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Non odiare

Un gran bel esordio il film di Mauro Mancini “Non odiare” con un Alessandro Gassman intensissimo nei panni del chirurgo Simone Segre. Segre vive con una ferita aperta quella di un padre che ha cercato di insegnargli la crudeltà, senza riuscirci veramente, e che è sopravvissuto alla Shoa perché dentista che curava i nazisti. Il chirurgo decide di non prestare soccorso ad un vittima di un pirata della strada quando si accorge che ha tatuato il simbolo delle SS e una svastica sul petto. L’uomo morirà dissanguato ma Segre cercherà di espiare il suo senso di colpa aiutando i figli. Il film, uscito a settembre del 2020 ha incassato nelle prime 6 settimane di programmazione quasi 400 mila euro.

Gassman ci regala una perfomance rigorosa dove il dolore è il reale protagonista, dolore per non riuscire a perdonare, non solo i fascisti, ma anche la debolezza del padre che si è salvato dal campo di concentramento prestando cure dentistiche a quello che viene considerato il nemico. “Io non lo avrei mai fatto” dice ad un certo punto il protagonista mentre racconta la storia del padre. La domanda viene girata, in un certo senso dal regista al pubblico: è possibile perdonare l’imperdonabile? Una questione che rimane aperta dunque, come la ferita del genocidio degli ebrei e dell’odio razziale che tutt’oggi è presente. Un modo moderno per presentare la Shoa in tutti i suoi risvolti, ma soprattutto in quello emotivo e esistenziale che si incentra nel tema del perdono.

Il protagonista si ritrova al centro di quell’odio, perché nel momento in cui incontra i figli del camerata Antonio, il figlio gliela giurerà in quanto “giudeo” e perché ha deciso di assumere la sorella Marica come colf. Ma la vita gli offrirà l’opportunità di perdonare, di non odiare così come recita il titolo per espiare la colpa (imperdonabile per un medico quale è Segre) di aver lasciato morire un uomo: deciderà quindi di aiutare i figli di quel presunto nemico. Il percorso lo porterà non tanto a riconciliarsi con il padre, ma quando meno a perdonare il dolore causato dalle sue azioni tanto che deciderà di prendere con sé il pastore tedesco che all’inizio appare aggressivo  ma che alla fine diventerà una compagnia mansueta per le passeggiate nei boschi.

Odio, violenza, memoria e perdono, questi sono i temi trattati dal regista e l’intensità della recitazione coinvolge il pubblico che della storia vive soprattutto il dolore di tutti i personaggi. La fotografia alterna campi lunghi a particolari, come se il paesaggio facesse parte del sentimento del protagonista e i particolari fossero la memoria stessa di ciò che è accaduto nel passato. Un film da non perdere per il modo in cui le tematiche sono state trattate e per l’intensità di Gassman che fa vivere allo spettatore il dolore dell’impossibilità di perdonare e allo stesso tempo del senso di colpa che ne deriva.