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La retorica: questa… conosciuta! (Seconda parte)

Di Marinella Giuni

Seconda parte

Riprendendo il discorso sull’Elocutio, che rappresenta l’arte di mettere in parole il discorso che abbiamo costruito e di scegliere gli elementi che danno significato come fossero un ornamento, entrano in gioco dapprima due aspetti della “messa in parola”: l’electio, ovvero la scelta delle parole, (asse paradigmatica) e la compositio, ovvero come riunirle (asse sintagmatica).
Le figure della retorica classica sono moltissime: in comune hanno lo scopo di sostituire un’espressione con un’altra, ritenuta più gradevole spesso deviando dal linguaggio solito, ma ottenendo un effetto sorprendente.  Eccone alcune che ricorrono particolarmente in letteratura, ma anche nel parlato.

Allitterazione

Consiste nella ripetizione di un suono all’inizio o all’interno di una frase, tra parole vicine. È usato in letteratura, con fini stilistici, ma trova uso anche nel linguaggio pubblicitario.
Fresche le mie parole ne la sera/ti sian come il fruscio che fan le foglie”- La sera fiesolana di D’Annunzio.
L’allitterazione di f/r riproduce il fruscio delle foglie, tra le mani del contadino.
Altri esempi, legati all’uso pubblicitario, sono:
“Ceres, c’è!”
“Sete d’Estate, sete d’Estathe”

Anafora

È la ripetizione, all’inizio di versi o frasi successive, di una parola o un gruppo di parole allo scopo di dare enfasi all’immagine. La più celebre è sicuramente questa, tratta dall’Inferno di Dante.
Per me si va nella città, dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra le perduta gente”

Anastrofe

È l’inversione dell’ordine naturale degli elementi che compongono la frase. Viene utilizzata per scostarsi dal linguaggio ordinario, rendendolo più originale.
E il cuore quando d’un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d’ombra per condurmi Madre, sino al Signore, come una volta mi darai la mano” – La madre di Ungaretti.
Cercavano il miglio, gli uccelli, ed erano subito di neve” – Antico inverno di Quasimodo.

Sinestesia

Si ottiene attraverso l’associazione di due elementi che appartengono però a sfere sensoriali differenti.
All’urlo nero della madre/che andava incontro al figlio/crocifisso sul palo del telegrafo” – Alle fronde dei salici di Quasimodo
Profumi freschi come la pelle d’un bambino/vellutati come l’oboe e verdi come i prati/altri di una corrotta e trionfante ricchezza” – Corrispondenza di Baudelaire.

Apostrofe

Si tratta di un discorso fatto con toni accorati a persone assenti o a cose personificate che accompagnato da toni violenti è sinonimo di invettiva. Un celebre esempio di apostrofe è contenuto nel Purgatorio di Dante.
“Ahi serva Italia/di dolore ostello/nave senza nocchiere in gran tempesta/non donna di province, ma bordello”.

Asindeto

Serve a conferire efficacia e concisione ad una frase e consiste nell’assenza di congiunzione. Un esempio classico è “Vedi, vidi, vici”, celebre frase di Giulio Cesare.

Climax

Il significato letterale è scala e il termine richiama infatti il passaggio da un concetto all’altro o comunque la progressione dell’intensità.
“Don… don, mi dicono Dormi! /Mi cantano, dormi! Sussurrano/Dormi! Bisbigliano, dormi!” – La mia sera di Pascoli.

Disfemismo

È una figura retorica che si usa con tono scherzoso, sostituendo termini normali che potrebbero apparire offensivi, ma che in realtà non lo sono. Un esempio:” La mia vecchia”, per definire la propria madre o la propria moglie.

Le figure retoriche sono tantissime e l’elenco potrebbe continuare all’infinito (è una metafora!): è curioso sapere che le usiamo, magari inconsapevolmente. È una disciplina antica, che non perde tuttavia la sua attualità e vivacità e che è confluita, più in generale, nelle Teorie della Comunicazione benché tragga origine dall’organizzazione del linguaggio naturale.