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Piece of a woman

Premiato al Festival di Venezia “Piece of a woman” narra di come Martha (Vanessa Kirby) scelga di partorire in casa, assistita dal compagno Sean e dall’ostetrica Eva. A causa di di complicazioni la neonata muore pochi minuti dopo il parto e mentre la madre della protagonista vorrebbe giustizia e la condanna dell’ostetrica per negligenza, Martha narrerà del dramma di una madre che ha perso la propria figlia, del dolore e dell’elaborazione del lutto che la porterà a ben diverse conclusioni rese pubbliche nell’aula di tribunale. Il film affronta anche il tema della relazione madre-figlia e dei contrasti che possono nascere in seno ad essa.

Per anni “Piece of a woman” è stato un testo in evoluzione presentato in Polonia e scritto da Kata Weber, partner del regista ungherese Kornel Mundruczo. Alla fine è stato proprio il regista a trasformalo in lungometraggio, girato in inglese e coprodotto tra Canada e Ungheria con un cast prevalentemente statunitense. Alla fine si è scelta Boston per l’ambientazione che fa da sfondo alla storia scandita, nei suoi tempi, da quelli della costruzione di un ponte.

E’ in film che dà particolare risalto alle emozioni provate dai protagonisti e quindi articolato in una serie di primi piani che vogliono sottolineare l’intensità del vissuto: prima la felicità per il momento del parto che si trasforma in timore della tragedia e poi il lutto e la disperazione. Una perdita che minerà le vite dei due neo genitori ma anche dell’intera famiglia di Martha i cui equilibri si romperanno.

Intensa anche la scena del contrasto tra Martha e sua madre quando questa racconterà di come sia stata salvata dall’Olocausto quando era ancora una neonata. Dal punto di vista stilistico, come ogni film che deriva da una piece teatrale, si incentra sui personaggi e i suoi loro volti, le scene della costruzione del ponte si alternano e scandiscono i tempi di tutta la vicenda che si svolge per la maggior parte nella camera in cui avviene il parto e poi tra la casa della madre di Martha e l’aula di Tribunale. Poche le riprese in esterno quindi.

E tra le righe della storia si può leggere anche dell’inutilità della vendetta, di qualsiasi vendetta che non restituisce mai chi non c’è più. Nel finale Martha sottolinea come ormai ciò che è rotto rimanga tale, non esistono vie facili al dolore e all’elaborazione del lutto che comunque fanno parte della vita. Conserverà come preziosa l’unica foto che la ritrae in un attimo di felicità mentre stringe al proprio petto la figlia Yvette, appena nata e poco prima che se ne vada per sempre.

Un film intenso e drammatico che coinvolge lo spettatore nella vicenda e lo lascia con un filo di tristezza anche per il contorno delle relazioni umane che vivono di equilibri sempre precari.