettative con poco fondamento.

E per te quanto è importante il teatro?

Non vivo di teatro e da un lato questo mi ha privato e mi priva di quella compagine continua di un mondo di contatti, suggestioni, travasi, crescite collettive di cui soprattutto uno degli amici cofondatori del Laboratorio Teatrale continua a vivere, seppure senza alcuna soddisfazione economica per la sua grande professionalità e creatività. Dall’altro lato, però,  mi posso permettere il lusso di recitare quando mi va e di scrivere per il teatro quando ne sento il bisogno. Se poi intendi quanto sia importante trovarsi in scena credo che sul palco si concretizzi il bisogno di essere accettati e amati: si è sul palco per dare al pubblico la fatica della memoria del testo, delle prove fino a tarda notte (soprattutto per chi lavora e non può fare prove se non la sera), del gesto scelto tra altri, dell’emozione che passa anche attraverso il silenzio, in un risultato finale che non rimane mai lo stesso anche se lo spettacolo è identico. Ma si è lì, sul palco, anche e forse soprattutto, per ricevere consenso, apprezzamento, affetto. E se non si è in scena ma viene rappresentato un tuo pezzo è la stessa cosa. Il teatro mi ha sostenuta in momenti difficili e anche in questo senso ha costituito una parte importante nella mia vita. Amico silenzioso ma costante.