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La Poesia: dai campi di grano a quelli dell’animo

La Poesia: dai campi di grano a quelli dell’animo

Amo la poesia che fa domande e che nasconde le risposte tra versi evocanti sensazioni a volte sopite dentro di noi. Mi lascio trascinare dai venti impetuosi delle emozioni, quando le liriche si appoggiano dolcemente e selvaggiamente alla natura e da essa partono per tornare sempre, dopo aver sapientemente attraversato i sentieri dell’animo.

La poesia diventa, allora, personale e collettiva, parola che nasce nel ventre del poeta e muore nel cuore del lettore, per rinascere dentro di esso, in una resurrezione che si nutre di speranza per divenire nuovo frutto. 

Nella raccolta poetica “Triticum” di Vinicio Salvatore Di Crescenzo, il viaggio che il poeta compie ripercorre, non solo letteralmente, le tre fasi del ciclo stagionale del grano: semina, mietitura e spigolatura. Attraverso la simbologia della natura, il cammino dell’autore diventa il cammino di ognuno di noi.

La semina è la promessa di creare, di dare vita; è speranza e ambizione.

Il poeta spazia dai campi di grano ai paesaggi marini, nutre i suoi versi di pensieri che nascono dal profondo dell’animo vestendoli di sapori e di profumi, colorandoli di sfumature che l’attento occhio del lettore non potrà non cogliere, immerso nell’estasi di versi che si accendono, a volte, di sensualità accuratamente velata:

Come faranno le prossime notti, quando

con generoso ardire,

per l’alba in procinto di arrivare.

le doneranno un vestito di rugiada

Le stagioni si accavallano, si fondono e si confondono, gli elementi si alternano in un’orchestra magistralmente diretta dalla bacchetta del poeta, in un vortice di emozioni che leniscono gli affanni e rimandano ad altri versi di antica memoria:

Foglie in bilico

tra le sferzate ventose e le residue speranze

di sottrarsi alla violenza di correnti irriguardose.

Nella seconda parte prendono vita i sentimenti del poeta, facendosi carne e spirito attraverso le sue parole. Parole che danno origine a liriche intense, palpitanti di amore, di emozioni legate all’affetto filiale, di devozione per il poeta conterraneo dell’autore, Libero de Libero, presso la cui tomba Di Crescenzo si reca per scoprire se è vero/che la morte abbia ancora una vita/da consumare e raccontare.

Ricordi racchiusi nella memoria

So di tornare troppo spesso

sui luoghi che la mente mia ripudia.

Fino all’amaro che resta nella consapevolezza di quanto male faccia/confessargli che non ho saputo amare per fare innamorare.

Il cerchio si chiude. Il poeta si lascia andare alle riflessioni che facciamo nostre, accompagnate dai versi che concludono la raccolta.

Spigolature.

In un continuo e nostalgico richiamo alla terra natìa

Vivo all’ombra delle origini

che hanno affogato il mio bisogno di partenza

Di Crescenzo proietta sé stesso verso il domani, verso il tramonto della vita, assalito da l’ansia dell’incerto divenire, aggrappandosi al tempo corso via come un torrente.

E mentre il sole è divorato dalle brune tinte a sera

ora, oltre le ringhiere di ruggine salata,

ascolto il tonfo sordo delle onde

per lenire il mio bisogno di dolenti nostalgie.

La roccia di storia, l’antica sorgente e il mare che l’accoglie

dissetano ogni mio ritorno qui ed io,

mi nutro di passioni dentro la mia terra di mare.

È un viaggio lungo e solitario, quello che il poeta compie dentro di sé. Un dialogo intimo con i propri ricordi e con le ombre del futuro. Un canto personale che diventa dono per chi sa e vuole ascoltare, raccogliendo le poesie una a una e facendone setaccio per i propri dubbi e le proprie riflessioni.

La grande impresa nel raccontare se stessi, è far vivere le proprie emozioni nel cuore degli altri. (Vinicio S. Di Crescenzo)